Sergio Costanzo.
...
.
...
Io, Busketo.
...
.
...
2010. Linee Infinite Edizioni di Marco Ferrari e C., LODI.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
Anno Pisano 1063/anno 441 dall'Egira. Pisa potente citt di mare,  alla ricerca di un architetto in grado di costruire la chiesa pi grande del mondo. La ricerca si orienta su Fares famoso architetto di Aleppo, che ormai anziano e timoroso pensa di inviare il figlio Sahl appena tornato dal Regno di Axum, ed offrirgli l'occasione che gli potrebbe cambiare la vita. Giunto a San Giovanni d'Accri il giovane si imbarca con due figli di mercanti di Aquileia su una nave diretta a Venezia e tenta di raggiungere Pisa, via terra. Alla chiusa dei Monti Pisani i giovani vengono assaliti e brutalmente uccisi, ma l'unico a salvarsi  proprio Sahl che agonizzante, viene trovato e curato da una famiglia di contadini. Delirio e febbre fanno ripetere al giovane strane parole tra cui "busketo, busketo" (in realt antica lingua usata dai maestri di Axum)... Busketo sar dunque il suo nome. La citt non accoglie benignamente l'architetto che macilento e dimesso viene reputato troppo giovane e inesperto. Sahl/ Busketo si integrer solo grazie alla sua maestria e alla sua caparbiet che lo porter ad imbarcarsi e a combattere contro Genova. Gli anni passano, a Pisa si armano le galee per la prima Crociata e in Pisa si decidono le sorti del mondo. Gli affetti trovati hanno sostituito quelli lasciati e purtroppo dimenticati, l'amore contrastato e sofferto per una donna lo rendono pi forte e maturo e nonostante l'intercalarsi di guerre e dolori il vecchio Busketo ha guadagnato la sua fama... Sahl che per tutta la vita era corso dietro a un raggio di sole finalmente vede risplendere la sua opera... La cattedrale di Pisa.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Sergio Costanzo nasce nel 1963 a Pisa dove risiede e lavora. Laureato in Biologia ed impegnato nel campo della Microbiologia Clinica  sin dall'infanzia affascinato dalla storia medievale.
Coniuga nelle sue ricerche passione e metodo scientifico realizzando a partire dal 2004, la pubblicazione di alcuni saggi sull'architettura del medio evo. Approda ora al romanzo miscelando sapientemente fonti storiche ed estro creativo.
...
.
...
Io, Busketo.
...
.
...
Ringraziamenti.
Il Capitano di una nave traccia la rotta del suo vascello durante insonni e interminabili notti, confidando nelle stelle e nella buona sorte. La sua solitudine  impenetrabile e nessuno lo affranca dal suo fardello, ma la nave supera la tempesta e giunge in porto solo se ogni membro dell'equipaggio contribuisce all'impresa.
Grazie a tutti quelli che hanno navigato con me, a chi mi ha aiutato a sognare passo dopo passo e a chi mi ha tenuto ancorato alla realt, a chi ha seguito la mia corsa, a chi ne ha frenato gli slanci.
...
.
...
Lapide sepolcrale di Busketo, posta in facciata del Duomo di Pisa.
...
.
...
BUSKET. IACET HIC QUIMOTIB. INGENIOR DULICHIO FUR PREVALUISSE DUCI MENIB. ILIACIS CAUTUS DEDIT ILLE RUIN HUIUS AB ARTE VIRI MENIA MIRA VIDES CALLIDITATE SUA NOCUITDUXINGENIS. UTILIS ISTE FUIT CALLIDITATE SUA NIGRA DOM. LABERINTHUS ERAT TUA DEDALE LAUS E. AT SUA BUSKET SPLENDIDA TEMPLA PROBANT N. HABET EXPL NIVEO DE MARMORE TPL QUOD FIT BUSKETI PRORSUS AB INGENIO RES SIBI COMISSAS TEMPLI C LEDERET HOSTIS PROVIDUS ARTE SUI FORTIOR HOSTE FUIT MOLIS ET IMMENSE PELAGI QUAS TRAXIT AB IMO FAMA COLUMNARUM TOLLIT AD ASTRA VIRUM EXPLENDIS A FINE DECEM DE MENSE DIEBUS SEPTEMBRE GAUDENS DESERIT EXILIUM QD VIX MILLE BO POSENT IUGA IUNCTA MOVE ET QUOD VIX POTUIT PER MARE FERRE RATIS BUSKETI NISU QD ERAT MIRABILE VISU DENA PUELLAR TURBA LEVABAT ONUS.
...
.
...
Qui giace Busketo. Si narra che nei moti d'ingegno fosse superiore al re di Dulichio (Ulisse), egli fu astuto a distruggere le costruzioni iliache (e invece) grazie all'arte di quest'uomo le costruzioni puoi vederle. Con la sua astuzia l'ingegnoso re (Ulisse) fu dannoso, con la sua astuzia costui (Busketo) fu utile. Sia lode a te o Dedalo la tua casa era un nero labirinto, ma i suoi splendidi templi rendono lode anche a Busketo. Non ha confronto al mondo il tempio di niveo marmo che fu prodotto dall'ingegno di Busketo. Quando il nemico danneggiava le cose del tempio a lui affidate, previdente con la sua arte fu pi forte del nemico. La fama delle colonne di mole smisurata che egli trasse dalle profondit del mare innalz l'uomo alle stelle. Terminando i suoi giorni, dieci dalla fine del mese di Settembre, gaudente abbandon l'esilio (questa terra).
Di ci che a mala pena possono muovere mille buoi aggiogati e di ci che a mala pena una nave pu portare per mare, grazie al marchingegno di Busketo che era mirabile a vedersi, un gruppo di dieci ragazze poteva sollevare il peso.
...
.
...
Lapide sepolcrale di Rainaldo, posta in facciata del Duomo di Pisa.
...
.
...
HOC OPUS EXIMIUM TAM MIRIUM TAM PRETIOSUM RAINALDUS PRUDENS OPERATOR ET IP SE MAGISTER CONSTITUIT MIRE SOLLERTER ET INGENIOSE
Questa opera unica tanto mirabile quanto preziosa Rainaldo prudente lavoratore e Maestro costru mirabile, scaltramente e con ingegno.
...
.
...
Traduzione del cartiglio.
...
.
...
Dal cartiglio di corrispondenza tra Ibrahim Pasha, Vicer d'Egitto ed il Governatore di Damasco Suleyman al Omar, rinvenuto fra le macerie della cittadella di San Giovanni d'Acri dopo il bombardamento ad opera delle truppe austriache e francesi nel Novembre del 1840 e tradotto a beneficio di sua Eccellenza il Console di Francia Duca Paul Emile Botta, geografo e naturalista. Traduzione conservata a cura della Bibliotque Nationale de France presso la sezione BnF archives et manuscrits della Bibliotque de l'Arsemi, fondo Proche Orient Catalogue des manuscrits arabes.
Troppo breve  ormai il mio tempo per narrare tutto ci che appresi vivendo con queste genti. Ma se Iddio o il fato ha portato i tuoi occhi sulle mie parole, rammenta. Tu sia viaggiatore o soldato, mercante o schiavo in catene, quando arriverai su queste sponde, pria d'ogni altra cosa, getta umile uno sguardo verso i monti. Gli antichissimi Monti Pisani nati per cingere a corona il piano dove i Pelasgi dell'Elide reduci dalla guerra di Troia trovarono riparo. Dopo quel lungo e periglioso viaggio per ringraziare gli di benigni, quei Greci sacrificarono, appena sbarcati, un arnos. Il sacrificio dell'agnello decret per l'eternit il sacro nome al fiume che li aveva accolti, l'Arno. Questi nasceva a levante, alle pendici di un monte sacro nomato dalle genti antiche Falt Runa, il Principio del Cielo. Le sue acque divine correvano incontro al mare e sulle sue sponde nacque cos la meravigliosa Pisa. Erano monti antichissimi posti dall'Onnipotente in guisa di riparo e Pisa crebbe e crebbero le sue genti. Quando nostro Signore Ges il Cristo vide la luce nella grotta di Betlemme, l'Imperatore Romano l'Augustus Cesare Ottaviano elev la citt al rango di Colonia Obsequens Iulia Pisana. E Pisa crebbe. N i Visigoti di Alarico, n gli Ostrogoti di Teodorico osarono insidiare la potente citt.
Anche i temuti Vandali di Re Genserico che da Cartagine partirono per offendere Roma pensarono bene di non urtare la potenza di Pisa. Poi arriv Alboino e i suoi Langobardi e se pure Pisa fu inglobata in quel regno ch'ebbe come capitale Papia, i signori Duchi preferirono lasciare libera la citt. A quel tempo oltre l'Arno, un altro fiume si spingeva nella pianura pisana. L'Auserculus scendeva dalle montagne del Nord dove gli indomiti Apui avevano tenuto testa alle legioni romane, si insinuava tra i Monti Pisani e come benedizione riceveva le acque pure delle sorgenti di Cella Somma. Solcava la stretta valle separando il borgo di Ripa da quello di Castelletto, che come amanti alla finestra si affacciavano l'uno di fronte all'altra. Le acque lente scendevano da l verso mezzogiorno costeggiando il monte. Qua e l nelle depressioni delle terre creavano paludi e stagni. Il fiume volgeva verso Pisa e dividendosi mandava un braccio a oriente ed uno ad occidente. Il primo ramo si ricongiungeva all'Arno a monte della citt. Il secondo invece aggirava l'abitato, si allargava benigno e confluiva con l'Arno creando il Porto Ossevi dove navi da guerra e da trasporto trovavano innumeri spazio e riparo. Poco prima di alimentare le acque del porto, staccava per un ramo sottile che volgendo a mezzogiorno entrava in Pisa. Questo sottile canale superava il Quartiere di Ponte, correva a fianco della chiesa di San Pietro d'Ischia e passava sotto Sette Ponti a Volta, prima di gettarsi in Arno appena passata la Piazza del Grano. Pisa prosperava, ma una terribile minaccia era dappresso. Erano passati quasi sei secoli dalla venuta di Nostro Signore, quando la Regina Teodolinda rimase vedova di Autari, suo sposo. Ancora oggi nelle lunghe sere invernali, gli anziani davanti al fuoco ricordano le vicende di quella notte. Pianse la Regina vedova in Papia e pianse il cielo, per tre giorni e tre notti. Pianse la Regina nella sua Pavia e piovve dal cielo su tutto il regno. La Gar Faniana, la Grande Selva dei guerrieri Langobardi fu invasa dalle acque. L'immensa fiumana si raccolse sotto la rocca del Castello Novo e decise di scendere a valle. Fece orrendo scempio di vite umane e armenti allagando poi la Terra dei Laghi, la Terra di Lukc. Anche nella capitale del Ducato Langobardo, nella citt di Lukca, la morte e l'orrore carp molte vite. Non ancora sazia di sacrifici umani, la grande piena volse il suo corso verso il mare, ma i monti che separavano Lukca da Pisa parevano impenetrabili. Come il sangue chiama il sangue, cos l'acqua cerca sempre se stessa. La grande onda non port rispetto al vecchio canale e usurpandone il letto lo invase. Come per magia le placide acque si ingrossarono al punto di diventare muraglia, i bassi argini fra Ripa e Castelletto s'inchinarono alla potenza della piena e parte del monte sia a ponente che a levante fran. L'onda prosegu il suo cammino e invase la pianura che volgeva a Pisa, la citt tem, ma la benevolenza del Signore la preserv dalla fiumana. Come il bastone di Mos aveva aperto le acque, cos la maest di Pisa fren e divise l'orrore. Tre fiumi fratelli nacquero in un solo istante alla Ripa Fracta e presero a scorrere nella valle che si apriva a Ostro. I tre fiumi, come tre figli, presero caratteri diversi somigliando al vecchio fiume loro padre e in altri tratti alla tempesta, loro madre. Dei tre, il Tubra, il pi impetuoso, mostr subito di non portar rispetto per la storia e le genti. Si diresse con prepotenza verso le antiche sepolture che mai mani umane avevano osato offendere. Port distruzione a Fili Tulum allagando i grandi tumuli di terra e le celle dei sacerdoti. Poi tent di rompere al Monte Bastione per invadere le terre che furono del Conte Cuccolo Langobardo. Avrebbe cos raggiunto subito il Lago di Massa Chucculi, rovinando imbarcazioni e tese di pesca, ma il Monte Bastione tenne e il Tubra indispettito dovette tentare un aggiramento. Scivol allora pi a meridione, trascur la Torre della Falconaja Reale d'Avane e, appena oltrepassato il Poggio di Spazzavento, pieg verso ponente. Battezz Veclanius poi la Bastia di Nodicha e da l nulla si oppose al suo cammino. Quando la sua corsa fin al mare, lasci per secoli dietro di s i grandi Banchi d'Arena e la Piaggia di Crocetta. Lasci anche un'isola distante da Pisa cinque miglia romane. Le genti si posero in salvo su quest'Isola di Migliarino in attesa che l'Onnipotente riportasse la calma. Il secondo fiume, l'Auserculus, prese molto dall'antico padre e ne eredit il nome ed il letto. Non arrec danno n alle ville della Coloniola n pi avanti alla fattoria ai Limiti della vecchia centuria romana. Rese omaggio alla Badia di Wulmiano, dov'era seppellito il condottiero Langobardo che per primo si era convertito alla Vera Religione. Poi, seguendo le orme del padre si inoltr nelle Prata, traversando quelle campagne dov'erano adusi passare gli uccelli migratori. Come il padre travers la terra dei Passi e port le sue acque ad alimentare quel grande Sinus Pisanus dove le navi partivano e venivano d'ogni parte del mondo. Infine il terzo fiume, l'Auxeri o Ozeri, naque subito con natura benigna. Silenzioso e placido, quasi non si fosse voluto svelare, cerc una via a ridosso del monte, in guisa di riparo. Appena nato dalla Ripa Fracta guard a valle e schivo e riservato si port a sinistra. Forse non arrec offesa niuna, perch subito ebbe timore nell'incontrare un luogo sacro. Apuniano mai era stato offeso da guerra o pugna e ancelle e dame nella pace claustrale ivi risiedevano. Cos l'Ozeri come galantuomo, salut e si port avanti raccogliendo le acque del piccolo fiume Quosa che moveva a monte frantoi e Molina. Poco oltre le sue acque ricevettero quelle di altri Rigoli che scendevano puri dalle alture e come nobile cavaliere si port a sfiorare, ma non a toccare il bianco tempio in Papiana sorto a fianco di un antichissimo pozzo. Il tempio era stato costruito da quei di Papia, la capitale Longobarda, che giunti in queste terre vollero cos ringraziare il Signore. Dopo aver osato per un attimo discostarsi dal monte, torn a lambirne il piede e la villa di Orsiniano prese a specchiarsi nelle sue placide acque. Prima che nascesse il Cristo, le zolle di quei campi avevano visto la dura battaglia fra i Romani e i selvaggi Liguri. Il Centurione Orsiniano rimase ferito e non pot fare ritorno a Roma. Come premio per la vittoria ebbe in concessione, dal proconsole Marco Claudio Marcello, terre e facolt di edificarsi una villa. Poteva un fiume appena nato offendere tanta storia e tanta maest? L'Ozeri si inchin ancora e sempre tenendosi al riparo del monte sent il richiamo di Calidae Acquae. A Caldaccioli e pi avanti ai Bagni delle Terme, l'Ozeri incroci quelle che sgorgavano dalle profondit della terra. Ma come servo dinnanzi alle genti d'alto lignaggio, pieg la testa e non os mescolarsi con esse. Queste infatti correvano alte e fiere, su fila di pietre sapientemente montate a forma d'acquedotto. Cos alla Ca' Nova abbass lo sguardo e si infil lesto sotto una campata per poi subito allontanarsi. Rinvigorito da quell'incontro con calde e sacre acque, prese coraggio e pieg verso Pisa. Abbass timoroso lo sguardo quando giunse a quel patibolo dov'era l'usanza di tagliare le mani. Superato cos il loco delle Man Mozze, incolume e felice, stacc da s un ramo, per irrigare gli orti di Agellum. Poi, finalmente libero, corse ansioso verso la pi splendente citt che Iddio avesse posto in terra. Giunto che fu in prossimit dell'immagine della Vergine Maria, ricevette l'ordine dalla Figuretta di abbracciare benevolmente la citt. Allora pochi passi dopo, trov il modo di allargarsi in due grandi braccia. Una cinse Pisa a levante passando per orti e terre e gettandosi nell'immenso Arno a monte del ponte vecchio. Con l'altro ramo pieg verso il mare e si fece pi curioso, arrivando fino alla chiesa di San Zenone. Pass sotto le dirute tribune del Circo Massimo e del Teatro Antico e correndo verso ponente lamb a tramontana tutta la citt. Si fece ardito e mand come messaggero parte delle sue acque laddove anche suo padre con orgoglio e autorit era entrato in Pisa. La maggior parte della sua massa prosegu la corsa ed infine, esausto per tanta strada fatta appena nato, si disciolse nelle sacre acque dell'Arno al Porto Ossevi. Pisa crebbe e crebbero le sue genti. Furono attrezzati approdi e costruite torri per scrutare il mare. A mezzogiorno di Porto Pisano conobbi i cenobi sorti in riva al mare. San Felice presso Vada e San Giustiniano verso Falesia. Furono quei monaci a costruire a Gloria di Dio e per il privilegio di Pisa il Castello di Piombino per poi vegliare sul mare, con lo sguardo e con le preghiere. I Pisani allora con le loro veloci navi solcarono il mare, approdarono in Africa, in Ausonia, Sardinia, difesero Salerno e conquistarono Kalliste. Queste e molte altre cose io appresi vivendo tra queste genti avvezze al mare e attaccate alla loro terra. Questo e molto altro io imparai vivendo in questa mia Pisa, che non mi fu madre, ma che amai come una figlia.
...
.
...
Io Busketo.
...
.
...
PARTE PRIMA.
...
.
...
Introduzione Storica.
...
.
...
Nonostante l'errata o strumentale interpretazione di alcuni testi sacri avesse fatto preannunciare la fine del mondo al compimento dell'anno 1000, la vita aveva continuato il suo corso in modo del tutto indifferente. Dopo la dominazione longobarda e franca, il Sacro Romano Impero era governato dalle stirpi tedesche lacerate da lotte interne per il potere. Fra la sede pontificia e quella imperiale era in atto lo scontro per la supremazia e per il dominio di immense ricchezze e territori e tutta la politica degli stati era condizionata e spesso stritolata negli ingranaggi di questa diatriba. Verso la met dell'undicesimo secolo tutti i poteri costituiti stavano attraversando una fase di profonda crisi. I Normanni erano calati in Italia pochi anni prima e gi nel 1042 avevano conquistato ampi territori in Campania ed in Puglia. Papa Leone nono, nel tentativo di arginare questi nuovi conquistatori lanciati alla conquista di Montecassino, sfid i Normanni nel 1053 ma fu sconfitto e fatto prigioniero. L'Imperatore tedesco Enrico terzo vedeva di buon occhio l'impresa normanna e riconobbe loro il titolo di Vassalli dell'Impero. Ma gi pochi anni dopo, nel 1059, Roberto il Guiscardo giurava fedelt al nuovo Papa Niccol secondo che lo nominava Duca di Puglia e di Calabria, autorizzandolo a concepire anche la riconquista della Sicilia, ancora in mano al dominio musulmano. Dal canto loro gli Imperatori germanici avevano creato nel tempo la figura dei Vescovi Conti ed avevano loro attribuito il duplice ruolo di pastori di anime ed amministratori di territori. Il profondo decadimento dello spirito religioso e della moralit degli ecclesiastici acceler il processo di riforma della chiesa, impegnata tanto nella lotta contro simonia e concubinato quanto a limitare il potere della nobilt, fomentando la lotta per le investiture. Anche l'elezione del Papa era territorio di contesa e di solito ad ogni Papa eletto, ne veniva opposto uno nominato dall'imperatore. Cos a Roma nel 1045 risiedevano tre Papi: Benedetto nono, Silvestro terzo e Gregorio sesto. 
Questa situazione immorale caus nel 1053 la decisione del Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario di scomunicare il clero romano il quale, a sua volta, scomunic la Chiesa d'Oriente. Fu il definitivo scisma. Nel Concilio Lateranense del 1059 fu ratificata la decisione secondo cui da quel momento in poi il Papa sarebbe stato eletto da un collegio cardinalizio ed infatti nel 1061, il vescovo di Lucca Anselmo di Baggio veniva eletto Papa col nome di Alessandro secondo ed entrava in Roma scortato da un contingente normanno. I Vescovi tedeschi rifiutarono questa elezione e a Basilea nominarono Papa il vescovo di Parma Cadalo che assunse il nome di Onorio secondo. Questi grandi conflitti politici favorirono il sorgere di autonomie locali o l'affermarsi di alcune signorie strategicamente importanti. Il marchesato di Toscana fra alterne alleanze e tradimenti prosper ed accrebbe i suoi domini grazie all'accorta politica di Beatrice di Canossa che regn fino alla morte avvenuta a Pisa nel 1076. Anche alcune citt dotate di autonomia ed intraprendenza riuscirono, in questo quadro politico complicato, a sottrarsi alla morsa dei poteri centrali e ad aspirare all'indipendenza, come liberi comuni o come piccoli stati. Le citt marinare gestivano importanti traffici con l'oriente e le coste d'Africa, garantendosi cos ricchezze e prosperit.
...
.
...
Capitolo 1.
Anno Pisano 1063 Indizione 15 Orsignano, ultimi giorni di Gennaio.
...
.
...
La neve aveva fatto la sua comparsa nei giorni di Natale. All'inizio aveva portato gioia e allegria, ma ben presto i disagi e le difficolt si sostituirono all'euforia. Ogni traccia di attivit umana era scomparsa sotto la coltre bianca che lasciava qua e l scampoli scuri di terra melmosa. L'Ozeri, che dalla Ripafracta scendeva tranquillo a ridosso dei monti, appariva come un nastro scuro e cupo, un lungo serpente che si perdeva nella campagna e le casupole sorte intorno all'approdo dello scalo fluviale di Orsiniano sembravano essersi fatte pi vicine per ripararsi dal freddo. Il mulino di pietra teneva la sua grande ruota poggiata sul pelo dell'acqua che, lenta e fumante, scorreva stancamente verso il piano. La strada carraia lunga circa due stadi partiva dal piccolo molo sul fiume, piegava a sinistra e poi a met del suo corso tornava a diritta. Era ci che restava di un antico tracciato, un'ellisse perfetta dove un tempo bighe e cavalli si sfidavano a corsa. La carraia terminava alla Villa. Da l riscendeva sparuta e fangosa dal lato opposto, di nuovo verso il fiume, tentando di completare quell'antico e fausto tragitto di gara. In mezzo a questi due concavi rami di strada, gli orti della Villa, ora sepolti dal candido manto, occupavano lo spazio che vide in epoca romana, scuderie e guarnigioni. La Villa aveva perso molto del suo antico splendore, ma non erano passati ancora cent'anni da quando il Vescovo lucchese Adalongo aveva voluto fissare in quelle terre una sua dimora. Ne era stata ridotta l'estensione, ma era stato conservato il piano alto. Ora che il territorio a Sud della Ripafracta era di propriet dei pisani Conti della Gherardesca, la Villa appariva come una tozza casa rettangolare disposta col fianco lungo a mezzogiorno. Su quella facciata aveva due entrate, quella di destra si apriva in una grande aula riattata a cappella per le Sacre Funzioni e da l, per una angusta scala, si saliva di sopra dove risiedeva la famiglia del prete. La met di sinistra della casa era occupata da stalle, cantine e dal piccolo alloggio dei contadini del prete. Nel tardo pomeriggio due uomini incappucciati e curvi nei loro mantelli di lana, sbuffavano sulla strada che saliva alla Villa, attenti a non scivolare nei solchi lasciati dalle ruote dei carri. Sebbene fossero solo cinquecento passi, la strada pareva un tormento ma ormai erano giunti. Badarono bene a non calpestare i piccoli cumuli di neve e aggirando l'invisibile cimitero si ritrovarono davanti alla grande costruzione. Si fecero accorti e silenziosi evitando la porta di destra e, lesti e furtivi, si insinuarono in quella di sinistra. Scendendo un piccolo gradino si accedeva ad una grande cucina dove un camino spandeva luce rossastra e calore. Seduto davanti al fuoco stava un uomo maturo e pi lontani intorno ad un tavolo erano, muti, sua moglie i suoi due figli.
Dov'?, disse uno dei due uomini appena entrato.
Il contadino seduto davanti al fuoco non si mosse e non apr gli occhi socchiusi. I due nuovi venuti si tolsero i mantelli fradici di neve, ma non osarono avanzare di un passo verso il fuoco.
Per l'amor di Dio, Ottavio, parlate!, ripet il pi alto dei due.
L'uomo al camino si volt verso i nuovi arrivati e i suoi occhi color acciaio brillarono dei rossi riflessi del fuoco. Senza proferir parola alz lo sguardo indicando il piano di sopra. Il pi giovane dei due uomini fece per muoversi ma l'altro
lo trattenne con sguardo di rimprovero. Infine Ottavio si alz e con lo sguardo indic la lucerna ad olio. Altea, lesta, porse il lume al marito tenendo gli occhi bassi a terra, come del resto i suoi due figli, Auro e Sista. Ottavio e i due venuti dal fiume salirono i tredici scalini di pietra che portavano al piano alto. Di sopra un'unica grande stanza divisa da setti di tela fungeva da magazzino, riserva di olio e stanze da letto. Nella parte pi bassa dove il tetto calava si poteva stare in piedi solo a fatica, quella era la parte sovrastante le stalle dei vitelli e delle vacche e nel pavimento di legno una botola con infisso un grande chiodo forgiato serviva da apertura per controllare le bestie durante la notte. In un angolo di quel solaio, sotto coperte di lana, giaceva un uomo. Ottavio avvicin il lume per permettere ai due di osservare; l'uomo disteso respirava con ritmo veloce, spesso aveva tremiti e spasmi e la sua fronte era imperlata da gocce di sudore. Occhi cerchiati di scuro, un naso deciso ma nobile e i capelli neri appiccicati sulla fronte era tutto ci che si poteva vedere.
 ferito, sussurr con un filo di voce Altea, appena salita.
Lasciaci soli, sibil Ottavio.
I tre si sedettero a terra e presero ad osservare in silenzio gli spasmi dell'uomo disteso. Se Ottavio non aveva voglia di parlare, gli altri due temevano di farlo. Erano saliti in casa dell'uomo pi rispettato di Orsignano, temuto per i suoi giudizi e ammirato per la sua rettitudine. Si diceva che in giovent fosse stato per mare e che avesse combattuto sotto le insegne pisane, ma lui non ne parlava e nessuno aveva mai osato chiedergli niente. Sotto di loro le bestie si mossero e Ottavio si allung per afferrare il grande chiodo. Osserv le sagome degli animali distesi, mentre dalla botola un lieve tepore di stalla saliva benefico a scaldare l'ambiente.
Tutto a posto, anzi niente a posto. Voi due siete gli unici a sapere e voglio sperare che la cosa rimanga tra noi.
Ci fu un cenno d'intesa, poi di nuovo silenzio. La voce di Sista arriv come un sussurro: La mamma manda a chiedere se gradite un poco di vino.
Gli occhi del pi giovane si illuminarono nel vederla apparire dalla scala e subito si spensero, quando il padre la ricacci al piano di sotto. Questi era Gerto, il figlio minore del mugnaio che insieme al fratello Maiolo, ora al suo fianco, mandava avanti il lavoro da quando loro padre era morto. Tra lui e Sista c'era sempre stata una simpatia ed ogni scusa era buona per poterla vedere, ma Gerto rispettando sommamente Ottavio, non aveva mai osato esprimersi e soprattutto ora che non aveva pi il supporto del padre, riponeva tutte le speranze nella mediazione del fratello maggiore. In fondo il loro padre e Ottavio erano stati buoni amici, quasi fratelli e non a caso in quella fredda domenica di gennaio erano stati chiamati loro e non altri, per essere messi al corrente del fatto. Maiolo ruppe il silenzio. Ottavio, ci hai fatto chiamare da Auro e noi siamo accorsi, ma ora dicci chi .
Ottavio spost il lume, si mise in ginocchio e scopr il corpo del giovane. Segni profondi lasciati da frusta e bastone, la pelle in pi punti rigonfia o strappata, tracciava sul corpo una mappa d'orrore e i polsi arrossati portavano segni di legatura. Con le grandi mani volt il giovane sempre tremante e sulla schiena, se possibile, ancor pi testimonianze di ferocia e cattiveria.
Non ha ossa rotte, forse una costa, per questo respira a fatica. Guardate queste ferite, son fatte da ferro appuntito, ma non per uccidere, pi per tortura e qui sulla gamba. Ottavio avvicin la lucerna. Questa  una bruciatura,  fatta con ferro rovente di piatto e non di taglio, come anche sotto il piede sinistro.
Ottavio ricopr il corpo martoriato e con fare paterno sistem meglio che poteva le coperte.
Non so chi sia quest'uomo e perch il destino lo abbia portato fin qui.  scuro di pelle ma non abbastanza per essere un moro, non  circonciso, portava segreti oppure notizie.
Gerto e Maiolo osservavano stupefatti Ottavio. Si era espresso con parole da speziale e si era comportato come un padre, ma verso uno sconosciuto. E poi c'era stata quella carezza sulla fronte sudata e loro che temevano il contagio d'un morbo e s'erano tenuti lontani furono presi dallo sconcerto e fissarono Ottavio. Apparve Altea e si sedette di fianco al marito che stavolta la lasci fare.
Eravamo alla Ca' Nova questa mattina dopo la Messa, a riprendere la verdura ch'era a sbiancare nelle acque calde.
Auro e Sista fattisi coraggio erano saliti, ma tenendo i piedi sui gradini facevano sbucare solo le teste sopra il solaio.
Io e Sista eravamo salite sull'acquedotto e stavamo ritirando gli ortaggi, quando di sotto nel fiume abbiamo visto passare questo corpo abbracciato ad un ramo.
Ottavio si era accorto dei figli dietro le sue spalle, ma lasci perdere e fece continuare la moglie.
Siamo scese di corsa, abbiamo bloccato il ramo che passava vicino alla riva e poi abbiamo recuperato questo ragazzo, respirava ancora.
Altea abbass gli occhi e la voce e arrossendo prosegu. Era nudo, perdeva sangue e abbiamo guardato le ferite, solo le ferite e poi a fatica lo abbiamo caricato sul carretto tra i cesti di cicoria ed insalata e siamo corse a casa.
Le due donne avevano scaricato il poveretto nella stalla ed erano corse a chiamare il marito. Sulle prime Ottavio si era infuriato, un uomo in casa sua, un uomo ferito, nudo, in casa sua! Cosa avrebbe detto la gente, cosa avrebbe detto quel demonio del prete se l'avesse scoperto. Ma poi guard il giovane, poteva avere l'et di suo figlio Auro, era ferito e tremante, aveva agito in fretta e lo aveva portato in casa, ma di sopra che non si doveva vedere. Poi aveva mandato il figlio al molino, doveva condividere la cosa con persone fidate, indagare e casomai denunciare il fatto o ributtarlo nottetempo nel fiume. Era adirato con la moglie e la figlia, ma al tempo stesso era ben consapevole che al loro posto avrebbe fatto lo stesso. Ottavio riprese a parlare. La fortuna di quest'uomo  di essere stato gettato nel fiume. L'acqua fredda ha impedito che si dissanguasse, magari potrebbe morire d'infreddatura, ma nessuna delle ferite  mortale.
Fece per alzarsi, Auro e Sista si precipitarono gi dalle scale per sparire alla sua vista. Scesero tutti in cucina e poi pi vicini al camino presero a discutere sul da farsi convenendo di aspettare l'indomani, magari qualche notizia in pi sarebbe circolata. Gerto e Maiolo si accomiatarono giurando il silenzio. La cena fu veloce, Ottavio non aveva voglia di parlare e di conseguenza nessuno fiat. I ragazzi adoravano il padre ma lo temevano e quella era la pi grossa pazzia che fosse mai capitata in casa loro. Dal canto suo Altea si sentiva in colpa per aver preso un'iniziativa cos importante senza consultare il marito e poi c'era la questione di aver visto e fatto vedere e toccare un uomo nudo alla loro figlia. Prefer stare in silenzio e non dare adito a discussioni che potessero compromettere la serenit ma in fondo, se ci si fosse trovato lui, cosa avrebbe fatto? La stessa identica cosa, ne era certa. Quel pensiero bast a risollevarla. Il camino era ormai un cumulo di braci roventi e come tutte le sere Ottavio ne riemp tre cardani. Sprangarono la porta e salirono di sopra, i ragazzi si sistemarono nei loro giacigli coi loro scaldini e cos fecero Ottavio e la moglie. Il contadino sprofond in un groviglio di pensieri. Chi era quell'uomo? Aveva fatto bene a chiamare Gerto e Maiolo?
Se il prete fosse venuto a sapere, cosa sarebbe successo? L'anziano sacerdote di Orsignano era ammogliato ad una giovane poco sana di mente che in quel periodo era gravida e aveva anche un altro figlio avuto in giovent e anche questo era prete, Curato dalle parti di Calci. In passato era stato accusato di simonia e nepotismo e anche se le accuse non erano state provate, era una persona viscida che faceva del sospetto il suo credo. Ottavio non lo temeva, anzi era forse vero il contrario e proprio per questo don Valerio gli si rivolgeva sempre con tono autoritario e sprezzante. Ma Ottavio non ne faceva un problema, il suo incarico di contadino della curia gli era stato affidato dal Vescovo Opizio in persona molti anni prima e il nuovo Vescovo Guido, che da due anni sedeva sulla cattedra pisana, gli aveva confermato il mandato durante una sua visita a Orsiniano. Le sue preoccupazioni erano altre: sua figlia, cosa sapeva degli uomini? Aveva ormai quindici anni e mezzo e Gerto era un giovane ammodo e fidato, ma anche l'onore della sua bimba con quell'uomo in casa poteva venir compromesso. Chi mai poteva aver infierito su quel povero ragazzo, perch torturarlo e quali segreti portava? Sarebbe sopravvissuto, aveva freddo, da dove veniva? Quei di Ripafracta avevano sempre imposto gabelle e vissuto sulle spalle dei poveracci che dovevano transitare da Lucca a Pisa e viceversa. Erano stati loro? Conciare cos un uomo era troppo anche per quei del castello, o forse no. Altea percep il rumore dei pensieri del marito, gli si fece vicino e lo abbracci.
Prendi le braci, valle a portare a quel ragazzo.
La casa sprofond nel silenzio fino a quando alle prime luci dell'alba del luned si sent bussare violentemente alla porta.
Apri Ottavio, sono io!
Don Valerio stava quasi per sfondare la porta e Ottavio, svegliato di soprassalto, scese di corsa temendo di essere stato scoperto. In un secondo si vide rovinato, i suoi averi perduti, i suoi figli derisi. Apr e vide che il prete era accompagnato da due uomini armati.
Hanno trovato il corpo di un uomo, url il sacerdote mentre ad Ottavio si piegavano le ginocchia,  incagliato nel fiume alle Manmozze, prendi il carro e andiamo.


Capitolo 2.
Anno 441 dall'Egira Halab al-Shahaba, primi giorni di Dhulhijja.

Sahl, seduto sul retro del carro con le gambe penzoloni, non stava pi nella pelle. Ogni tanto si voltava a guardare nella direzione di marcia sperando di veder apparire da un momento all'altro le mura della sua citt, Aleppo la Grigia. Erano i primi di Dhulhijja e anche se aveva perso il conto, la festa della Nativit doveva essere vicina e questo lo rallegrava. Dopo due anni di lavoro lontano dalla sua famiglia non vedeva l'ora di riabbracciare i sui genitori e i suoi fratelli, anche perch una sottile ansia si era impadronita di lui da quando il padre guardiano era venuto a svegliarlo nel cuore della notte.
Alzati, devi partire immediatamente.
Ma come e per dove?
Devi tornare a casa, c' bisogno di te, tuo padre ti ordina di tornare.
Quella chiamata gli era parsa strana e si era convinto che doveva essere successo qualcosa di triste. Suo padre gli aveva imposto all'et di sedici anni di lasciare Aleppo per andare ad apprendere l'arte nel regno di Axum. La famiglia di Sahl era cristiana e suo padre un famoso architetto. L'avvento dell'Islam aveva tollerato e lasciato prosperare cristiani ed ebrei, i popoli del libro, ma l'arte del costruire era tutta volta a realizzare la magnificenza di Allah. Anche la chiesa di Sant'Elena, coi suoi preziosi capitelli e una volta Cattedrale di Aleppo, era ora sede di una madrasa, una scuola coranica musulmana. Suo padre Fares aveva lavorato nei cantieri delle piccole chiese cristiane cos come negli opifici delle possenti moschee ed era molto stimato e rispettato anche dagli architetti musulmani. Aleppo in quei tempi era una grande enorme officina; anni prima tre terremoti succedutisi nell'arco di pochi mesi avevano arrecati gravi danni alla citt. Il Califfo al-Azim, successore del Profeta, desiderava che Aleppo tornasse al fasto dei tempi antichi ed aveva impiegato ingenti somme di denaro nella sua ricostruzione. Cos l'Emiro e Signore di Aleppo Nureddin, aveva avuto mandato direttamente dal trentaquattresimo successore di Maometto di organizzare i lavori. Alcuni architetti si erano distinti per saggezza, acume e capacit di trattare con committenti e lavoranti e Fares era uno di questi, forse il pi stimato, ma era cristiano e i suoi sogni di costruire una grande cattedrale dovevano rimanere tali in eterno. Aveva avuto tre figli maschi e si era sempre opposto alle loro richieste di imparare l'arte di costruire. Ma il pi piccolo dei tre, Sahl, lo seguiva di nascosto, lo spiava nei cantieri, frugava fra le sue cose nel piccolo studio dietro casa. Fares aveva preso ad osservare il piccolo Sahl e si era convinto che il giovane avesse talento ed una insolita dote, sapeva vedere e sapeva immaginare. Fares metteva una pietra squadrata a terra e subito Sahl misurava gli spazi e determinava le profondit, il ragazzo sapeva sognare ancor prima di progettare. Cos il padre aveva accettato di insegnargli il mestiere e Sahl aveva preso a lavorare nei cantieri. Portava macerie, sbozzava pietre, preparava il pranzo per i lavoranti, ma faceva tutto con allegria e nei periodi estivi sfruttava la pausa delle ore calde per scappare dal cantiere ed andare a lezione da Ismail, l'Astronomo. Il vecchio aveva viaggiato molto, era l'unico uomo di Aleppo ad aver visto ed usato la ruota di Anticitera. Sahl apprese l'uso dell'astrolabio, impar a calcolare il sorgere del sole e le fasi lunari, cresceva e si fortificava nel corpo e negli studi. Non pass molto tempo che padre e figlio costituirono una coppia inseparabile e il giovane Sahl, ormai quindicenne, si fece apprezzare per le sue doti. Un giorno, verso la fine di marzo, Fares chiam il figlio intento a squadrare una chiave di volta.
Ho chiesto udienza per oggi pomeriggio all'Emiro.
C' qualcosa che non va, padre?
No, ma stasera quando esci dal cantiere, va' a casa e prepara il tuo bagaglio, tua madre sa.
Sahl aveva le idee confuse, temeva qualche punizione ma non si ricordava di aver commesso errori. Venne la sera, il ragazzo aspettava sulla porta di casa il ritorno del padre, ma attese invano e dopo una cena consumata mestamente in compagnia della madre e dei fratelli, si coric abbracciando un sonno agitato.
Alzati!
Il sussurro penetr nel suo cervello come un dardo e in un attimo fu in piedi. Era l'alba e sua madre in cucina aveva versato yogurt di capra e marmellata di cedri e miele. Guard fuori dalla finestra, suo padre stava attaccando l'asino al piccolo carro. Poco dopo Sahl e Fares erano in viaggio con una buona scorta di acqua e cibo preparati dalla madre, mantelli e coperte per la notte.
Siete tornato tardi ieri sera.
L'Emiro ha avuto bont di ricevermi dopo la sua cena.
Cosa gli volevate dire?
Gli ho chiesto il permesso di partire, di assentarmi dal cantiere e dalla citt per due o tre giorni, mi coster caro ma me lo ha concesso.
Usciti dalla citt si diressero a Ovest raggiungendo il borgo di Dana. Da l proseguirono verso Nord, fino a Daretezzeh. Il sole era ormai alto nel cielo, entrarono in paese tra l'indifferenza generale e giunsero di fronte alla facciata di una antica chiesa. Sahl guardava la costruzione con ammirazione e rispetto ed il padre immaginava i suoi pensieri
Sosteremo qui e trascorreremo parte della notte.
Il ragazzo non afferr il senso del discorso, rapito com'era dalla maestosit della costruzione. Si sistemarono lungo il muro volto a tramontana e dopo aver consumato il pasto l'architetto lasci libero il figlio di circolare tra quelle sacre mura. A sera si riunirono al fuoco di altri viandanti, ascoltando storie di commerci e lontani mercati, poi si prepararono per la notte.
Cosa hai capito di questa chiesa?
 inscritta in un rettangolo perfetto e l'asse maggiore volge verso la levata del sole di un giorno d'inverno, forse il solstizio, ma non ho portato i miei strumenti per calcolarlo.
E poi?
Le mura sono spesse, troppo larghe per il peso del tetto, sono spesse senza apparente ragione e legate con squadre di metallo.
Questa  una zona dove il terremoto distrugge case e costruzioni, chi la progett la volle robusta perch reggesse anche al terremoto. Ora dormi.
Sahl sprofond in un sonno sereno, il far niente seduto sul carro lo aveva comunque stancato e poi non aveva ancora saputo dal padre quale fosse il vero scopo del viaggio, ma non aveva osato chiedere.
Svegliati,  ora.
Fares dovette ripetere il richiamo pi volte ma alla fine i due, dopo aver consumato focaccia e datteri, si misero nuovamente in marcia. Era notte fonda e Sahl aveva perso completamente la nozione del tempo. Le stelle sopra di loro brillavano immote.
Dove andiamo padre?
Era l'ora che tu facessi questa domanda, ma non ti posso
dire ancora niente,  una sorpresa per te e in fondo anche per me.
L'asino imbocc un viottolo che saliva dolcemente, la falce di luna bastava ad orientarsi e a non perdere la strada. Dopo una serie di curve e tornanti Sahl scorse dinnanzi a s una massa scura e informe, una collina sopra la collina, forse una fortificazione. Man mano che si avvicinavano la costruzione appariva sempre pi grande, ma ad un certo punto Fares devi dalla strada sostando poi in un piccolo spazio dov'erano riunite altre persone. Il padre scese dal carro e con fare complice abbracci alcuni dei presenti.
Questi  mio figlio Sahl,  anche il mio giovane apprendista.
Abbiamo sentito dire grandi cose di voi due e di te, giovane Sahl, ti auguriamo un grande futuro.
Sahl era disorientato, suo padre conosceva quella gente e parlava loro con tono amichevole e confidenziale. Osservando meglio not che c'erano altri ragazzi della sua et, ma ognuno di loro aveva lo stesso sguardo perduto e interrogativo che aveva lui. Decise di abbassare gli occhi e di attendere, erano in tutto una decina di persone e si sedettero a terra mantenendo il pi assoluto silenzio. Il sole primaverile rendeva l'aria dolce e piacevole, ma durante la notte le temperature scendevano e le brezze del deserto soffiavano gelide da Est. Sahl rabbrivid stretto nel suo mantello di lana mentre il tenue bagliore dell'alba cominciava a spandersi di fronte a loro. Man mano che la notte si diluiva nella tenue luce, la fortezza assumeva contorni pi decisi.
Da questo momento osservate tutto con attenzione e non permettete a niente di distrarvi. Osservate la posizione del sole, quella delle stelle, e di tutto ci che sta davanti a voi.
A parlare era stato suo padre.
Questa  un'alba unica, voglia Iddio che ne vediate altre, ma potrebbe non accadere mai pi.
Sahl osserv. Il chiarore era ormai intenso ma il sole non si poteva vedere perch la grande fortezza si frapponeva come ostacolo tra la luce ed i suoi occhi e la massa scura assumeva ora contorni decisi. Distante circa cento passi una costruzione col tetto a cuspide era piazzata come losanga a protezione di una enorme muraglia posta ancora pi indietro. Le grandi mura arretrate avevano decine, centinaia di archi e finestre sovrastate da una cornice e poi sopra, verso il cielo, gli spioventi dei tetti apparivano altissimi.
D'ora in poi conta sempre i tuoi passi, gli bisbigli il padre all'orecchio prima di alzarsi in piedi.
Il sole era sorto ma gli uomini si trovavano esattamente al centro del cono d'ombra che la mole della costruzione produceva. Il gruppetto si spost lateralmente rispetto all'edificio, prima a destra e poi a sinistra, senza avanzare di un passo. Il primo edificio davanti a loro aveva una pianta quadrata, era massiccio e dotato di molte finestre e porte al pianterreno, era staccato dal resto del complesso che si ergeva ancora pi lontano. Quel cambio di prospettiva fece apparire a Sahl la fortezza ancora pi possente. Avanzarono e si portarono a ridosso del primo fabbricato.
Questo  il battistero della chiesa pi grande del mondo, questo  il battistero di Qalat Samaan, San Simeone lo Stilita.
Sahl cerc ora gli occhi degli altri ragazzi e trovandoli not eccitazione, energia, forza, scienza. Erano come lui apprendisti, coi loro padri o i loro maestri venuti ad ammirare nel giorno dell'equinozio di primavera la pi grande costruzione cristiana mai realizzata. Fu preso dall'euforia e gli fu difficile conservare l'attenzione per contare i passi e misurare con lo sguardo ogni cosa. Avanzarono ed entrarono nel battistero dalla porta che si apriva di fronte a loro. Entrarono provenendo da Ovest, dalla parte oscura del mondo, dalla parte del peccato e con meraviglia si avvidero che l'interno aveva una pianta ottagonale. Percorsero il deambulatorio che si sviluppava lungo le pareti e dopo tre giri furono ammessi da un monaco a scendere tre gradini per accedere al centro. Un altro monaco era in piedi presso una vasca di pietra colma d'acqua, grande a sufficienza da contenere una persona, ma i nuovi venuti erano tutti battezzati e fu sufficiente immergere la mano destra e segnarsi col segno di Cristo. Uscirono da quella che era la porta orientata verso Est e davanti a loro videro l'immensa Basilica. Uno, due, tre,.. .duecento passi prima di varcare la soglia d'ingresso.
Non era una fortezza dunque, ma un'immensa costruzione che si sviluppava intorno alla colonna in cima alla quale San Simeone lo Stilita aveva vissuto per trentasei anni. Il Santo aveva pregato e predicato vivendo del cibo che pellegrini e fedeli gli avevano offerto usando una scala. Dopo la sua morte nell'anno del Signore 459, erano stati avviati i lavori di costruzione di una enorme chiesa. Lo spazio intorno alla colonna era stato delimitato da un chiostro coperto di forma ottagonale e da questa struttura si erano originate verso i quattro punti cardinali, altrettante enormi basiliche. Alla fine dei lavori, nell'anno 490, era la pi grande chiesa del mondo allora conosciuto. L'intero complesso formava una croce di pietre e sapienza disposte intorno ad un fulcro di fede. La basilica volta ad Est era adibita al culto, mentre le altre tre offrivano riparo ai monaci e ai pellegrini che giungevano da ogni parte del mondo. Sahl e gli altri si trovavano dinnanzi alla basilica Ovest. In facciata si aprivano tre porte sovrastate da arcate a tutto sesto al di sopra delle quali si stagliava un timpano triangolare. Quella centrale era enorme, Sahl non aveva mai visto niente di simile, si spost di lato per osservare i fianchi della costruzione. Una fila immensa di arcate cieche a destra come a sinistra ritmava le mura laterali. Sulla soglia si inginocchiarono, fecero
il segno della Croce ed entrarono. Possenti colonne spartivano lo spazio originando tre navate ancora immerse nella penombra e davanti a loro molto lontano, la luce seppure indecisa dell'alba, indicava il cammino da percorrere dentro l'edificio. Avanzarono tenendosi nella navata centrale della basilica volta ad Ovest e giunti in fondo, sorpassarono un arco accedendo allo spazio che racchiudeva la colonna. Era un enorme chiostro ottagonale e si sarebbe potuto allestire un mercato tanto era grande e spazioso. Sahl alz gli occhi verso il soffitto, l'ottagono sorreggeva una maestosa cupola tanto distante da non riuscire a scorgerla perfettamente. A destra e a sinistra si sviluppavano altre due immense basiliche, il giovane fece per spostarsi verso una di quelle, ma il padre lo trattenne e si incamminarono oltre la colonna di San Simeone, verso la basilica Est che li accolse inondata di luce. In fondo alla chiesa si aprivano tre absidi, le due laterali pi piccole avevano una sola monofora, quella centrale molto pi grande aveva cinque aperture inondate di sole, un ponte d'oro penetrava all'interno e segnava il cammino. Sahl fu rapito da quel richiamo e lentamente e senza contare passi, solo guidato dal ritmo veloce del suo cuore, segu la via. Si inginocchi, quasi cadde una volta giunto al presbiterio. Era estasiato, catturato da quel gioco di luce e buio, la presenza di Dio e di tutta la potenza della creazione era l davanti a lui. Quelle cinque finestre coniugavano perfettamente l'opera dell'Altissimo e quella dell'uomo. Da quelle cinque monofore passava la luce dell'astro del Signore resa docile dalla scienza dell'uomo. Fares osservava rapito il gioco del chiaroscuro, i contorni ora netti ora bui dei capitelli, vedeva i personaggi dei bassorilievi, cos come i florilegi scolpiti, prendere vita ed animarsi. Il vecchio architetto aveva sempre desiderato progettare una cattedrale tutta sua con quei giochi di luce e amore, ma era consapevole che per i sogni non c'era pi tempo. Guard il figlio.
Se devi fare un giuramento, questo  il momento!
Giuro che costruir una chiesa come questa, anzi ancora pi grande a lode di Dio lo giuro.
Fares chiuse gli occhi e in silenzio pregando e ringraziando, pianse. L'enorme complesso prese ad animarsi, pellegrini di ogni razza e colore cominciarono a deambulare per le basiliche e una folla variopinta ora inneggiante ora silenziosa invase pian piano ogni spazio. Il resto della giornata fu dedicato dagli architetti e dai giovani apprendisti ad osservare, misurare e speculare. Gli anziani impartivano a turno lezioni di statica ed estetica, citavano illustri predecessori, fossero essi astronomi, musicisti o letterati. In un giorno Sahl e i sui coetanei appresero e videro concretizzate decine di nozioni, capirono l'importanza della divisione armonica degli spazi, coniugarono numeri e calcoli a colonne ed arcate, sondarono gli spazi e misurarono profondit. A sera, dopo aver partecipato al rito dell'Eucaristia, ci fu il commiato e ognuno riprese la sua strada. Sul carro dondolante Sahl rimase per tutto il tempo volto verso il grande complesso basilicale finch pian piano non si confuse con il tremulo orizzonte. Dopo un lungo e complice silenzio Sahl si rivolse al padre: come facevate a sapere che avrei fatto un giuramento?
Fares sospir poi rispose con lo sguardo perso verso l'orizzonte. Molti anni fa mio zio mi accompagn a Qalat Samaan nel giorno dell'equinozio di autunno. Feci la tua stessa esperienza, mi inebriai di luce, sentii una voce in me che mi traeva verso quella sorgente luminosa. Mi sentivo un privilegiato, mi venne spontaneo ringraziare e giurare di ricompensare il Signore, ma non lo feci.
E perch, padre?
Perch quando avevo la tua et le cose in Aleppo non erano tanto tranquille, cristiani, musulmani ed ebrei non sempre hanno convissuto in pace. Mio padre, tuo nonno, era morto durante gli scontri alla cittadella, volevo giurare, ma ebbi paura. Ebbi il terrore di assumermi tutta quella responsabilit, di schierarmi, di...
Fares trattenne le briglie fermando il carro.
Vedi Sahl, io, tu, gli altri architetti, sappiamo cose che non dovremmo sapere, padroneggiamo una scienza che per i pi  oscura. Al tempo dei padri la parola di Dio era l'unica legge ma nei nostri tempi  ascoltata da pochi, quasi tutti quelli che vivono nella nostra terra sono seguaci del Profeta, io ero consapevole che non avrei mai costruito nient'altro che piccole cappelle o case per gli uomini. O forse fui solo un codardo e la vita mi ha ripagato non offrendomi mai una vera possibilit, ma per te  diverso, deve essere diverso, hai giurato Sahl, hai giurato!
Prese tra le mani la testa del figlio inondandola di lacrime e carezze. Il viaggio di ritorno impose una sosta per la notte ancora a Daretezzeh e la mattina seguente i due si rimisero in marcia verso Aleppo, sereni e felici, ma anche consapevoli di essersi assunti un impegno. Sahl era tornato da quell'esperienza pi maturo, pi riflessivo ed accorto, era cresciuto. Dopo circa un anno da quegli eventi, una carovana di mercanti aveva portato nella comunit cristiana di Aleppo una grande notizia. L'Imperatore Fasilidas, potente signore di Axum, cercava architetti per ingrandire ed abbellire la chiesa di Santa Maria di Sion che secondo la tradizione Etiope celava l'Arca dell'Alleanza. Una grande agitazione animava da giorni i cantieri in tutta la citt, Fares chiam a s il figlio.
Hai sentito anche tu?
S, padre.
Vorrei conoscere il tuo pensiero.
Sahl si sedette sulla soglia della loro casa, due anime combattevano in lui. Si sentiva adulto e pronto a partire per compiere una grande opera, ma da quando aveva appresa la notizia, rivolgeva alla madre molti pi sguardi di quelli necessari. Con un'ombra di tristezza e con la voce appena tremula trov per la forza per parlare da uomo.
Voi e la mamma siete la mia casa e la mia vita e i miei fratelli le colonne sulle quali posso poggiare, ma qui in Aleppo non potr mai onorare la mia promessa, non riuscir mai a costruire la mia chiesa.
E sia!
Fares pronunci quelle due parole in fretta, come se sostassero in attesa di uscire, le pronunci con un macigno posato sul cuore, ma la decisione era presa.
Padre, sussurr Sahl con un filo di voce, ma dov' Axum e come mai c' un signore tanto potente e tanto cristiano?
L'Impero di Axum si trova molto a Sud, oltre il mare Eritreo cos chiamato dai nostri avi perch vi galleggia sempre un'alga rossa. Quando il potente Re Salomone spos la Regina di Saba ebbero un figlio che chiamarono Menelik e questi da adulto torn nel suo regno. Molti ebrei della casa di Davide lo seguirono anche perch si dice che portasse con se l'Arca dell'Alleanza e questi ebrei si insediarono nelle alture del Gondar e del Tigr e furono chiamati Falasha.
Sahl aveva ritrovato il buonumore e ascoltava rapito il padre che riprese. Alla nascita del Cristo, molti ebrei Falasha si convertirono al vero credo e cos in quel regno, ancora oggi l'Imperatore e la maggior parte dei suoi sudditi sono cristiani come noi. Parlano una lingua antica, il Basketo o Busketo non ricordo, ma non avrai problemi ad impararla,  molto simile alla nostra. Fai molta attenzione al Busketo, ad ogni lettera e ad ogni parola corrispondono anche numeri, cifre come per la lingua degli ebrei. Potrai parlare e contare, comporre frasi e misurare, conosci gi il significato e l'uso dei numeri, ma quando sarai laggi, fai molta, molta
attenzione. L'imperatore vuole che la chiesa di Axum sia ampliata ed abbellita, c' bisogno di lavoratori attenti come te, fatti onore ma sii sempre umile e cerca di imparare cose nuove.
Si abbracciarono e mentre il padre entrava in casa da Sahl non visto, gli scese una lacrima. Pochi giorni dopo alcuni giovani apprendisti, architetti, scalpellini e posatori, un gruppo di circa venti persone, si un alla carovana di mercanti e partirono alla volta dell'Impero di Axum. Scesero a Sud, passarono Homs, Dimashq e poi Amman. Una catena montuosa alla loro destra li accompagn fino a che giunsero in vista del mare al porto di Aqaba. Sahl non aveva mai visto il mare e rimase affascinato ed atterrito da quell'enorme distesa fatta da riflessi di luce in perenne movimento. Attesero che tutte le merci fossero imbarcate su esili navi con vele triangolari e poi arriv il momento del distacco da quella terra riarsa dal sole, ma solida e sicura. Sahl aveva sentito narrare di predoni del mare, di tempeste, di animali marini, ma il viaggio fu tranquillo fino a Mitsiwa, dove sbarcarono. Dopo altre due settimane di viaggio oltrepassando Dogali, Asmara, Adi Ugri e un'infinit di piccoli villaggi e accampamenti lungo la pista dei mercanti, giunsero infine ad Axum. La citt sorgeva ai piedi di una brulla collina di forma circolare che sovrastava a Nord l'intero abitato. I mercanti condussero i lavoratori direttamente a quello che doveva essere il cantiere della chiesa ed enorme fu la delusione e il disincanto di Sahl quando vide ci che aveva tanto sognato. Una misera costruzione a base quadrata, bassa e impolverata dalla rossa sabbia del deserto. Non c'era nessuno ad attenderli, i mercanti si accomiatarono e proseguirono per la loro strada. Da una delle porte, si affacci un anziano monaco, non fu gioviale e nessuno comprese ci che diceva, ma condusse i lavoranti in una casupola dietro la chiesa. Si fece rapidamente sera e Sahl amareggiato e deluso prese una rapida quanto avventata decisione. Attese che tutti si fossero addormentati e scapp in cerca della carovana dei mercanti. Girovag fra le basse casupole di Axum, ma ormai era notte e in giro non c'era anima viva, si sistem sotto un portico e si lasci addormentare. Il risveglio fu amaro, la sua presenza era stata notata sin dalle prime luci dell'alba e la voce si era sparsa rapidamente. Il padre guardiano aveva inviato due monaci a riprenderlo, fu condotto al cantiere, fu spogliato, legato ad un palo e sottoposto alla punizione della frusta. Sahl svenne alla seconda frustata, ma il monaco che lo fustigava non se ne cur. Fu slegato e portato dai compagni nella casupola. Le ferite sulla schiena e sul torace si infettarono rapidamente, Sahl fu assalito dalla febbre e dal delirio. In un dormiveglia popolato da incubi e visioni, ogni tanto vedeva suo padre che lo istruiva. Parlano una lingua antica, il Basketo o Busketo non ricordo, ma non avrai problemi ad impararla...
Con la bocca riarsa e le labbra screpolate, pronunciava a fatica sempre e soltanto una parola: Busketo, Busketo.
Intimoriti dalla ferocia della punizione, i compagni di Sahl si rassegnarono al loro destino e nei giorni che seguirono iniziarono ad avere contatti con i monaci e la loro lingua. I lavori iniziarono dopo una settimana. Giunse un anziano che menava una coppia di buoi. Discusse a lungo col padre guardiano, l'unica persona che poteva accedere all'interno della chiesa. Confabularono, litigarono, ma alla fine il vecchio attacc un aratro e tracci un perimetro quadrato, lasciando al centro la chiesa. Fra i gesti e le prime poche parole del dialetto Busketo che avevano imparato, i lavoratori di Aleppo capirono che dovevano ampliare il solco. Sarebbe diventato il fondamento della nuova chiesa che andava costruita contemporaneamente allo smantellamento della vecchia. Nessuna pietra doveva andare sprecata e nessun nuovo materiale sarebbe stato impiegato. Si
accesero dispute e scommesse, ma alla fine prevalse l'idea proposta dal pi anziano. Anzich innalzare mura molto spesse, avrebbero eretto quattro pilastri per lato e gettato tra questi arcate a tutto sesto. Il peso del tetto sarebbe stato distribuito su questa struttura, cos lo spazio al di sotto di ogni arcata poteva essere tamponato da sottili pareti di pietre pi piccole o da materiale di scarto. Si sarebbe originato un sistema di arcate cieche, le stesse che Sahl aveva visto a San Simeone. I primi giorni di lavoro furono durissimi, il sole di quelle latitudini non concedeva tregua ed il padre guardiano era un capo cantiere inflessibile. Fu deciso di demolire una parete alla volta e di utilizzare i materiali recuperati per edificare i pilastri. Cos la vecchia chiesa sarebbe scomparsa un poco alla volta e la nuova sarebbe cresciuta di pari passo. Questa soluzione and a genio anche al padre guardiano che non voleva e non poteva permettere a nessuno di osservare il Sancta sanctorum che secondo la tradizione celava l'Arca dell'Alleanza. La salute di Sahl andava migliorando, era ancora molto debole, sporco e impastato di polvere e sudore, ma sentiva di riacquisire le forze. Nelle pause del pranzo i compagni gli portavano un po' di cibo e gli raccontavano della chiesa. Sahl si era pentito del suo impulsivo gesto, l'idea che l fuori stesse nascendo una grande chiesa lo eccitava, ma era ancora troppo debole per alzarsi. Qualche mattina dopo si present al cantiere con gli altri, ma il padre guardiano lo condusse in un locale accessorio alla vecchia chiesa adibito a cucina. Divenne il cuoco del cantiere, lui, Sahl figlio di Fares, l'architetto costretto a cucinare e pulire, lontano dalle pietre, lontano dai progetti e, se fisicamente era ormai ripreso, il suo morale era invece dei pi tetri. Sopport quella che lui reputava una umiliazione con pazienza e tenacia, impar pian piano a contare, a scambiare poche parole, a conversare brevemente coi mercanti di verdure, con quelli di pollame. I neri abitanti di quella terra gli apparivano tutti terribilmente minacciosi, il sole e il caldo del fuoco della cucina erano insopportabili, ma seppe resistere. Dopo circa tre mesi uno dei suoi compagni cadde da una impalcatura ed ebbe problemi a camminare. Fu cos che Sahl si guadagn l'aria aperta e cedette il posto di cuoco. Quella che doveva essere la sua chiesa, la chiesa della promessa, era ormai la chiesa dei suoi compagni. Deluso, ma anche punto nell'orgoglio, si gett nel lavoro a capofitto e le sue doti di scalpellino e posatore emersero poco alla volta. Il padre guardiano rimaneva talvolta assorto in una sorta di contemplazione osservando Sahl lavorare. Ogni pietra che lui toccava assumeva in fretta contorni regolari, lo scalpello agiva deciso e la forza impressa alla mazza era sempre quella giusta. Pietre angolari, chiavi di volta, cornici, losanghe, tutto ci che usciva dalle sue mani, appariva perfetto. A sera al calar del sole e talvolta al mattino, Sahl indugiava con pertiche e bastoni, giocava con le ombre di questi, segnava numeri e misure su un vecchio rotolo di pergamena. Si era costruito uno gnomone e con filo a piombo e piccoli tratti di corda sottile, passava ore intere a misurare. Sahl prendeva ordini dall'architetto anziano che ormai aveva assunto il controllo del cantiere, ma un pomeriggio il padre guardiano gli si par innanzi. Fece cenno al ragazzo di seguirlo e lo condusse con s sulla brulla collina che sorgeva alle spalle del cantiere. Dopo una breve camminata giunsero alla sommit dove sedettero e attesero. Il sole stava scendendo rapidamente e l'orizzonte era ormai infuocato. Il padre guardiano tracci col suo bastone alcuni segni sul terreno. Linee, curve, il loro dialogo si arricch di moltissimi segni e poche, pochissime parole, ma Sahl comprese alla perfezione. Da quel giorno prese ad alzarsi molto presto, si recava sulla collina ed attendeva il levare del sole. Il resto della giornata lo trascorreva a scolpire e intagliare pietre che sarebbero diventate le cornici di tre monofore. Il giorno prestabilito, all'equinozio d'autunno, dopo circa cinque mesi dalla sua partenza da Aleppo, Sahl blocc i lavori, tracci nel cantiere segni e linee con la calce bianca e dette ordini ai compagni. La chiesa cresceva, la prima delle monofore fu collocata sapientemente sul muro ad Est cos che il primo raggio di sole del mattino potesse penetrare nella chiesa e illuminare l'Arca dell'Alleanza. Nei mesi successivi fu lo stesso per la finestra a Sud e per quella a Ovest. Sahl progett ed ide altre aperture, altre finestre o piccoli fori di varie dimensioni e posti ad altezze diverse. A qualunque ora del giorno, il sole poteva entrare nella chiesa e illuminarne quella misteriosa teca di legno e ferro sempre chiusa, l'unica cosa che Sahl era riuscito a vedere. Per poter dirigere i fasci di luce verso il Sancta santorum, il padre guardiano aveva concesso a Sahl di entrare ed il ragazzo, pur non avendo visto l'Arca, ne aveva percepita la presenza e la potenza. Molti giorni erano passati da quelle dieci frustate, una vena di apprensione era sempre presente negli sguardi, ma la fiducia e il rispetto avevano occupato il posto della diffidenza e della rabbia. Quella era la chiesa del padre guardiano, era la chiesa dell'anziano architetto, ma Sahl aveva pian piano saputo ritagliarsi un ruolo importante. Furono terminate le strutture esterne, fu dato inizio alle opere di copertura che il padre guardiano volle a forma di piccole cupole. La delusione e lo scoramento dell'arrivo erano ormai dimenticati, tutti lavoravano con lena. Sahl e gli altri ragazzi pi giovani fantasticavano a sera su quella Santa Arca e facevano scommesse su chi prima o dopo sarebbe riuscito a vederla. Gli anziani li lasciavano fare, ma talvolta li ammonivano e ricordavano loro gli episodi del Vecchio Testamento. Il libro di Samuele narrava che un tale di nome Uzza tocc l'Arca per sbaglio e rimase folgorato all'istante e quello di Giosu raccontava come l'Arca stessa riusc a far crollare le mura di Gerico. Lavorare a due passi da quel grande mistero moltiplicava le loro energie. La chiesa di Santa Maria di Sion era quasi terminata, dopo oltre due anni di durissimo lavoro. Era stata progettata e sognata senza il contributo di Sahl, non era la sua chiesa, non aveva onorato la sua promessa. Per quell'edificio quadrato che parlava molte lingue si esprimeva anche coi giochi di luce e buio che Sahl aveva saputo creare ed il giovane architetto ne era fiero. Cos era arrivata quella notte nella quale il padre guardiano aveva svegliato il giovane per annunciargli che sarebbe tornato a casa. Raccolse le proprie cose e dopo aver ricevuto i saluti e gli abbracci dei compagni si conged dirigendosi verso il mercato dove una carovana attendeva per partire verso Nord. Il padre guardiano lo ferm e gli porse sul palmo della mano un piccolo monile.
Grazie, che cos'?
Osservalo bene, ne hai cucinati molti qui ad Axum.
 vero, ha la forma dei fagioli viola che compriamo al mercato, ma ,  d'oro!
Se tu avessi covato meno rabbia e meno risentimento, ti saresti accorto che la forma di questi fagioli nella porzione convessa segue il profilo di una curva aurea. Questo fagiolo si chiama Dolichos, racchiude e rappresenta, con la sua semplice forma, secoli di storia e tradizione. Ogni architetto di valore nell'Impero di Axum, ne possiede uno.
Il padre guardiano spieg a Sahl che la parola Dolichos aveva anche un altro significato. Era la corsa effettuata sulle lunghe distanze dagli atleti al seguito del grande Alessandro Magno. Chi vinceva aveva doti di forza, resistenza, doveva anche essere un buon stratega, doveva saper perseverare le forze nei momenti meno favorevoli e approfittare di quelli migliori. Come l'architetto gestiva per anni Un cantiere, cos un corridore di Dolichos doveva per ore gestire una difficile competizione.
 un onore per me, padre guardiano e mi scuso se talvolta non sono stato all'altezza delle vostre aspettative.
Porta sempre con te questo ciondolo d'oro, sia il tuo simbolo, il tuo lasciapassare, non perdere mai questo Dolichos.
Sahl si conged, con animo turbato e commosso raggiunse i mercanti in partenza e si apprest a compiere a ritroso il lungo viaggio verso casa. Ora Sahl, seduto sul retro del carro con le gambe penzoloni, non stava pi nella pelle. Ogni tanto si voltava a guardare nella direzione di marcia sperando di veder apparire da un momento all'altro le mura della sua citt, Aleppo la Grigia. L'uomo Sahl tornava a casa.


Capitolo 3.
Anno Pisano 1063 Indizione 15 Pisa, ultimi giorni di Gennaio.

L'Arno scendeva dai monti ed attraversava tutta la pianura scorrendo da levante verso occidente. Molte leggende trasmesse da padre in figlio narravano di come Pisa fosse sorta e si fosse espansa solo sulla riva destra del fiume, quella a Tramontana. Le case ed i palazzi erano dapprima sorti in una zona rialzata e asciutta detta di Ponte e poi la citt si era accresciuta fino a lambire le acque del fiume e quella nuova zona compresa fra l'antico insediamento ed il corso d'acqua era chiamata di Mezzo. Al tempo dei Longobardi i pisani avevano riorganizzato le difese cittadine fortificando tutto l'abitato ma ormai con la prosperit dovuta ai commerci, molte costruzioni erano sorte fuori dal cerchio di mura ed anche sulla sponda opposta dell'Arno, quella a Mezzogiorno. Un golabio carico di merci discendeva lentamente le acque del fiume manovrato da un solo barcaiolo. A sinistra, nella parte di Mezzogiorno, l'argine era invaso da un susseguirsi di bassi magazzini e approdi per le merci. All'altezza del grande ponte in pietra l'imbarcazione si port a destra e l'uomo al timone gett una cima ad alcuni ragazzi che attendevano sulla sponda. Sopra le loro teste torreggiavano le case dei facoltosi mercanti pisani. La citt alla destra del fiume appariva salda come una roccia, mentre osservando l'altra riva pareva di percepire la presenza di un grande accampamento apparentemente disorganizzato. La zona di Mezzogiorno era rimasta inabitata per secoli ma negli ultimi anni vi avevano trovato riparo mori e stranieri d'ogni terra e i commercianti pisani avevano costruito i loro magazzini ed i loro rimessaggi navali in riva al fiume. Dopo la conquista di Bona le ricchezze arrivate in citt avevano permesso una rapida espansione ed ormai anche a Mezzogiorno si trovavano alcune lussuose case torri. Parallela alla riva sinistra dell'Arno correva a circa duecento passi di distanza un'antica via romana, l'Aemilia Scauri. Dall'argine si diramavano vicoli e camminamenti affiancati l'uno all'altro che come i denti di un pettine correvano perpendicolari dalla via d'acqua a quella di terra. Questi vicoli, soprattutto nella zona della chiesa di San Martino, erano coperti da teli tesi fra le basse abitazioni e al riparo del sole e della pioggia c'era un mercato permanente dove era possibile reperire ogni genere di mercanzia, soprattutto quelle provenienti da oriente, era un vero e proprio Souk conosciuto e rinomato in tutti i porti del Mediterraneo. I mori chiamavano quella zona del Kun souk o del mercato coperto ma per i pisani era semplicemente Kinsika. Il Conte Giovanni Orlandi aveva deciso di vivere in una casa nuova a tre piani posta proprio in Kinsika rifiutando l'alloggio che gli spettava in citt. Da l poteva meglio gestire i suoi affari e comunque si trovava pi a suo agio con la gente di mare che con i notabili cittadini. Quella mattina usc di buon'ora dalla sua casa in Via della Pera, si diresse verso l'Arno transitando per Via de' Mori e poi sbuc in fronte al fiume. Mai poteva prevedere che quel tranquillo luned di lavoro si sarebbe trasformato in un giorno da dimenticare. Scese alla sponda per assicurarsi che ogni lavorante fosse al proprio posto nei fondaci di sua propriet e che tutto filasse secondo le sue disposizioni. Si trattenne fino a met mattinata e poi si risolse di proseguire i suoi uffici. Risal l'argine e cammin per pochi passi prima di svoltare a destra per traversare il ponte. Alz gli occhi, ai lati della rampa che saliva dolcemente a formare una schiena d'asino: due pennoni di legno d'abete sostenevano altrettanti vessilli rosso scarlatto con la croce pisana. Nell'anno 1017 i pisani avevano armato una flotta per scacciare i mori di Sardegna e Papa Benedetto settimo aveva concesso a quei legni cristiani l'onore di combattere alzando il vessillo rosso ornato dalla croce d'argento con dodici pomi. Dopo la vittoriosa impresa nell'isola, gli stendardi rossocrociati non avevano mai smesso di sventolare nei punti pi alti e simbolici della citt. Nel mezzo della campata si ferm a rimirare la sua Pisa ed inspir a pieni polmoni l'aria gelida del mattino. Gli mancava la sua nave e il sapore del sale sulle labbra e mal sopportava quel ruolo di Console del Mare che era stato costretto ad accettare da quando era giunto vittorioso dalla presa di Palermo. Si affacci dalla balaustra a guardare i possenti piloni di pietra che fendevano le acque come la prua di una galea. Era poco pi di un ragazzo, ma si ricordava perfettamente quando il comandante della flotta pisana Sigerio Matti era rientrato dalle imprese di Bona e di Lipari recando un grande bottino di guerra. Cos nel 1035 si era dato inizio alla costruzione del ponte di pietra per sostituire quello di legno che traversava il fiume poco pi avanti e che originava sulla riva sinistra d'appresso allo spalto della chiesa di Santa Cristina per adagiarsi a Tramontana di fronte a ci che rimaneva della Porta Aurea. A quell'epoca, percorrendo la Via Aemilia Scauri e traversando quel ponte, si entrava in Pisa varcando l'antica Porta d'Oro. Ora che Pisa si espandeva fuori dalle antiche mura, ampie parti di queste erano state abbattute per lasciare spazio alle nuove e pi utili strutture cittadine. Cos anche quando era stato edificato il ponte di Mezzo, erano state abbattute porzioni di mura a Tramontana, soprattutto l'estremo angolo a levante, originando una piazza di forma irregolare detta Canto del Diamante. Ormai da quasi trent'anni il ponte di Mezzo era compiuto, ma il Conte gettava sempre uno sguardo ai piloni, a monte e a valle, ogni volta che lo oltrepassava. Fece pochi passi e si ritrov ad osservare la schiuma generata dalle acque in uscita dalla possente struttura, la stessa schiuma che ribolliva a poppa dei timoni delle sue galee. Con le mani poggiate sulla solida pietra del parapetto osserv la parte di Tramontana e ci che restava della fortificazione cittadina affacciata sull'Arno. Le antiche porte si succedevano a distanza regolare, la pi vicina, la Porta Rossa, era anche la pi piccola di dimensioni, poi la Porta alla Pietra e avanti la Porta d'Oro. Da l, in poi le mura erano state smantellate e i pisani avevano creato lo scivolo al fiume dal quale varavano le loro navi costruite nei grandi cantieri posti nella platea dietro a San Nicola. Infine le mura riprendevano e l'ultima porta in faccia al fiume era proprio la Porta di San Nicola, dappresso all'ultima chiesa a ponente edificata entro le mura. Il Conte era orgoglioso del fatto che una s potente citt potesse permettersi di abbattere le proprie mura. Nessuno avrebbe mai osato avventurarsi a Pisa a cercare rogne. Forse erano necessarie mura pi ampie che raccogliessero anche chiese, orti e genti che al momento a Tramontana, quanto a Mezzogiorno, vivevano extra muros. Si rinvenne dal suo divagare e scese verso la citt vecchia. Al Canto del Diamante tir dritto imboccando Via delle Colonne e lasciandosi a destra Porta Samuel dalla quale originava la Via de' Mercanti. Non fece caso alla mole scura della piccola chiesa del convento di San Michele fuori le mura, non si sentiva in animo di aver bisogno di Dio. Nella fredda aria del mattino la citt brulicava di uomini e donne intenti ad affari, commerci, o dispute. Tutti conoscevano il Conte ed ora anche Console Orlandi e lo omaggiavano di un benevolo quanto rapido saluto. A Pisa i cittadini, i minori, i medi e i potenti erano uguali davanti agli ordinamenti del Consiglio degli Anziani e non v'era atteggiamento di reverenza o sudditanza negli occhi di chicchessia. Il Conte passando ricambiava con ampi cenni e spendendo qualche parola in pi per quegli uomini che nei tempi d'arme erano stati al suo fianco per mare e per terra. La strada, tanto a destra quanto a sinistra, era fiancheggiata da colonne che originavano lunghi e paralleli porticati. Sotto le logge, variopinte botteghe straripavano di merci d'ogni genere e i colori e i profumi si fondevano e mutavano ad ogni passo. In fondo a Via delle Colonne si poteva uscire dalla citt piegando a destra e oltrepassando la piccola Porta di Calcesana, oppure proseguire dritto in Via del Borgo o prendere a sinistra la Via San Felice che conduceva alla Piazza delle Sette Vie. Il Conte Giovanni Orlandi era diretto al Palazzo degli Anziani e volt a mancina. Qualche passo prima della chiesa di San Felice si ferm in mezzo alla via e alzando gli occhi a destra, rimir la lunga Via delle Sette Volte. La strada era sovrastata da sette campate di ponti in muratura che una volta aggettavano su un corso d'acqua, ma che ormai da anni la citt aveva provveduto a bonificare ed interrare. I sette ponti erano rimasti e poderose case erano sorte poggiandosi sulle volte. L'Orlandi si beava della belt di Pisa, gli dava serenit e gioia il soffermarsi ad osservare edifici ed architetture, un po' come un padre fa con un figlio. Non amava la carica che ricopriva, ma sentiva la citt come stesse poggiata sul palmo della sua mano e come poteva, la carezzava con l'altra. Con passo deciso raggiunse la Piazza, ma proprio mentre stava per salire la scalinata del Palazzo, si sent trattenere da un ragazzo accaldato ed agitato.
Console, Console, perdonatemi, vi stavo cercando.
Dimmi, bimbo.
Il vescovo Guido desidera vedervi urgentemente.
Il buonumore scomparve dal volto di Giovanni Orlandi che si decise di togliersi subito da quel malaffare anzich attendere oltre. Andiamo.
Scese i gradini che aveva salito e prosegu a fianco del giovane attraversando tutta la piazza. Davanti a loro si parava Via di Cortevecchia, con la Chiesa di San Pietro a sinistra e l'imponente mole della Torre della Muta a destra. Il Console, sperando nell'aiuto divino, si fece il segno della croce passando davanti a San Pietro e prosegu maledicendo la sorte, imboccando l'antico Decumano. All'incrocio col Cardo, si volt verso destra scorgendo in fondo alla via la sagoma della chiesa di San Giorgio in Ponte e si segn di nuovo. Prosegu nella Carraia di Porta Buoza, il ramo di ponente del Decumano in fondo alla quale si apriva l'omonima porta. Fu tentato di prendere la corsa ed uscire dalle mura per poi perdersi nel labirinto di canali e stagni della campagna pisana che guardava verso il mare, ma rassegnato pieg invece a destra entrando in Via santa Maria. Nel traversare il quartiere della cereria e degli speronai non rivolse pi saluti a nessuno e i pisani, incontrando quel volto scuro, fecero vista di non vederlo passare. Istintivamente si rivolse al ragazzo che faticava a tenere il suo passo: Cosa ci fa un ragazzo forte come te al servizio di quello?
Vedete, mio padre era al servizio del Vescovo Opizio che per mor e poi,  venuto questo e...
E quel meschino ti manda scalzo con questo freddo?
Mi sono tolto gli zoccoli a scarpa per correre pi veloce, per Voi...
Ti giuro che se oggi le cose vanno come dico io ti prendo al mio servizio, come ti chiami?
Rimondino Toccafondi.
E quanti anni hai?
Quasi dodici, via undici, Console.
Mentre l'animo del giovane si faceva leggero e la sua fantasia lo portava a veleggiare per mare, l'umore del Console diveniva pi nero ad ogni passo e nonostante il freddo di quel gennaio, sentiva il sudore correre lungo le spalle. Uscirono dalla Porta Picelle e si ritrovarono nell'ampio spiazzo ove sorgeva la chiesa di Santa Maria, fatta erigere dai Duchi Longobardi centinaia di anni prima.
Dov' che mi aspetta, in chiesa?
No Console,  al Vescovado.
Il Console aveva attraversato tutta la citt vecchia dall'angolo di Sud-Est fino a quello di Nord-Ovest, seguendo quasi una diagonale dell'antico rettangolo cittadino ed ora si ritrovava nuovamente fuori le mura in uno spazio dedicato al culto e alle sepolture da antichissimo tempo. La chiesa di Santa Maria era ormai piccola e umile per la gloria di quella citt ed il Console carezzava da tempo l'idea di far innalzare un edificio maestoso. Appena rientrato da Palermo aveva chiesto ed ottenuto con l'appoggio di tutta la cittadinanza di costruire un tempio che manifestasse la gloria di Pisa. Il Vescovo sulle prime si era opposto, poi aveva assecondato l'idea e aveva deciso di chiedere aiuto ad Anselmo da Baggio che, anche se eletto Papa col nome di Alessandro secondo, aveva mantenuto ed onorava la carica di vescovo di Lucca. A questo punto erano iniziati i diverbi e i dissapori tra il Vescovo ed il Console rappresentante della Citt, erano volate parole grosse e si era addirittura profilato il rischio di una scomunica. Il Console Orlandi era infuriato col Vescovo Guido che gli aveva rovinato anche la festa per la vittoria sui musulmani di Palermo. Il Vescovado era costituito da una serie di casupole basse e scalcinate poste fra l'ingresso della chiesa e il battistero ottagonale di San Giovanni. Quella piazza andava sistemata, il progetto doveva essere affidato ad un grande architetto, la gloria di Pisa e la gloria di Dio dovevano cristallizzarsi in un grande monumento destinato a vita eterna. Poi sarebbero venute le mura, il Console aveva chiaro un progetto di ampliamento e miglioramento della citt e coccolava le sue idee come fossero figli. Entr senza bussare nel Vescovado e si infil nella stanza di Guido da Pavia.
Mi avete fatto chiamare, eccomi!
Sono desolato potente Console, di avervi distratto dai vostri uffici, ma vedete, mi  giunta voce di una nave approdata dall'oriente e del vostro architetto non c' ombra.
Il Vescovo, basso di statura, se ne stava seduto dietro uno scrittoio dal quale emergevano solo la faccia e le spalle. Pi che un uomo aveva l'aspetto di un sorcio che mette la testa fuori dal buco annusando l'aria. La stanza male illuminata e volta a Nord conferiva a quel ceruleo uomo di chiesa un aspetto repellente. Giovanni Orlandi, abituato alle fresche brezze del mare, si sentiva soffocare in quell'angusto spazio, ma per quanto si sforzasse di trovare argomenti, sapeva di aver stretto un patto col Vescovo lombardo e di essere in difetto.
Il tempo non  ancora scaduto, abbiamo ancora questa settimana.
Lo so, caro Console, ma siccome non mi rivolgete parola dalla notte di Natale, ed  passato ormai un mese, ci tenevo a ricordarvi che alla fine di gennaio, se il vostro architetto non si sar fatto vivo potr disporre del nuovo progetto a mio piacimento.
Voi non disporrete di un bel niente, i fondi per l'avvio della fabbrica sono del popolo pisano e voi non avete nessun diritto di...
Certo, caro Console, lo interruppe il vescovo, ma sapete bene che senza il mio benestare questa chiesa immensa che il popolo vuole non si far. E poi Dio non ama splendore e magnificenza, ma umilt e povert e codesto abominio che volete costruire porter la sua ira e la sventura sulla citt.
Il Console irato poggi le mani sullo scrittoio e sporgendosi in avanti arriv a parlare sul muso del Vescovo. Siete stato inviato qui da quel monaco cencioso e maremmano, fino a qualche tempo fa Pisa non era considerata da nessuno, ora che abbiamo dimostrato il nostro valore, ci vogliono tutti tenere sotto controllo.
Non vi permetto di insultare Ildebrando de Soana, il pi cristallino e fedele servo del Signore, l'esempio irraggiungibile per tutti i mortali!
Macch cristallino esempio, mena la danza di tutti i cardinali, li fa eleggere al soglio di Pietro e poi muoiono come mosche, ammazzati, avvelenati, e lui? Niente, sempre vivo a tramare. E manda voi da Pavia, la citt che fu reggia e che ora ha rinnegato il Re e l'Imperatore, citt di traditori, manda voi a far da spia!
Il vescovo si accomod sulla sua sedia e cambi tono, passando dall'ira ad un fare mellifluo e sibillino, vedete Console, non si tratta di fare la spia, fuori dai confini di questa citt c' chi si chiede se i pisani siano tutti impazziti, che si son posti addirittura fuori dall'autorit del Marchese di Toscana. Vero  che non sia uno stinco di Santo, ma  pur sempre vassallo del vostro imperatore. Ora nel gioco delle convenienze, non credereste opportuno stare dalla parte del monaco maremmano, come lo chiamate voi, piuttosto che cullare un Imperatore bambino che prima o poi scender in Italia e per capriccio, magari, vi spazzer via con un gesto della mano?
Il Console perse le staffe e, dimentico di alcuni buoni propositi fatti durante il tragitto, alz la voce, vi sia chiaro una volta per tutte che a quel fiorentino, anzi a quell'arabo di terra del Marchese, noi pisani non dobbiamo nessun rispetto. E poi voi sareste l'umile servo di Dio? Voi non siete servo del Signore, ma di quel vostro amico milanese che fu vescovo di Lucca e che ora fa il Papa lontano da Roma col nome di Alessandro secondo. Lo sanno tutti che Anselmo da Baglio governa col favore dei Normanni, ma sapete bene che noi siamo fedeli all'Imperatore dei Germani e riconosciamo
Papa solo Onorio secondo che siede regolarmente sulla sedia di Pietro!
Il vescovo scatt in piedi e a dispetto della sua figura gracile e minuta reag con l'impeto di un soldato, anche se i Duchi tedeschi hanno proclamato Papa Onorio secondo, io sono e resto amico di Anselmo e ora che  Papa intendo avvalermi dei suoi uffici. E poi  un grande esperto di cantieri e a Lucca ha dato prova della sua abilit. E se entro la fine della settimana il vostro architetto non metter piede in questa stanza, Anselmo provveder a trovare chi sappia progettare la chiesa cattedrale!
Il Console, preso alla sprovvista dalla reazione del Vescovo, si era dapprima ritratto all'indietro, ma a quelle ultime parole scatt come un felino.
Pisa non avr mai un architetto lucchese, mai!
E fece per uscire scalciando la porta. Il Vescovo veloce gli corse dietro e prima che uscisse dal Vescovado, con fare untuoso gli sussurr ghignando, non solo far progettare la mia cattedrale da Anselmo, ma il prossimo luned far sapere al popolo come avete tradito la fiducia del Conte Ruggero d'Altavilla!
A udire queste ultime parole il Console si fece bianco in volto e fu colto dal mal di mare, lui, il comandante della flotta pisana ma riprese e furente ed accaldato, inve contro il Vescovo, dovreste fare pi attenzione agli editti dell'imperatore invece di ficcare il naso della nostra citt. Lo sapete bene che ha proibito il matrimonio ai preti e invece quasi tutti quelli che avete qui intorno ci inzaccherano con le loro famiglie senzadio!
Giovanni Orlandi pass davanti al volto deluso di Rimondino Toccafondi, rassegnatosi ad attendere per tutta la vita agli uffici del Vescovo. Il Console percorse velocemente la strada a ritroso e la notizia del suo ennesimo diverbio col Vescovo lo precedette diffondendosi in tutta la citt. Quello scontro lo aveva logorato pi di una notte di tempesta in alto mare. Era fiero, caparbio e vincente, ma la sua sicurezza cominciava a vacillare. Decise di cercare riparo in un porto sicuro, rientr dentro le mura attraversando Porta Picelle e sal per Via Santa Maria. Svolt a sinistra nella Carraia di Porta Buoza e giunto all'incrocio col Cardo, si dimentic di guardare verso San Giorgio e volt nella direzione opposta prendendo il Decumano che scendeva a mezzogiorno ora chiamato dai pisani Via dei Cantieri. Per cautela o per rispetto, tutti fecero finta di non vederlo e il Console fu loro grato. Era arrivato sulla riva destra del fiume quasi correndo ed ora il cuore gli scoppiava in petto. Cerc di respirare con calma ma l'aria ancora fredda nonostante fosse quasi mezzogiorno stentava a scendere nei polmoni. Bianchi e fieri gabbiani sostavano sulla riva al riparo della tramontana, scaldandosi al timido e velato sole, sempre pi nascosto da grandi nubi che promettevano pioggia. Imprec ad alta voce, generando un frullare d'ali e di grida stridule. Cominci a risalire il lungarno fuori le mura. Camminando contro corrente, sorpass la Porta d'Oro e quella della Pietra e senza voltarsi verso la chiesa di San Martino, prosegu fino a Porta Rossa che oltrepass entrando nel Vicolo di Porton Rosso e dopo pochi passi si infil su per le scale di una delle case torri che erano state edificate poggiandosi sulle mura cittadine. La casa dell'Ammiraglio Jacopo Ciurmi era una delle pi nuove ed eleganti della citt. L'ingresso era in un vicolo buio e stretto, proprio accanto all'Osteria della Stella, meglio nota ai pisani come Osteria delle Donzelle. Anche le scale erano buie e cupe, ma appena saliti ai piani alti le stanze si aprivano tutte verso il fiume ed erano inondate di luce. Non erano passati ancora dieci anni, da quando l'Ammiraglio Jacopo Ciurmi era rientrato vittorioso dall'impresa in terra di Sardegna. Al comando di duecento navigli era approdato sull'isola e aveva messo in
fuga il capo dei mori Musetto, sconfiggendolo per la seconda volta. Il popolo pisano lo aveva eletto proconsole, ma Ciurmi era uomo d'azione e mal sopportava quell'onere. L'inattivit e gli anni lo avevano costretto gradualmente a lunghi periodi di infermit causati anche dal mal della goccia, che rendeva i piedi e le articolazioni delle gambe gonfie e dolenti. Il Console Orlandi considerava Jacopo Ciurmi un fratello maggiore e spesso si confidava con lui. In un certo senso la loro sorte benigna si somigliava. Erano stati intrepidi comandanti, avevano sconfitto valorosi nemici e poi si erano dovuti arrendere alle faccende della politica cittadina. Ciurmi era seduto nel suo studio che sembrava pi il castello di poppa di un dromone che una stanza. Con aria afflitta e la gamba destra poggiata lunga su uno sgabello guardava sognante le fiamme danzare nel grande camino.
Il Console entr come il vento e Ciurmi trasal, Giovanni, perdio, sembri morto!
Peggio, Jacopo, peggio, la serpe stamani si  svegliata.
Calmati, forza, vieni qui e racconta, anzi no, si parla dopo mentre si mangia, che si sta pi calmi!
Quello di Ciurmi era un ordine al quale non si poteva disubbidire. Giovanni aiut l'amico ad alzarsi e lo sostenne fino al tavolo posto vicino alla finestra. Ciurmi amava pranzare guardando il fiume, attraverso quei vetri nuovi comprati in oriente coi quali aveva sostituito le pi opache lastre d'alabastro e trovava meraviglioso il fatto che parassero il freddo e che permettessero di vedere il mondo. La moglie dell'Ammiraglio, Vocatina, apparecchi per due e port vino caldo e speziato di cannella.
Guardatevi voi due, era quasi meglio quand'eravate per mare. Pregavo tutte le notti la Madonna che tenesse lontano il Libeccio, ma almeno avevate gli occhi allegri. Giovanni tieni, hanno ammazzato il maiale nelle mie terre a Lari, ho fatto il picchiante e la polenta di miglio tagliata col filo.
Va bene, Vocatina, ne mangio volentieri.
Bravo, scaldati che ha anche preso a piovere.
I due uomini di mare mangiarono cercando di parlare di tutto tranne che del Vescovo, ma verso la fine del pranzo l'Ammiraglio dette via libera all'amico.
Allora Giovanni, cosa succede?
Succede che prima o poi si scontano i propri peccati!
Nella mente dei due uomini si fece spazio una storia che inutilmente cercavano ogni giorno di dimenticare. L'anno prima la voce del mare aveva portato anche a Pisa la notizia che i nobili Normanni avevano iniziato con successo una campagna di conquista del Sud Italia. Il Conte Ruggero d'Altavilla e suo fratello Roberto il Guiscardo dimoravano a Reggio nelle Calabrie e sognavano di conquistare anche la vicina Sicilia. Si narrava nelle taverne, nelle piazze e in ogni porto, che il Conte Ruggero fosse guidato dalla volont divina e che doveva riportare al Signore la gente di Sicilia che ora adorava Maometto. Roberto il Guiscardo aveva traversato pi volte lo stretto, ma era riuscito solo ad occupare una piccola zona adibita alla coltivazione dei datteri, la Palmara di Messina. Poi nella primavera di quell'anno il Guiscardo alla testa di soli cento cavalieri aveva conquistato Cerami sbaragliando un nemico con forze dieci volte superiori. La notizia vol da barca a barca raggiungendo ogni approdo e da ogni bocca uscivano via via sempre nuovi particolari. Si diceva che al culmine della battaglia, era apparso nelle schiere normanne un cavaliere di bianco vestito e che recava sulla sommit della sua lancia un vessillo a croce che Dio stesso vi aveva apposto. Si diceva che fosse San Giorgio in persona e che si era unito ai Normanni e alla cavalleria degli Altavilla che era ora divenuta la prima cavalleria di Cristo. Cos Ruggero, dopo la vittoria di Cerami, aveva inviato i prigionieri musulmani in Puglia e Calabria ad infoltire il Cercato degli schiavi e contemporaneamente aveva regalato a Papa Alessandro secondo quattro cammelli catturati in battaglia. Il Pontefice commosso da tanta bont, aveva concesso l'indulgenza plenaria a tutti i combattenti ed aveva inviato ai Conti Normanni un palio con l'immagine della Vergine Maria, dipinta, si diceva, mille anni prima dall'Apostolo Luca in persona. In realt le cose erano andate diversamente. Gli Altavilla avevano tratto beneficio dalle discordie interne fra i vari kad musulmani che da anni non facevano altro che lottare per acquisire il potere sull'isola. In campo aperto, le varie fazioni musulmane avevano rifiutato di aiutarsi vicendevolmente cedendo cos terreno ai cavalieri cristiani. Ruggero ambiva conquistare Palermo come atto finale della sua campagna di Sicilia. Ma l'impresa era ardua e per tutto l'anno si limit a conquistare paesi, un poco alla volta. L'avvento del nuovo anno, il 1063, aveva portato anche a Pisa la notizia che i musulmani di Sicilia non erano poi imbattibili come si pensava e la citt, molto tempestivamente, arm una flotta. Di certo nei cantieri pisani nessuno credeva a quel San Giorgio redivivo, ma piuttosto il miraggio di nuove conquiste fece dilagare la frenesia in tutta la citt. Il comandante Giovanni Orlandi scese a Sud nell'estate di quell'anno costeggiando la penisola e nessun legno moresco os intralciare il passo di quella possente flotta che recava i vessilli rossi con la croce pomata. I pisani fecero rotta su Milazzo e giunti nella baia mandarono ambascerie al Conte Ruggero che in quel momento risiedeva a Traina. Ci fu un solenne incontro, Giovanni Orlandi esort il Normanno a prendere parte ad una sortita contro Palermo. Dal mare i pisani, da terra i Normanni, per la citt ancora in mano ai musulmani non ci sarebbe stato scampo. Ma Ruggero e suo fratello avevano rifiutato l'offerta, volevano conquistare Palermo da soli senza dover spartire il bottino con nessuno. Fu cos che il comandante della flotta pisana fece buon viso a cattiva sorte e promise di tornare in patria. Alla sera del 20 settembre 1063, Giovanni Orlandi venne meno al suo giuramento. I pisani fecero vela su Palermo, riuscirono a spezzare le catene del porto e si impadronirono di sei navi colme di merci. I musulmani corsero ai remi e ricacciarono gli invasori fuori dal porto. I legni pisani finsero di far vela a Nord, ma virarono a dritta approdando ad Est di Palermo alla foce del fiume Oreto. Da l raggiunsero la citt via terra, saccheggiando le ricche ville suburbane. All'alba del mattino seguente, i pisani, con ingenti tesori, avevano ripreso la via di casa. Il grosso della flotta fece rotta verso Pisa, mentre cinque galee veloci attraversarono lo stretto di Messina dirigendosi verso oriente. Jacopo, te sei un uomo di mare come me e sai cosa successe quel giorno. All'incontro coi Normanni eravamo soli, io e il mio secondo che poi per nella battaglia dell'Oreto. Nessuno tranne te sa quali erano i patti. La citt mi ha acclamato come un dio venuto dalle acque, ora se la serpe spiffera tutto, sar la rovina.
Ma cosa vuoi che importi ai pisani del patto mancato col Conte Ruggero. Tutti quelli che hanno avuto la ventura di restare vivi si sono arricchiti, la citt trabocca d'oro e tutto questo lo devono a te. Anche se l'Arcivescovo si mettesse a parlare, nessuno gli creder.
L'Ammiraglio Ciurmi sorseggi l'ultima goccia di vino e poi riprese Del resto quando con duecento navi salpai verso la Sardegna, gli arabi di Musetto scapparono ancor prima di avvistare le nostre vele. Lo sai che ormai era rimasto con forze esigue e non volle rischiare una battaglia. Io ho conquistato l'intera isola senza menare neanche un colpo di pugnale. Eppure tornai e mi fecero proconsole e guarda qui, come mi sono ridotto! Piuttosto il problema vero  un altro. Ma quando arriva questo architetto?
 questo il punto Jacopo, pur di dare contro a quel demonio di Vescovo mandai subito a San Giovanni d'Accon cinque galee veloci con l'ordine di trovare il migliore architetto d'oriente. Mi fu detto che era tutto a posto, mi sono impelagato in questa storia, ma di lui nessuna notizia da mesi e ora  come cercare un cecio in mare.
Il Console si alz e si mise ad osservare il fiume dai vetri verdastri della sala. Sulle acque incrociavano lance e sagitte, piccole fregate e golabii, il popolo pisano viveva di mare e per il mare e l'Arno donava perennemente linfa vitale alla citt.
Nessuno dei nostri uomini agli scali di Accon ha visto o sentito parlare di questo architetto che abbiamo contattato ad Aleppo. Un cristiano molto esperto, si dice sia il migliore d'oriente e direttamente al servizio del califfo. Sapr bene il suo conto, ma se non giunge prima di domenica, il vescovo Guido avr diritto di organizzare i lavori coi nostri soldi.  la rovina, Jacopo.
L'Ammiraglio stava per replicare, quando un trambusto di voci giunse dall'Arno. A fatica Ciurmi si alz e si mise ai vetri. Al centro del fiume su una sagitta del Consolato, due uomini ai remi manovravano per tenere la barca ferma sul pelo dell'acqua mentre un terzo si sbracciava ed urlava a gran voce. L'ammiraglio apr uno degli sporti della sala e la voce dell'uomo, che teneva le mani unite ai lati della bocca, giunse distinta, Console, correte a palazzo!
Giovanni Orlandi riconobbe subito l'uomo in piedi sulla barca e replic a gran voce, Sestilio, che passa?
Alle Manmozze, stamani, nell'Ozeri, hanno ripescato due morti!
Affogati?
L'uomo si trasse un mantello sulla testa per ripararsi dalla pioggia che ormai batteva forte. No, Console, morti ammazzati!


Capitolo 4.
Anno Pisano 1063 Indizione 15 Orsignano, ultimi giorni di Gennaio.

Il letto del fiume cos come gli argini erano tenuti costantemente puliti e sgombri da erbe o altri impedimenti alla navigazione, ma al patibolo delle Manmozze dove nessuno amava sostare o lavorare, il lato destro era fiancheggiato da un folto canneto. Di lato al patibolo c'era una piccola torre col piano terra in pietra e l'alzato di legno. Come tutte le altre torri di avvistamento situate sui Monti Pisani e nella pianura, anche questa era presidiata da una piccola guarnigione di soldati rossocrociati. Quando don Valerio e Ottavio scortati dai due armati vi giunsero, videro impigliato tra le canne il corpo semi sommerso di un uomo completamente nudo. La testa era sott'acqua, ma sulla schiena che emergeva erano inequivocabilmente visibili segni di frusta o scudiscio. Improvvisarono una pertica e cercarono di trarlo verso di loro. Con fatica e ribrezzo riuscirono ad avvicinarlo dal loro lato e Ottavio non temendo il freddo pungente ed animato da una energia forsennata, si tolse i calzari e scese il ciglio fino al pelo dell'acqua. Anzich collaborare, don Valerio sbraitava a gran voce arringando la piccola folla che si era radunata alla novella di un uomo morto nel fiume.
Ecco cosa riserva Dio a chi si macchia di lascivia e vive impuro commettendo immondi peccati. Guardate questo sodomita che preso dal rimorso e dal pentimento, prima si e fustigato e poi si  gettato nel fiume, ma troppo tardi, anche l'infinita misericordia del Signore non salver l'anima di questo suicida!
Ottavio afferr per un braccio il corpo esanime, lo trasse su per il ciglio incontrando una resistenza innaturale.
E legato o zavorrato, aiutatemi!
I soldati, Ottavio e due contadini accorsi, formarono una catena e riuscirono a trarre poco alla volta il corpo dall'acqua. Con loro enorme sorpresa e orrore, si avvidero che la caviglia destra dell'uomo era legata con quella di un'altra persona e che questa aveva una pietra stretta intorno al collo. Ripresi dallo sconcerto moltiplicarono gli sforzi e riuscirono a trarre in secca i due corpi. Don Valerio si avvicin facendosi il segno della croce.
Orrore, guardate che orrore e scempio agli occhi di Dio!
Ottavio schifato dall'assoluta insensibilit del prete e preoccupato per ci che aveva notato, aggred don Valerio, Basta idiozie, basta! Non vedete che sono stati torturati e poi gettati nel fiume? Non avete occhi per vedere come siano stati feriti? Dite piuttosto una preghiera per l'anima di questi due disgraziati!
Ottavio si consult con le guardie, dovevano portare la notizia in citt, lui avrebbe portato i corpi a Orsiniano in attesa che qualcuno li potesse riconoscere. I corpi furono issati sul pianale del carro. Ottavio li osserv prima di coprirli con un telo. Avevano le stesse ferite del giovane riparato in casa sua, dovevano essere insieme ma questi ragazzi erano stati meno fortunati. Seduti a cassetta sul carro, i due infreddoliti menavano i morti e Ottavio, solitamente silenzioso e riservato, ruppe invece il silenzio, chi pu aver fatto una cosa simile e perch torturare cos quei giovani?
Torturare? Ma quelli son morti affogati! Non hai visto la pietra?
Il tono del prete, ma soprattutto la sua idiozia consigliarono Ottavio di non replicare. Nel breve tratto che lo separava da casa, la sua mente percorse decine di miglia avanti e indietro alla ricerca di una plausibile spiegazione. Nessuno si sarebbe mai azzardato ad entrare in casa sua ma che ne sarebbe stato di lui e della sua famiglia se si fosse scoperto quel giovane febbricitante sopra la stalla? Giunsero ad Orsiniano e i corpi furono sistemati nella cappella nonostante il perdurare dei vagheggiamenti del prete, che per esprimeva le proprie idee a voce troppo bassa per essere contraddetto, ma sempre troppo alta per non essere udito da Ottavio, i suicidi non devono entrare in chiesa e che nessuno mi chieda di seppellirli in terra consacrata, io li lasciavo qui fuori.
Ottavio rientr in casa, la moglie e i figli lo attendevano impazienti, il giovane si era lamentato tutta la mattina e dava segno di svegliarsi da un attimo all'altro. Ottavio interrog la moglie.
Che cosa ha detto?
Parla una lingua incomprensibile, si tocca le ferite e mormora sempre una parola, busketo o busketto.
S, e poi si tocca il petto, intervenne Sista mentre Ottavio le lanciava un'occhiata severa, qui all'altezza del collo e come se cercasse qualcosa mormora sempre la solita parola, dolicco o dulicchio.
Ottavio si sistem vicino al camino, si era tolto i calzari e le sue vesti umide fumavano al calore del focolare.
Forse Busketo  il suo nome, forse quell'altra parola che ripete  il suo paese, forse sono i nomi di quei due disgraziati che abbiamo ripescato.
Ottavio si fece cupo, nero come il tempo. Era quasi l'ora di pranzo e inizi a piovere, una brezza gelida inclinava la Pioggia, il contadino parlott col figlio: non era tempo che consentisse di lavorare fuori e nel pomeriggio avrebbero fatto un po' di manutenzione agli arnesi aspettando la sera.
Poi c'era la questione dei due morti del fiume, forse qualcuno sarebbe venuto da Pisa per riconoscerli e per impartire istruzioni, o forse no, data la giornata tetra ed umida. Ottavio dopo pranzo sal le scale con un po' di minestra ed un cucchiaio. Si sedette accanto al giovane, le sue ferite ai polsi ed al volto apparivano meno gonfie ed umide, prese dolcemente una mano al ragazzo e picchiettandola, lo svegli.
Buongiorno!
Gli occhi del giovane si dischiusero mollemente, poi di colpo lo sguardo si fece vigile, attento, impaurito. Ottavio mostr il piatto ed il cucchiaio, li porse al ragazzo che tent inutilmente di mettersi seduto. Il contadino lo cinse con un braccio, lo sistem in modo che potesse mangiare mantenendo il silenzio fino alla fine della minestra. Il calore di quel brodo aveva scaldato i loro sguardi, il ragazzo sorrise, poi abbass lo sguardo e in arabo disse, grazie!
Ottavio non si fece cogliere alla sprovvista e immediatamente sempre in arabo replic, prego, mi chiamo Ottavio e questa  casa mia, sei mio ospite.
Il ragazzo, stupito di aver trovato in quella situazione il suono amico della propria lingua, inizi a parlare dapprima timidamente, poi come una fontana bloccata da tempo, con un flusso inarrestabile di parole. Parlarono per tutto il pomeriggio cullati dal picchiettio della pioggia sui coppi del tetto e dal calore che dal basso saliva attraverso le assi del solaio. Sista e Auro salirono timidamente le scale, increduli di sentire il padre parlare cos spontaneamente quella lingua di cui non afferravano neanche un vocabolo. Si fecero coraggio e sedettero vicino ad Ottavio. Ci furono presentazioni e sorrisi, Sista partecip brevemente perch la madre la richiam con una scusa in cucina. Altea, seduta al camino, sorrideva, si era messa a rammendare calze e pantaloni da lavoro ascoltando il borbottio che proveniva dal piano di sopra. La pioggia obliqua dell'inverno era una
maledizione per i lavori della terra, ma in quel giorno iniziato con morte e dolore, il suo cadere incessante aveva creato isolamento ed intimit. La casa di Ottavio calda e pulita stava vivendo un raro pomeriggio di quiete e raccoglimento. La precoce sera invernale giunse in fretta, la famiglia si riun a cena intrecciando domande e risposte, mentre il giovane ospite rasserenato, si addormentava cullato da quei dialoghi che gli giungevano come soffusi brusii. Dopo cena a turno andarono nella stalla per il loro bisogni e subito rincasarono per chiudere a notte. Successe tutto in un attimo, Ottavio era andato per ultimo e stava per rientrare quando un colpo alla testa lo lasci tramortito sulla soglia di casa. Furono istanti concitati, tre cavalieri con le spade sguainate erano sbucati dall'oscurit e messo fuori causa Ottavio, entrarono nella cucina minacciando i presenti.
Dov'?
Chi?, rispose Altea energica. Un poderoso manrovescio la fece cadere e il labbro inferiore prese a sanguinare, ogni tentativo di resistenza era vano. Due dei tre ceffi salirono le scale, legarono il giovane direttamente nelle coperte ove giaceva e lo trascinarono gi sbattendolo malamente sugli scalini. Uscirono nella notte, scostando con un calcio Ottavio svenuto sulla soglia. Un quarto complice condusse i cavalli e veloci come erano comparsi, i quattro sparirono portandosi dietro il prigioniero. Ottavio fu portato in casa, al camino riprese i sensi e chiese disperato se tutti stavano bene.
Hanno preso il ragazzo.
Chi erano Auro, dimmi cosa hai visto!
Erano quattro, ma uno sicuro era dei signori di Ripafracta, le sue insegne a scacchi bianchi e rossi erano ricamate sul mantello!
Pur con la testa dolorante, Ottavio mise a fuoco la situazione. Dopo aver conversato per tutto il giorno col suo ospite, aveva avuto chiaro lo svolgersi degli eventi e quell'aggressione non era che l'atto finale di una catena di violenze culminate con l'annegamento di due innocenti. I tre ragazzi si erano trovati a transitare per il vallo della Ripa e gli uomini del castello li avevano sorpresi, scambiandoli per messaggeri di Pisa. Li avevano selvaggiamente picchiati e spogliati dei propri beni. Poi codardamente avevano deciso di far fare al fiume quel che non avevano coraggio di eseguire loro. Legati e zavorrati i tre erano stati gettati in acqua e per due di loro non c'era stato niente da fare, ma uno era riuscito a slegarsi. Ora quei loschi di Ripafracta erano tornati a recuperare il terzo per completare l'opera, o magari per chiedere un riscatto.
Vado a Pisa.
Altea Trasal.
Non se ne parla nemmeno. Ora aspettiamo che faccia giorno e poi andrai.
Non ti mettere in mezzo, moglie. Auro, prendi di sopra le mie armi, so che sai dove sono nascoste!
Auro avvamp, ma al tempo stesso si sent per la prima volta partecipe di una faccenda da grandi e corse per le scale. Ottavio indoss i calzari pesanti e due mantelli, non temeva il gelo e forse quella notte non ne avrebbe sentito la morsa, tanta era l'agitazione che ormai lo animava.
Passo da Maiolo, mi far accompagnare con la barca, quindi state tutti tranquilli.
Abbracci la moglie ed i ragazzi, appese una corta spada e due coltelli alla cintura e usc.
Chiudete con la spranga, per stanotte basta sorprese!
La notte lo inghiott immediatamente, scese la scivolosa carraia che conduceva al porticciolo di Orsiniano e buss al molino. Mise al corrente Maiolo e Gerto dell'accaduto ed il pi grande dei due fratelli sciolse la barca e si mise ai remi. Maiolo stava seduto spalle a prua, Ottavio di fronte, i loro movimenti coordinati imprimevano alla barca un ritmo veloce. Con i sensi allarmati scrutavano gli argini, ma in quella notte fredda e piovosa, chi non aveva casa la stava cercando e nessuno era in giro. Giunsero agilmente alle porte della citt dalla parte di levante, Ottavio fece accostare la barca a sinistra e scese.
Prosegui ancora un poco e fermati allo scalino di Corte Agonigi, quelli del molino li conosci, chiedi riparo e aspettami l. Se alla campana di mattutino non sar tornato, volgi la barca e torna a casa.
Ottavio era sceso all'altezza in cui il fiume incontrava lo slargo da Scorno, preferiva attraversare la citt passando per gli orti ed evitare il centro. Cammin davanti alla mole scura della chiesa di San Zeno lasciandola alla sua sinistra e si introdusse nel labirinto di orti e mura diroccate della zona delle Grotte. Curvo e guardingo evit i fuochi accesi in prossimit dell'antico teatro romano ora ridotto ad un cumulo di rovine e abitato da persone senza una fissa dimora. Dopo poco scorse alla sua destra la sagoma delle mura cittadine; era all'altezza della Porta della Rivolta. Decise di camminare tenendosi parallelo alle mura ma ad una considerevole distanza, cos in breve arriv di fronte all'Arno, a met strada fra la Chiesa di San Matteo alla Soarta e il canto del Diamante. Doveva attraversare il fiume, non c'erano imbarcazioni in vista e l'unico modo rimaneva quello di passare il ponte. Volt a destra nel verso della corrente e si diresse verso la citt passando per la Piazza de' Cavoli transit per Via Rigattieri e si ritrov in faccia al ponte. Le luci delle taverne erano accese, qualcuno orinava in un angolo, ma nessuno bad a lui.
Prese forza e attravers il ponte di corsa, appena di l pieg a sinistra, imbocc Via de' Mori al termine della quale si appoggi a respirare alla Pera d'Acheronte posta in bella vista a fianco della porta di casa del Console Giovanni
Orlandi. Buss con energia ed uno scuro si apr al piano di sopra.
Chi  a quest'ora? Che succede?
Apri, Giovanni, sono Ottavio!
Fu tolta la spranga, Ottavio completamente inzuppato entr nel piano adibito a magazzino della casa del Console.
Dio mio, Ottavio, cosa succede, cosa ti porta in citt?
La morte, Giovanni, la morte!
Salirono le scale, il Console fece scaldare Ottavio al camino della cucina che anche se non aveva pi fiamma emanava ancora tepore, mentre la moglie gli portava panni asciutti.
...Allora Ottavio, dimmi...
Hai saputo nulla di due morti nell'Ozeri?
S, e volevo venire, ma poi la pioggia e le faccende di questa citt... sarei venuto domattina.
Certo, sempre indaffarato, intanto la gente muore e i prepotenti usano le spade a loro piacimento.
Ottavio, massaggiandosi lentamente la testa, inizi a raccontare di come la moglie avesse raccolto il giovane nel fiume, dei due morti, torturati e affogati. Narr soprattutto la storia di Sahl, il giovane col quale aveva dialogato per tutto il pomeriggio. Narr di come, dopo essere tornato dal Regno di Axum, Sahl aveva appreso dal padre che in una potente citt di mare si cercava un architetto in grado di costruire la chiesa pi grande del mondo. Avevano cercato lui, Fares, che aveva accettato, ma anziano e timoroso aveva pensato che quella poteva essere l'occasione della vita per il figlio. Lo aveva fatto rientrare e gli aveva comunicato le sue decisioni. Si erano recati insieme a San Giovanni d'Accon e l di comune accordo coi mercanti pisani, Sahl si era imbarcato su una nave diretta a Venezia, per il mare Adriatico. Era una precauzione che alcuni naviganti prendevano da quando i Normanni di Re Ruggero cercavano di farla pagare ai pisani per un qualche disonore subito. Il ragazzo era stato affidato a due giovani, due figli di mercanti di Aquileia che si erano assunti, dietro buon compenso, l'onere di condurre il giovane per mare e poi per terra, fino alla sua destinazione.
Cos i tre ragazzi, con parecchi soldi nei loro bagagli, erano sbarcati alle foci del Po, avevano pagato un passaggio in battello per risalire fino al porto fluviale di Calendasco presso Piacenza e poi si erano uniti ad una comitiva di pellegrini che scendevano per la via Francigena. A Lucca si erano distaccati dal resto dei viandanti ed avevano preso l'antica via longobarda verso Pisa, andando incontro al loro destino. Alla chiusa dei Monti Pisani, i giovani erano stati assaliti nottetempo dagli uomini del Conte Teuperto da Ripafracta, noto per vivere di gabelle e percosse e purtroppo le cose erano finite nel modo peggiore.
Dunque il ragazzo  l'architetto che stiamo aspettando?
S, e quei due disgraziati nella cappella di don Valerio devono essere riportati alle loro famiglie. Giovanni, se mi son risolto di venire da te,  perch temo che Teuperto finisca l'opera. Quel ragazzo, architetto o contadino, non deve morire per mano di quella gentaglia.
Il Console era rimasto impressionato da tutto quel racconto, era seriamente preoccupato, ma il suo animo si era risollevato alla notizia dell'architetto ormai cos vicino.
Che dici di fare, Ottavio?
Dico che quella gente deve avere una lezione, devono impegnarsi una volta per tutte a rispettare i patti, devono decidere da quale parte stare, se servire Pisa, Lucca o loro stessi, ma soprattutto devono pagare per la loro codardia. Mi hanno assalito a tradimento, hanno anche picchiato Altea, pagheranno anche per questo.
Ottavio e il Console uscirono nella piovosa notte, attraversarono il ponte trovando un po' di riparo dall'acqua,
sotto i portici di Via delle Colonne. Poi svoltarono a mancina e si diressero al Palazzo degli Anziani.
La guarnigione non si era ancora acquartierata per la notte ed il Console entrando suon la campanella delle adunanze. Si presentarono le dodici guardie del presidio notturno e furono comandate di dare l'allarme alla citt, col preciso intento di radunare l'esercito cittadino. La pioggia ed il gelo di gennaio non bloccarono nessuno ed in breve la grande sala del consiglio and riempiendosi. Il Console dette sommaria spiegazione dei fatti e fu deciso seduta stante di procedere con trenta cavalieri e cinquanta fanti ben armati all'assalto della rocca di Ripafracta, per sfruttare il favore della sorpresa e della notte. La voce era corsa per la citt, fuori dal palazzo si accalcava una folla bagnata, ma accaldata. Chi aveva armi proprie le port con s, per quei pochi che ne erano sprovvisti furono aperte le armerie cittadine in Corte vecchia e a Ottavio fu consegnato un cavallo. Prima della campana del mattutino il manipolo era in marcia. Aveva smesso di piovere e la cosa fu accolta come un segno beneaugurante. Tutti uscirono dalla Porta di Santo Stefano tranne Ottavio che usc invece dalla Porta al Parlascio detta anche Porta a Lucca e appena traversato il ponte sull'Ozeri si rec in Corte Agonigi, al molino. Maiolo era ad aspettarlo sulla barca, gli comunic gli avvenimenti e lo lasci libero di rientrare a casa risalendo il fiume. Si salutarono e Ottavio raggiunse velocemente gli armati pisani che transitavano in quel mentre davanti alla Chiesa di Santo Stefano oltr'Ozeri. Ci furono silenziosi segni della croce: per quanto l'impresa di liberare il prigioniero non fosse ardua, si poteva incappare in qualche perdita e si rischiava di rimetterci la vita. Ottavio raggiunse il Console in testa al drappello ed iniziarono a cavalcare vicini.
Con tutto questo trambusto non ti ho chiesto niente di Altea e dei ragazzi.
Stanno bene, i ragazzi crescono.
Sai Ottavio, non ho mai capito la tua decisione di ritirarti dalla citt, se tu volessi saresti ben accetto da tutti, ti troveremmo una sistemazione, ti...
Ottavio lo interruppe.
Sto bene dove sono, i ragazzi crescono sani, mettono radici, Sista  una donna ormai e poi, i miei occhi hanno visto troppo mondo e troppe ingiustizie, credimi Giovanni, va bene cos.
Cavalieri e fanti imboccarono la Via delle Prata lasciandosi a sinistra il grande recinto del mercato di Strappacarnaio. La via era poco pi che un insidioso e scivoloso sentiero dove si poteva procedere soltanto stando in fila l'uno dietro l'altro. La pioggia del giorno non aveva prodotto grande effetto sul manto di neve che ricopriva la campagna e la distesa bianca riverberava la poca luce del cielo, rendendo il cammino chiaro e sicuro.
A met del tragitto, a poca distanza l'una dall'altra, le Torri di Tabbiano e di Cornazzano facevano splendere i loro fuochi sulla sinistra della via. Un cavaliere si distacc dal gruppo e and ad avvisare le due guarnigioni dell'operazione in corso. Il gruppo procedeva solcando a met quel lembo di terra che si estendeva fra l'Auserculus e l'Ozeri. A Papiana passarono davanti alla bianca chiesa e proseguirono oltre, in un mormorio composto di preghiere e imprecazioni. Continuarono a marciare e in breve giunsero ad Apuniano. Il piccolo monastero femminile di San Giovanni si sviluppava sulla riva destra dell'Ozeri ed un piccolo ponte di legno permetteva di traversare verso l'altra sponda. I cavalieri smontarono da cavallo e passarono il ponte uno alla volta tenendo le bestie per le redini. Poi tocc ai fanti, finch anche l'ultimo non si pose a lato monte. Da l la strada proseguiva lambendo le pendici delle alture pisane. La Rocca di San Paolo si stagliava sullo sperone di roccia del
Colle Vergaio che dominava il vallo di Ripafracta. Dal lato verso Pisa era praticamente inaccessibile, ma aggirando il monte e costeggiando il fiume, si accedeva al lato verso Lucca dal quale si saliva abbastanza agevolmente. Qui una strada in salita, larga da far passare pure un carro, si snodava per qualche tornante fino al portone della Rocca. Il perimetro era fortificato da una palizzata di robusti tronchi al cui interno una poderosa torre quadrata era l'abitazione del Conte, mentre tutto intorno si sviluppavano casupole pi basse per gli armati ed i contadini a servizio. I pisani giunsero a piedi conducendo i cavalli per le briglie, il Console radun gli uomini intorno a s. Non si aspettano la visita di nessuno, i pi dormiranno, ma se vogliamo coglierli di sorpresa e non avere danni, dobbiamo manifestare la nostra forza senza usarla. Legheremo delle funi alla palizzata, poi con un tiro di dieci cavalli, la strapperemo gi. La palizzata pu reggere una spinta, ma non  costruita per sopportare una strattonata.
Nel silenzio pi totale gli esperti fanti forgiati dalla lotte in mare procedettero ad imbrigliare parte dei tronchi, radunarono cinque coppie di cavalli che ad un segnale preciso iniziarono a tirare. La palizzata cedette assai presto, una ventina di cavalieri entrarono spronando le bestie nel cortile della rocca e dietro tutti i fanti. Nessuno usc di casa, nessuno oppose resistenza, solo il portone della torre era serrato. Il Console Orlandi si stacc dal gruppo e avanz sotto la possente struttura.
Teuperto, aprite immediatamente se volete salva la vita!
Pass poco tempo, il portone si apr, salirono in una decina mentre gli altri presidiavano il cortile e tenevano a bada i pochi armati della rocca che comunque non avevano neanche imbracciato le armi. Un gruppo di pisani si mise a frugare per le stanze della torre. Al secondo piano, il Conte
buttato gi dal letto da quell'intrusione, cercava di celare il suo disappunto.
Console, che onore ricevervi nel cuore della notte, a cosa debbo tanta attenzione?
Poche storie, sappiamo che detenete prigioniero un giovane e che i vostri armigeri hanno torturato i due ragazzi ripescati stamani nell'Ozeri!
Il Conte balbett qualcosa cercando l'appoggio del tavolo, ma una voce dal basso trasse tutti dall'imbarazzo.
Eccolo,  qui!
Scesero di un piano, disteso vicino al camino con le caviglie legate, il giovane prigioniero pi spaurito che mai, osservava con occhi sgranati quella scena. Era passato in poche ore dalle torture e all'agonia nel fiume, alle cure di Ottavio e della sua famiglia, per poi precipitare di nuovo in quell'inferno. Ottavio si fece largo e si abbass sul giovane, parlando in arabo lo rassicur mentre gli scioglieva i lacci.
 lui?, chiese il Console sottovoce.
S,  lui.
Me lo aspettavo pi adulto.
Adulto o no, lui  il tuo architetto!
Seguirono momenti concitati, il Conte di Ripafracta ammise le sue colpe, furono rintracciati gli aguzzini dei ragazzi e fu deciso di tradurli a Pisa per il giudizio. In quanto al Conte, si sarebbe presentato di l ad una settimana al Consiglio degli Anziani per prestare giuramento di fedelt o per dichiarare guerra a Pisa. Furono anche recuperati gli averi dei due defunti e il bagaglio dell'architetto. Sahl si nuse a frugare, era ancora febbricitante, ma capiva di essere ad una svolta della propria vita, c'era tutto, compreso il ciondolo d'oro del Padre Guardiano di Axum, sorrise. Ad Un cenno del Console i pisani si ritirarono dalla torre, ma ognuno nello scendere port con s una sedia, una panca, Uno sgabello e altre suppellettili. Furono ammucchiate nel cortile e sotto lo sguardo torvo del Conte fu appiccato un gran fuoco. Il Console si rivolse al Capitano della guardia pisana.
Comunicate alle Torri questo messaggio, "architetto arrivato".
Al corpo di guardia della Rocca fu prelevato il necessario alla segnalazione, alcuni fanti salirono sul tetto recando con s cinque grandi torce fiammeggianti. Un dardo infuocato, fu scoccato verso la pianura. Un attimo dopo dalla Torre Niccolai, una analoga freccia incoccata a fuoco, saett veloce andandosi a spengere nei campi innevati. Era l'inizio della comunicazione. Fu issata e resa visibile una torcia, fu abbassata e dopo pochi secondi fu issata nuovamente. Secondo i codici di comunicazione militare, i pisani avevano diviso l'alfabeto in quattro gruppi di cinque lettere. La prima torcia alzata segnalava il gruppo di lettere, la seconda segnalava invece la posizione della lettera nel gruppo. Il primo cenno era stato fatto con una torcia: primo gruppo. La seconda segnalazione era stata fatta sempre con una torcia, ovvero prima lettera del primo gruppo: lettera "A". La comunicazione prosegu, quattro torce alzate contemporaneamente e dopo una breve pausa fu issata una sola torcia: Lettera R. Le torce si alzavano e abbassavano ritmicamente e danzando nel buio il fuoco compose il messaggio tanto atteso: "architetto arrivato".
Il messaggio fu passato dalla Torre Niccolai alla Torre del Centino con identica procedura, poi alla Torre di Pugnano, a quella di Mucchieto, sopra Rigoli. Da l il fuoco delle torce era visibile anche dalla pianura e il gioco di luce e ombra scrisse nella notte anche alle Torri di Cornazzano e poi di Tabbiano. In citt, sui cammini di ronda delle Torri della Muta e di quella del Palazzo degli Anziani, il messaggio visivo fu decriptato e affidato al suono gioioso delle campane. L'impresa fu salutata nel Palazzo degli Anziani con giustificata euforia, ancor prima che il Console e tutta l'armata pisana si muovesse dalla Rocca di Ripafracta. Il corteo di fanti e cavalieri si mosse a ritroso, portando due sgherri del Conte in catene e il giovane Sahl tremante, in groppa allo stesso cavallo di Ottavio. Marciarono in silenzio fino al monastero di Apuniano, oltrepassarono di nuovo l'Ozeri e quando la strada si fece pi larga, Ottavio e il Console si ritrovarono a cavalcare vicini nella fredda notte.
Ottavio, pensavo che questo giovane ha bisogno di cure e non pu farsi vedere in questo stato dalla citt. Ti sarei grato se tu volessi ospitarlo per mio conto in casa tua fino a sabato, poi mander a prenderlo e alla messa di domenica sar presentato al popolo. Per le spese non ti preoccupare, sarai ricompensato.
Per me  un onore Giovanni, questo ragazzo ha bisogno di un po' di quiete prima che voi avvoltoi di citt lo facciate nuovamente a pezzi, non voglio soldi, dove si mangia in quattro, si fa anche in cinque.
Il Console sorrise, Ottavio aveva come sempre ragione, era un peccato che uno degli uomini pi fidati dell'esercito di Pisa si fosse ritirato dopo molte missioni in terra straniera, ma cos aveva deciso. I fanti si portarono in testa a menare il ritmo di marcia, i cavalieri dietro confabulavano sereni e sorridenti tra loro. A Papiana il drappello pieg verso sinistra e per un viottolo tra i campi raggiunse Orsiniano. L'intero plotone sost davanti alla casa di Ottavio che scese e consegn il giovane alle cure della moglie apparsa sulla soglia.
Insegnagli a parlare la nostra lingua, ne avr bisogno, disse il Console Orlandi.
S, per difendersi dalle vipere della citt, replic Ottavio.
Il Console rise amaramente e fece per voltare il cavallo.
A proposito, non sappiamo neanche come si chiama.
Dite a Pisa che  arrivato Busketo!


Capitolo 5.
Anno Pisano 1063 Indizione 15 Orsignano, ultimi giorni di Gennaio.

Il giovane Sahl si riprese velocemente, le cure di Altea e i consigli di Ottavio gli dettero nuova energia. Le ferite andavano guarendo e la febbre era scomparsa, ma il ricordo di tutta quella vicenda penetrava i suoi sogni e la notte lo si sentiva gridare. Un altro calore scaldava il giovane architetto. Ogni tanto Sista saliva le scale per portargli il cibo o con altre scuse. Lo guardava dormire, lo ascoltava respirare. Era promessa a Gerto, ma quel giovane sfortunato, quel corpo nudo che aveva raccolto dal fiume ora era l, caldo e sereno, disteso in casa sua. Sista non osava aprire la sua mente ai pensieri che bussavano prepotentemente e li scacciava, ma quelli bussavano. Il giovane Sahl apprezzava le cure di Sista e soprattutto il suo modo molto dolce di arrossire e chinare il capo di fronte ai suoi sguardi. Si comportavano cos anche le ragazze di Aleppo e questa cosa lo faceva sentire molto vicino a casa. Sahl not che in fondo non c'era differenza fra la sua famiglia e quella di Ottavio, fra l'amore di sua madre e quello che Altea nutriva per i propri figli. Nei pomeriggi trascorsi in quel sottotetto aveva meditato sul fatto che tutta la gente che onestamente lavora, allo stesso tempo, serenamente ama, in tutti i porti del mare. Si sentiva a casa, si sentiva accolto anche se Ottavio talvolta lo metteva in guardia sui pericoli della gente di citt, sulle loro mire, sulle loro avidit. Sahl ascoltava serio e cercava di far tesoro dei consigli. Ottavio lavorava fuori tutto il giorno, ma la sera dedicava molto tempo a Sahl. Cercava di parlare con lui sempre meno in arabo e sempre di pi nella nuova lingua che doveva velocemente padroneggiare. Il ragazzo dal canto suo si applicava e chiese ad Ottavio se avesse avuto un libro, ma questi chin il capo mestamente. Da quando si era ritirato a Orsiniano non aveva mai pensato di istruire i propri figli ed ora con Sahl stava provando una sensazione nuova. Decise che in futuro Auro e Sista dovevano imparare a leggere e scrivere e presto avrebbero avuto un libro.
Domenica mattina comparirai di fronte al popolo e al Vescovo, non sar un momento facile, so che sei molto saggio e molto preparato e se tuo padre Fares ha deciso di mandare te al suo posto, l'ha fatto per amore e con ragione, ma vedi, sei comunque molto giovane, sarai interrogato, ti metteranno in difficolt, ti metteranno alla prova.
Non ho paura, ho sopportato le frustate del Padre Guardiano molti anni fa, so che in ogni paese ci sono insidie.
Qui nessuno ti toccher, ma i pericoli che dovrai affrontare sono altri, le invidie, le vendette, i complotti. Tutti si aspettano qualcosa da te, ma nessuno sa veramente cosa. Per cui alla fine deluderai molti anche senza volerlo. La natura umana  mutevole e soprattutto va spesso contro il senno. Devi stare molto attento.
Va bene Ottavio, ma oltre a voi c' qualcuno di cui possa fidarmi?
Il Console Giovanni Orlandi sta dalla tua parte, ma anche lui voleva un architetto pi adulto, pi presentabile, tu non lo sei. Anche il tuo nome non va bene, porti il nome del sale e ti deriderebbero appena lo pronunci. La citt ti aspetta, ma sa che ti chiami Busketo.
Ma quello non  il mio nome,  la lingua dei maestri di Axum!
Appunto, quale nome potr essere pi riverito di quello che porta in s una storia di cultura e conoscenza? Sarai
Busketo e per dare pi lustro alla tua fama, dovrai dire che vieni dalla Grecia dove i monumenti degli antichi padri sono numerosi e immensi. La gente avr bisogno di credere che tu sia pari con gli architetti del passato! Sahl chin il capo e il suo sguardo si fece mesto.
Tu lo credi, Ottavio? Tu hai fiducia in me?
Io ti ho accolto in casa mia, ti metto sulla via giusta da seguire. Tocca a te dimostrare quanto vali. Per vedi, io sono un padre e non manderei mai mio figlio in battaglia,  troppo giovane. Non manderei mai mio figlio in un arengo a discutere di politica, non ne sa niente. Se tuo padre ha ritenuto opportuno mandarti tra noi, vuol dire che sei all'altezza di fare un buon lavoro. Ricorda sempre di onorare tuo padre, anche se  lontano e non pu vederti.
Ottavio si alz.
Domani ammazziamo il maiale,  un giorno di lavoro, ma anche di festa, un po' di movimento ti far bene.
Venne il sabato. Una piccola folla silenziosa attendeva fuori dalla casa di Ottavio producendo ad ogni respiro piccoli sbuffi biancastri. Il sacrificio del maiale era vissuto dalla comunit dei contadini come una festa, un rito di morte e sopravvivenza che durante l'inverno si ripeteva in ogni fattoria. Si facevano dispute su chi aveva la bestia pi grossa, su chi l'ammazzava pi velocemente. L'uccisione dei porci esorcizzava il freddo e l'inverno e con la loro morte benedetta, la sopravvivenza era assicurata. Gerto e Maiolo arrivarono e salutarono i presenti con un gesto prima di entrare in casa. Poco dopo incuranti del freddo, Ottavio con Auro e Busketo uscirono scalzi, senza mantello e con le maniche delle giubbe arrotolate sulle braccia. Si fecero largo tra la gente accorsa, aprirono il cancello del grande recinto ovale ed entrarono. Le donne scacciarono i bambini, i ragazzi pi grandi si portarono spintonando in prima fila. I cinque uomini si muovevano lentamente inoltrandosi nel recinto e si disposero in cerchio. Il maiale fino ad allora non si era accorto di niente, non aveva fatto caso alla folla radunata. Capitava spesso che la gente accorresse, soprattutto quando suonava quella piccola ma rumorosa campana. Dei cinque solo Ottavio era armato di un coltello con la lama lunga e sottile, uno stiletto che per teneva nascosto dietro la schiena. Il silenzio dei presenti era totale e quasi non si vedevano pi nuvole di vapore. I cinque riuscirono ad accerchiarlo ed allora la bestia cap, non aveva scampo e nei suoi occhi terrorizzati si leggeva la disperazione. Ora gli uomini che si erano mantenuti cauti e tranquilli presero ad agitarsi, si muovevano come per attaccare e subito si ritraevano, ora uno ora l'altro. Il freddo era scomparso, alcune gocce di sudore imperlavano la fronte e scendevano fino agli occhi bruciando la vista. Il respiro si era fatto pesante e sbuffi di vapore uscivano ritmicamente dalle bocche e dalle nari. Tutto si risolse in un attimo. Alcuni bambini che pochi attimi prima erano stati fatti allontanare cercarono di arrampicarsi sul muro di cinta per assistere alla scena. Maiolo se ne avvide e si volt per scacciarli, fu un attimo ma bast alla vittima predestinata per lanciarsi in quel varco verso un'inaspettata salvezza, invano. La sua mossa repentina fu come una frustata per i cinque che incuranti del fango e della sporcizia gli saltarono addosso rotolando. Gerto afferr la zampa anteriore sinistra e Ottavio affond lo stilo. Il maiale grugn e si agit con pi violenza, ma per poco. Busketo era terrorizzato, quel rituale gli aveva riaperto nella mente stanze popolate di sangue e torture. Ebbe un mancamento e rotol a terra deriso dalla folla dei presenti. Capitava sempre che qualcuno si impressionasse e perdesse i sensi, in fondo il maiale veniva allevato per lungo tempo, gli si dava confidenza, era quasi trattato come uno di casa. Busketo si rialz frastornato e gli uomini andarono al pozzo. Nonostante il freddo, l'acqua che si traeva dal basso sgorgava calda, si sciacquarono e si ripulirono le mani dal sangue e dal fango. Vennero Altea e Sista con un grande paiolo di acqua bollente, il maiale fu caricato sul pianale del carro e pian piano, versando acqua calda, fu rasato con minuzia e ripulito per bene. Poi fu presa una scala a pioli alta come due uomini e al piolo pi alto furono fissate, divaricate, le zampe posteriori e poi la scala col maiale appeso fu issata e poggiata al muro della casa. La bestia aveva il dorso poggiato ai tasselli della scala e la testa restava a tre palmi da terra. Ottavio colloc un catino di pietra sotto la testa dell'animale e con mano sapiente recise i grossi vasi alla base del collo. Un enorme fiotto di sangue cal nel catino e Ottavio chiamando a s Busketo si inginocchi vicino alla testa dell'animale. Prese da un sacco di tela che gli parava Sista due pugni di sale di mare.
Vedi Busketo, questo sale non far rapprendere il sangue, cos potr essere lavorato, cotto e mangiato. Il sale si mischia al sangue. Non puoi pi chiamarti Sahl, d'ora in poi sarai Busketo e il tuo nome non dovr mai essere macchiato dal sangue di nessuno. Promettimelo!
Promesso, Ottavio, replic Busketo con un sospiro.
Auro port via il catino col sangue, Ottavio si alz e con un gesto preciso e misurato incise il ventre della bestia facendo fuoriuscire la matassa degli intestini, calda e fumante. Busketo svenne cadendo pesantemente a terra, cosa che a Sista parve una benedizione. Fu portato a braccia in casa e sistemato vicino al camino. Tra i due ragazzi, nuove cure e nuovi sguardi, mentre il rito andava avanti. Il maiale sarebbe stato spezzato e insaccato il giorno dopo e per Ottavio era un'ottima scusa per non dover andare a Pisa alla presentazione dell'architetto Busketo. A sera ci fu una grande cena, turbata solo da don Valerio venuto a reclamare la sua parte di maiale. Se ne and col cervello e parte dei polmoni e del cuore, ma il giorno dopo sarebbe tornato per appropriarsi dei mallegati, delle salsicce e di tutto ci che lui pensava gli toccasse per diritto. Erano presenti anche Maiolo con la moglie e Gerto, ansioso e timido, ma dallo sguardo puro e leale. Ottavio lo osservava, cos come guardava Sista e Busketo. Era fiero di aver dato ospizio a quel giovane, ma ora era anche felice che prendesse la sua strada. Dopo cena quando tutti furono coricati, Ottavio si sedette vicino al giaciglio di Busketo.
Quando Altea era incinta della mia prima figlia, pensavamo che fosse un maschio. Poi invece nacque d'improvviso un po' prima del compimento del tempo. Nacque il giorno di San Sisto il sei di Agosto, il giorno in cui i pisani escono per mare a dar battaglia protetti dal Santo.  un giorno di gloria celebrato da tutta la citt e fu per me un giorno di gloria e di ringraziamento. Per questo la chiamammo Sista. Dopo una vita di viaggi e sacrifici, per me fu il giorno della mia vittoria personale. Un padre non pu permettere che tanto valore e tanto amore si disperdano velocemente.
Lasci la frase a mezzo incerto se procedere, in dubbio se Busketo avesse osato replicare, ma non successe niente di tutto questo. La mattina seguente all'ora prima, un drappello di cavalieri si present davanti a casa di Ottavio gi da tempo alle prese col suo maiale. Buongiorno Ottavio, siamo venuti a prendere l'architetto.
Busketo era stato rivestito coi migliori panni di Ottavio col patto che poi li avrebbe riportati, scese dalla soffitta con i suoi bagagli e si accomiat dalla famiglia parlando in arabo.
Mi avete donato una nuova vita, vi sar sempre grato, spero di poter tornare a trovarvi e di poter pagare il mio debito di riconoscenza.
Alz per un attimo gli occhi su Sista, ma sapeva di essere sotto il tiro di Ottavio e non os guardare. Sal a cavallo guardato torvo dagli armati pisani che tutto si aspettavano tranne un giovane con vestiti troppo larghi e che parlava la lingua dei mori. Partirono.
La Chiesa di Santa Maria fuori le mura era gremita all'inverosimile e molti cittadini, non trovando posto, si assiepavano fuori. Le tre navate erano stipate di pisani pi interessati a vedere il nuovo architetto che ad assistere alla celebrazione della messa. Come in molte altre citt infatti, la chiesa fungeva anche da luogo di giudizio delle colpe o di adunata cittadina. Di solito i pisani avevano le loro sedi civili, ma ora si trattava di una faccenda che coinvolgeva il popolo quanto il clero. La chiesa aveva una pianta basilicale e i due transetti ospitavano altrettante poltrone. Da una parte sedeva il Console attorniato dagli anziani del Consiglio, dall'altra il Vescovo che per non era ancora arrivato.
I chiacchiericci si intrecciavano, la gente sgomitava, il lezzo umano riempiva la chiesa in ogni suo spazio. Dalla porta principale in gran pompa e con la mitra in testa, entr il Vescovo Guido costringendo la folla ad aprirsi per poi richiudersi con buona dose di spintoni, al suo passaggio.
Il Vescovo sedette sulla sua poltrona dorata e un giovane prete all'ambone dell'altare maggiore chiese ed ottenne il silenzio. A quel punto il Vescovo Guido prese la parola combinando saggiamente le informazioni che gli erano giunte e la sua innegabile abilit di oratore.
In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti... Popolo di Pisa, fedeli cittadini di questa potente citt, mi rincresce vedere la chiesa cos stracolma, non gi per onorare la Sacra casa di Dio, ma per l'abietta curiosit che muove la vostra sporca coscienza di peccatori. Siete accorsi in massa al sordido richiamo, al meschino bisogno di vedere come fosse in Mostra una fiera selvaggia, colui che si dice sia un famoso architetto in grado di dare lustro e splendore alla nuova casa di Dio. Ma, ma siamo certi che quest'uomo risponda al bisogno di questa citt? Siamo certi che questo presunto architetto sia in grado di soddisfare le vostre richieste? Potreste rimanere delusi, potrebbe essere troppo giovane o troppo vecchio, uno straniero, uno incapace di gestire le ricchezze che voi, popolo di Pisa, voi avete guadagnate al prezzo del sangue.
Il Vescovo si produsse in una pausa che ebbe l'effetto di far mormorare il popolo e imbestialire il Console. La tensione nella chiesa era al massimo, alla curiosit iniziale si andava sostituendo un senso di sconforto e delusione che il vescovo Guido colse e subitamente continu. Che si presenti dunque questo illustre Maestro venuto da lontano, che faccia notare la sua magnificenza, che dimostri il suo talento, ma attenti pisani, guardatelo bene, interrogatelo; parla come un moro, viene da un posto remoto e anche se si professa cristiano lo accogliereste voi in casa vostra? Lo fareste sedere accanto alle vostre figlie? Gli affidereste i vostri averi?
Busketo si alz dalla panca sul quale gli armati lo avevano condotto due ore prima. La sua presenza non era stata notata da nessuno, solo il Console Giovanni aveva parlato con lui per un poco, prima di sedersi e quasi far finta di non conoscerlo. Fece pochi passi e si port al centro del presbiterio, pallido con le vesti troppo umili e troppo grandi, il capo chino e gli occhi bassi pi di un agnello sacrificale che di un Maestro di architettura. Stava per aprire bocca, ma il Console Giovanni Orlandi accorse in suo aiuto e con slancio si port al centro del presbiterio.
Popolo di Pisa, quest'uomo al mio fianco di umili panni vestito  l'architetto Busketo. Non fatevi ingannare dal suo aspetto dimesso,  noto a tutti quali e quante traversie abbia dovuto affrontare per giungere a noi. Noi, che usciamo per mare e al prezzo della vita e combattiamo per la nostra citt e per i nostri commerci, per il benessere della nostra progenie. Noi che amiamo questa citt come amiamo i nostri figli
e ci priveremmo di un occhio a testa pur di difenderla. Noi, che abbiamo tutti perso un parente o un amico, ogni volta che il mare si leva. Ma chi di voi sarebbe disposto ad affrontare un viaggio periglioso, provare la tortura e la catena, abbandonare la propria famiglia e la propria casa, al solo scopo di dare gloria ad una citt... che non sia la propria?
Anche il Console fece una pausa, guardando dritto negli occhi gli uomini delle prime file, esperti marinai, commercianti. E poi retrocedendo un poco sal un gradino del presbiterio e fiss indietro nella navata gli operai, i maniscalchi, i servi e infine, relegate in fondo, le donne di casa e le donzelle da locanda. Pisa per loro era la vita, il sangue stesso che scorreva nelle vene, il respiro vitale che sgorgava dai loro petti.
Cittadini della pi potente citt del mondo, esistono uomini che pur di mettersi al servizio delle nostre insegne, sono capaci di affrontare immani sacrifici, immani fatiche e non per il denaro, non per la ricompensa, ma per elevare la gloria e il lustro, per celebrare la potenza, per amore e per la gloria di Dio!
Un grido di giubilo squarci la chiesa, il patrio sentimento era un tasto certo su cui poter far leva in ogni situazione e non era stato sufficiente il sospetto introdotto dal Vescovo a fiaccare l'entusiasmo dei pisani. Il Console fece per scostarsi da Busketo, ma questi lo trattenne per un braccio e in arabo gli chiese di tradurre per lui. Il giovane aveva afferrato poche parole del discorso del Console, ma ne aveva colto il senso e decise di mettere in pratica quanto aveva appreso a Orsiniano in quella settimana. Cerc di ricordare le parole di Ottavio quando lo metteva in guardia dai potenti e dai sacerdoti e gli aveva raccomandato di mantenere sempre e comunque un ottimo rapporto col popolo, di vivere col popolo, di essere uno del popolo. Non potendo e non sapendo parlare al popolo, decise di far parlare il proprio corpo.
Lentamente, quasi si preparasse ad un rito, si allent i lacci della tunica. Fece cadere a terra la cintola di corda che aveva in vita e si sfil le vesti. Rimase a torso nudo, il suo corpo moro e tornito portava i recenti segni della tortura, visibili solo nelle prime file. In un attimo anche in fondo alla chiesa la descrizione delle ferite arriv e scald il cuore di tutti i presenti. Busketo parl in arabo lentamente ed il Console si prest a tradurre.
Potentissimo popolo, la forza di questa citt  conosciuta in tutto il mondo, fino dall'altra parte del mare, nelle terre da cui si leva ogni mattina l'astro del Signore. Sono qui perch molto tempo fa ho fatto una promessa, a Dio e a mio padre, il grande architetto Fares. Il fato avverso ha provato a fermarmi, ma Iddio ha voluto che io giungessi fino a voi. Le mie ferite, ogni goccia del mio sangue, saranno pegno per questa citt e vi prometto di costruire la pi grande chiesa mai vista al mondo.
L'entusiasmo contagi tutti, la voce corse anche fuori dalla chiesa e per le vie della citt. Il Vescovo non os replicare, in fondo aveva poco da perdere mettendo alla prova quel giovane straniero. Fu celebrata la messa, sorrisi d'assenso e compiacimento si sprecarono quando dalle prime file filtr la notizia che anche Busketo aveva fatto devotamente la Comunione col pane e col vino e furono tutti pi tranquilli. Le campane suonarono a distesa ed un corteo accompagn il Console e Busketo al suo fianco su per Via Santa Maria fino al Palazzo degli Anziani. Ci fu una piccola cerimonia e poi visto che era l'ora di pranzo, tutti iniziarono a ritirarsi. Il Console si rivolse in arabo a Busketo: Oggi pranzerai a casa mia, poi ti mostrer i tuoi alloggi. In teoria ci doveva pensare il Vescovo, ma almeno per ora  bene che tu stia lontano da quell'uomo. Vivrai in Kinsika, l troverai molti arabi, schiavi e servi, ma anche uomini liberi, commercianti, potrai apprendere la nostra lingua col loro aiuto. C' una
mescita di vino vicino alla Chiesa di Santa Cristina, proprio in riva all'Arno. Ha delle stanze a pagamento pulite e comode, per ora vivrai l.
Vi ringrazio Console, ma io non possiedo soldi.
Ne avrai, ti spetta uno stipendio, il vitto e l'alloggio, astieniti dal bere e non ti mettere nei guai. Sarai anche un grande architetto, ma sei giovane e furbo, bella idea quella di mostrare le ferite, scommetto che te l'ha data Ottavio!
Il giovane chin il capo ed arross. Uscirono nella Piazza delle Sette Vie, Busketo vedeva la citt per la prima volta, era visibilmente spaesato ed il Console se ne avvide. Chiam una guardia del palazzo.
Vai al Vescovado, cerca Rimondino Toccafondi e digli di presentarsi a me domani mattina presto, insieme a suo padre.
La giornata trascorse in pace per Busketo. Dalla finestra della sua stanza poteva vedere l'Arno e le barche che, anche nel giorno di festa, transitavano in entrambe le direzioni. Divag con la mente, ordin il suo bagaglio, controll i suoi strumenti e le sue pergamene. La stanza era bastante alle sue necessit. In una parete in pietra, scorreva la cappa dei camini delle cucine e un lieve tepore inondava la stanza. Si concesse un riposo, cullandosi all'idea della sua grande chiesa.


Capitolo 6.
Anno Pisano 1063 Indizione 15 Pisa, verso il Capodanno pisano.

Il giovane Busketo si era velocemente ambientato. A parte il clima freddo a cui non era avvezzo, la citt gli piaceva e per le vie era sempre omaggiato dal saluto. Rimondino Toccafondi era la sua ombra, la sua guida, i suoi occhi nella citt. Dopo i primi giorni di imbarazzo l'architetto aveva iniziato a districarsi bene con la lingua ed ora, passati quasi due mesi, era completamente indipendente. Si recava spesso al Souk, dove aveva conosciuto persone che parlavano la sua lingua di cui ne aveva appreso le storie e che lo avevano consigliato. Aveva rivisto Ottavio e la sua famiglia e gli aveva restituito le vesti. Non era riuscito invece a rivedere Sista e la cosa lo aveva terribilmente rattristato. Ora aveva panni della sua misura, pratici e comodi per muoversi e lavorare. Busketo aveva dimostrato subito di avere idee chiare e iniziativa. Con l'aiuto del Console Giovanni aveva parlato all'Assemblea del Consiglio degli Anziani e poi aveva ottenuto udienza anche dal Vescovo. Aveva chiesto direttive soprattutto in merito all'impianto e alle dimensioni della chiesa. Quell'abile mossa aveva messo i Consoli del Mare contro il Consiglio degli Anziani, il Consiglio contro il Vescovo, il Vescovo contro il popolo. In citt non si parlava d'altro e alla fine Busketo, quando ormai la misura era colma, elabor la sua proposta. Avrebbe presentato un progetto e lo avrebbe sottoposto al giudizio delle autorit cittadine. La sua proposta fu accettata e di fatto gli permise di
essere indipendente senza dover sottostare a imposizioni di nessuno. L'architetto si alzava ogni mattina prima dell'alba, faceva colazione con latte e pane e poi si recava nel grande spiazzo ove sorgeva la chiesa longobarda di Santa Maria. L aveva costruito in legno un banco da lavoro perfettamente livellato ed ogni mattina usando i suoi strumenti tracciava rette e curve sul tavolato. Di solito lasciava la piazza prima che la citt si animasse, ma talvolta capitava che i pisani si soffermassero a parlare con lui. In alcuni giorni tornava alla piazza anche la sera prima del tramonto, ma a quell'ora il viavai di persone era pi intenso e quasi mai riusciva a compiere il lavoro prefissato. Aveva chiesto ed ottenuto dal Vescovo un ripostiglio nel Vescovado dove riporre i suoi attrezzi e di solito lasciava a Rimondino queste incombenze. Busketo chiedeva ed otteneva, ma non in virt della sua posizione gerarchica. Da uomo di cantiere qual era sapeva trattare con i lavoranti di tutte le arti, sapeva trattare con gli uomini. Prese a frequentare i cantieri navali dietro alla chiesa di San Nicola. Era affascinato dalla loro maestria, sotto le loro pialle e i loro scalpelli il legno si animava, si assoggettava al volere dell'uomo. Aveva bisogno di legno, piccoli avanzi della lavorazione, tavolette, scampoli e li avrebbe potuti prendere senza dare niente in cambio, ma non era infrequente che si fermasse ad aiutare i carpentieri, che si mettesse alla fune o al paranco se c'era da sollevare una possente trave, che si prestasse anche a lavori faticosi e sporchi come quello di calafatare. Questo atteggiamento non andava troppo a genio ai notabili cittadini, Busketo perdeva tempo, si gingillava in mestieri non suoi e un po' di malumore e di veleno impregnavano talvolta i discorsi nei palazzi. Busketo impar dai maestri del cantiere a fabbricare la colla col caglio di formaggio e la calce pura e a sera talvolta ne chiedeva un po' da portare via. Alla locanda, disponendo di uno stipendio, aveva chiesto ed ottenuto di avere un'altra stanza che aveva trasformato in laboratorio pieno di legname, morse, arnesi di tutti i tipi. Quando non era fuori a lavorare al cantiere nei giorni pi freddi e piovosi, si rinchiudeva per ore in quella stanza. Busketo aveva stretto amicizia con alcuni giovani operai del cantiere navale e condivideva con loro lavori e commissioni e un paio di volte li aveva accompagnati al Porto Pisano. Quella mattina si era recato ai cantieri e dallo spalto di San Nicola erano salpati su una piccola sagitta a quattro remi. Aiutati dalla corrente dell'Arno i quattro giovani mulinavano i legni con allegria, mentre un operaio pi anziano manovrava silenzioso il timone. La citt sfilava davanti ai loro occhi come un nastro che si stesse srotolando. Sulla ripa sinistra, l'antica chiesa di San Paolo. Busketo aveva sentito dire che la citt intendeva ingrandirla ed abbellirla, ma per ora gli operai lavoravano soltanto ad una piccola cappella ottagonale di mattoni rossi, la Cappella di Sant'Agata. Pi avanti, sempre a mancina, sorgeva un piccolo spedale voluto dalla famiglia Caetani ed una modesta cappella, la chiesa di San Giovanni. Ancora oltre, l'Arno proseguiva il suo cammino, spingendo le acque verso la basilica di San Petri ad gradus maris, acque ingrossate dall'apporto dell'Ozeri che, un miglio pi avanti da destra, si immetteva nell'Arno. La sagitta non raggiunse la confluenza dei due fiumi perch poco oltre lo spedale dei Caetani vir a sinistra imboccando uno stretto canale. Stavolta i giovani dovettero remare con vigore per vincere la corrente. Il canale piegava verso i monti, scorreva quasi parallelo all'Arno e la forza delle acque era notevole. Busketo remava e si voltava per vedere ove dovesse finire quella fatica. La lancia risaliva il canale dirigendosi verso Est. Di colpo la corrente scomparve, la quiete sembr quasi pietrificare le acque, fu come galleggiare su uno specchio. Il canale si apriva e si restringeva, creava approdi e rami trasversali.
Busketo era ammaliato da quella ragnatela di acqua e terra, nella quale si sarebbe certamente perduto. Anche se quel dedalo di canali si sviluppava a poca distanza dal quartiere di Kinsika, l'architetto non si era mai avventurato a Sud della citt. Uomini vestiti all'orientale, barbuti operai nordici, robusti lavoranti dalla pelle bruna, una mescolanza unica di suoni e lingue. E poi merci, magazzini, capanne e bivacchi. Le balle di lana erano stivate con cura, i piccoli pacchi di zafferano avvolti in tela cerata erano ordinati come a formare un grande mosaico di tessere perfette. Altrove armenti rumorosi attendevano un imbarco sotto gli occhi vigili di pazienti pastori. Barche di ogni dimensione ovunque, in acqua, in secca, capovolte in attesa di essere riparate, colme di reti per la pesca, di otri di vino, di casse di frutta. Barche coi remi, con un solo albero in attesa di tendere vele triangolari, imbarcazioni dal bordo alto, altre pi simili a piattaforme. Busketo ammirava stupefatto come l'ingegno umano avesse saputo modellare tante forme e tante soluzioni tecniche per viaggiare sulle acque. Sulle rive bambini scalzi che giocavano, altri meno sorridenti che faticavano a fianco di uomini alti il doppio di loro. Pisa ardeva di frenetica attivit. La corrente mutava di nuovo e ai remi non opponeva pi alcuna resistenza, e anzi come risucchiata da una forza invisibile la piccola lancia veniva attratta verso un punto ignoto. I magazzini si diradavano, gli approdi scomparivano. Avanzando la trama del labirinto si riuniva in un unico grande canale che sembrava volesse penetrare nella campagna. Il Canale del Porto Pisano, pi stretto dell'Arno, consentiva comunque a due imbarcazioni di navigare in opposte direzioni senza dover compiere manovre. A fianco del nastro d'acqua, quasi parallela, una via di terra menava merci e persone a piedi o sui carri. Non c'era molto da ammirare e la voga si fece pi intensa. Dopo un tempo che a Busketo parve interminabile, la vista di una
grande pietra fittile segn la distanza di dieci miglia dal centro della citt. Ed ecco che poco a poco, come se le immagini della darsena di Kinsika si fossero riflesse cos lontano, apparve uno scenario quasi speculare a quello lasciato a poppavia. Un primo approdo, poi un altro, rimesse, magazzini, uomini e donne al lavoro, ma questa volta a colpire Busketo fu la vastit del luogo. Per un attimo gli parve di trovarsi di nuovo al porto di San Giovanni d'Accon dal quale si era imbarcato per giungere a Pisa. Ma il porto di Accon era cinto da mura e stretto fra vicoli e palazzi. Qui non c'erano difese e i fondaci si perdevano in mezzo ai prati. I pisani non temevano attacchi e non avevano fortificato il porto, tanto era certa la loro supremazia! Nella parte denominata Portus Magnalis decine di galere erano allineate. Alcune che non trovavano riparo in porto ed erano ormeggiate fuori dalla rada, legate ad enormi pali che sprofondavano negli abissi. Procedendo all'interno dello specchio d'acqua, Busketo si stup di vedere due ghirbn qat'i, le imbarcazioni da combattimento che utilizzavano i musulmani di Siria.
Ma quelle non sono barche musulmane?
L'uomo del timone rispose. Sono imbarcazioni da combattimento, sono basse e slanciate, ma nei periodi di pace o da qualche porto amico, trasportano anche le merci. Noi le chiamiamo ghirban, ma non so cosa vuol dire, forse indicano il nome degli squali, che i bizantini chiamano galeas. Anche le nostre navi da guerra, le galee coi rostri sulla prua per abbordare i nemici, assomigliano al pesce spada. So solo una cosa, quando navigando si avvistano all'orizzonte le vele dei mori, l'urlo che si ode sopra il rumore del vento e quello che annuncia l'arrivo dei monstra marinai
Il timoniere continu, mentre i giovani avevano frenato la voga e la barca dondolava mollemente sulla superficie dell'acqua.
Ho navigato in pace e in guerra nei mari dell'Oriente e del Sud. Quelli che consideriamo nostri nemici, hanno molto da insegnare sulla navigazione. Usano vele diverse dalle nostre e sono tagliate a pantalone o alla trina. Con quelle riescono a manovrare anche col vento contrario e ad essere pi veloci delle nostre navi. Hanno navi piccole, feluche e mulete per i viaggi sotto costa, ma anche teride e tartane dai fianchi possenti.
I quattro rematori ascoltavano la voce greve del timoniere ed ognuno costruiva immagini nella propria mente. A Busketo sovvenne del grande sambuco che lo aveva trasportato verso il regno di Axum, e di come durante il viaggio cercasse scampo al sole riparandosi all'ombra della grande vela triangolare. Fu colto da una stringente nostalgia, ma fu per un attimo perch il timoniere riprese. Sono mercanti astuti e marinai eccezionali, per me sarebbe sempre meglio averli come alleati anzich nemici. Forza ai remi, il carico ci aspetta!
La barca si mosse e dopo aver rasentato la fila delle galee pieg verso l'altra parte dell'insenatura dove nella zona detta Alla Formica, una miriade di basse case brulicanti di genti dava l'idea di un termitaio in agitazione. Sulla punta pi meridionale dell'insenatura naturale del porto, una grande platea ospitava il fanale, il punto in cui di notte venivano accesi i fuochi per segnalare il porto alle navi di passaggio. Un palazzo a due piani, la Domus Magna, ospitava i consoli e l si conservavano le chiavi delle catene che serravano il porto. La barca accost alla fiancata di una grande galea ancorata in mezzo alla rada. Gli operai chiamarono a gran voce e dal parapetto della grande nave si sporsero alcuni marinai. Ci furono saluti, risate, Busketo not la confidenza e l'amicizia tra quelle genti. Dalla nave dopo poco iniziarono a calare grandi matasse di corda ricavata dalla pianta chiamata Corcoro proveniente dai mercati di levante.
Le matasse sarebbero servite per completare il sartiame delle navi da guerra in costruzione nel cantiere pisano. La piccola barca ondeggiava ad ogni scarico, tutto lo spazio disponibile venne occupato, tranne quello dei rematori. Busketo non poteva distrarsi, anche se era attratto da altre piccole imbarcazioni che, affiancate ad un'altra grande nave poco distante, imbarcavano balle di pepe e bacini di ceramica avvolti nella paglia. L'architetto e gli altri dovettero faticare molto per assestare il carico ed evitare che venisse imbarcata acqua, Busketo era preoccupato. Finite le operazioni di carico la lancia si spost dal bordo della grande nave ed inizi il suo rientro verso Pisa. Il viaggio fu pi lento e faticoso, nessuno parlava e seppure si fosse solo a marzo, il tiepido sole e la fatica accaldavano le membra. Busketo si immerse nei suoi pensieri, remando meccanicamente. Bianche pittime ferme nei campi scrutavano gli uomini che sfilavano loro davanti. Al pari delle solitarie garzette o dei maestosi aironi grigi, tutti quegli uccelli lacustri trovavano riparo e nutrimento vicino a quelle acque tranquille. I gabbiani, pi irrequieti e chiassosi, seguivano la barca tuffandosi talvolta in picchiata per afferrare al pelo dell'acqua qualche malcapitato pesce. Il bordo della lancia era pi alto a poppa e a prua e pi vicino all'acqua al centro dell'imbarcazione. Sarebbe bastato un movimento brusco per far rovesciare uomini e carico. Busketo sudava di fatica e di paura, sapeva nuotare, ma si immaginava di finire sommerso e sepolto da tutte quelle corde. Pens che forse sarebbe stato meglio utilizzare una barca pi larga e pi adatta a trasportare le merci, ma gli operai risposero alle sue obiezioni, spiegando che una barca pi ingombrante non la si poteva governare nelle darsene e sebbene pi sicura, sarebbe stato pi faticoso compiere il trasporto. A met del Canale del Porto il timoniere dette ordine di mollare la voga e la barca accost all'argine. L'uomo del timone trasse da una sacca un pane
di farina scura e un pezzo di formaggio e da sotto il pagliolo ai suoi piedi fece apparire una fiasca di vino rosso. La fatica e la preoccupazione di Busketo svanirono all'istante. Alla fine della mattinata le corde giunsero ai cantieri, furono sistemate in un magazzino chiuso per evitare che fossero sporcate dai gatti. La loro urina infatti diminuiva la tenuta delle fibre e non era infrequente che un canapo si spezzasse come per magia anche sotto la trazione di piccoli pesi. Anche quella giornata aveva arricchito Busketo che trascorse il resto del pomeriggio nella sua locanda. Il Console Orlandi, in una giornata di pena e sconforto verso la met di marzo, si era recato dall'Ammiraglio Ciurmi.
Passa tutto il tempo a bighellonare per la citt, disegna!
Disegna?
S, questa settimana ha passato interi pomeriggi davanti la chiesa di San Paolo a Ripa d'Arno, la settimana passata  scomparso e poi l'hanno visto al cantiere della Badia di San Savino a fare il muratore.
Pazienza Giovanni, pazienza, si vede che cerca idee, magari nel suo paese le chiese sono diverse, ha detto che presenter un progetto, aspettiamo.
Aspettiamo, intanto il tempo passa, sai che di nascosto  andato a Lucca a vedere il cantiere di San Martino?
S, mi  stato riferito, forse lo ha fatto per progettare una chiesa pi bella di quella lucchese, che c' di male?
C' di male che non deve esporsi a rischi,  pagato per progettare non per andarsene in giro!
Il Console perdeva le staffe quando non poteva avere il pieno controllo delle cose, era abituato a comandare ed avvezzo a farsi ubbidire e quel giovane che vagava per la citt senza produrre quanto sperato lo faceva infuriare.
Sai che si  calato nella cripta di San Pietro in Vincoli e ci  rimasto un giorno intero? Non lo vedevano risalire, pensavano che fosse morto.
L'Ammiraglio Ciurmi cerc invano di consolare e rassicurare l'amico, quel ragazzo aveva comportamenti strani agli occhi di uomini abituati all'azione, uomini capaci di prendere decisioni in pochi attimi e di compiere grandi imprese in poche ore. Ma Busketo aveva altri ritmi ed altri tempi, sapeva che in citt correva qualche voce sul suo conto, ma lui seguiva gli insegnamenti di Ottavio, stava con la gente, lavorava con la gente. Una mattina l'architetto si present al Palazzo degli Anziani e cerc del Console. Dopo una breve attesa fu introdotto in un'ampia sala che dava sulla Piazza delle Sette Vie. Il Console sarebbe arrivato dopo poco. Alle pareti erano appese bandiere moresche, rubate alle armate saracene sconfitte in battaglia. Ad Aleppo non aveva mai avuto problemi con i musulmani, molti suoi amici lo erano come quasi tutti i lavoranti che conosceva ed erano alle dipendenze del padre. Anche l a Pisa i musulmani e gli ebrei godevano di libert, avevano strade loro, avevano il loro grande mercato. Capiva che il problema fra i pisani e i musulmani era economico e non religioso, ma quei pezzi di stoffa appesi alle pareti erano costate molte, forse troppe vite umane da entrambe le parti. Rabbrivid e si port verso le finestre. Pisa viveva, un incessante traffico di bestie e persone occupava la piazza. Il via vai era intenso soprattutto in direzione di San Felice e nel verso opposto, verso l'incrocio del Cardo e del Decumano. A destra della Via di Cortevecchia la Torre della Muta con la sua possente mole vegliava sulla citt. Rimondino gli aveva spiegato che la torre portava quel nome in virt delle diverse coppie di aquile che d'inverno si rifugiavano l e mutavano il piumaggio assumendo un colore bianco. Busketo era affascinato dal volo di quei possenti animali che con un colpo d'ala salivano ad altezze vertiginose. Lui che la mattina spiava il cielo dal suo banco, le vedeva spesso rientrare dalla caccia notturna.
Alla buon'ora Busketo, concluso il progetto?
Buongiorno Console, no, non  concluso e sono venuto a porvi un delicato quesito.
Il Console contrariato si appoggi all'orlo del tavolo lasciando Busketo in piedi.
Dimmi.
Voi, il Vescovo, questa citt, volete tutti la chiesa pi grande del mondo, avete un'idea di quanto dovrebbe essere lunga per esempio la navata della chiesa?
Il Console si port alla finestra cercando di dissimulare il suo imbarazzo e dopo una breve pausa parl all'architetto. Ne abbiamo parlato molto, non abbiamo trovato una soluzione che andasse bene a tutti, ma mi immagino, pensavo... quanto  lunga la navata della chiesa di Santa Maria?
Secondo le strane unit di misura che avete in uso in questa citt la chiesa  lunga tredici pertiche e mezzo,  la pi grande. Gli sono seconde San Frediano e poi San Zeno di poco pi piccole, ma tutte le altre sono di dimensioni ridotte.
Come sarebbe a dire che abbiamo unit di misura strane?
Lasciate perdere per ora e ditemi di come immaginate grande questa nostra chiesa.
Il Console seppur contrariato riprese a parlare. Vedi Busketo, molte volte prima che tu arrivassi mi sono trovato a passeggiare alla Piazza del Vescovado e misurando i passi mi sono fatto l'idea che la nuova chiesa debba essere lunga almeno venti pertiche e poi alta, soprattutto molto alta, che dia l'idea della potenza. Di pi non credo sia possibile.
Busketo sorrise e gli si illuminarono gli occhi astuti.
Dunque voi pensate che non la si possa fare pi grande?
Si potrebbe ma non si pu, c' la vecchia chiesa, la Via Aemilia che esce dalla citt, gli orti dei preti, il Battistero
ottagonale e tutte quelle case e casupole del Vescovado di quel nido di vespe, come si fa?
Si fa che si fa sparire tutto, il Vescovado, gli orti, la vecchia chiesa, il battistero, eliminiamo tutto quello che c' nella piazza ed avremo lo spazio per fare quello che non  mai stato fatto.
Il Console scosse la testa, era tentato dall'idea e consapevole che fosse per impossibile.
Busketo, come fai a far sparire tutto e poi come convinci il Vescovo, quello  attaccato come una remora al pescecane.
Sfruttate la sua cupidigia, dategli quello che non ha, un grande palazzo magari dentro le mura cittadine cos si staccher volentieri da quel misero Vescovado!
Pare facile, ma dove lo piazzo il Vescovo, non lo vuole n Cristo e n il diavolo!
La chiesa di San Giorgio ha intorno un grande orto che  gi di propriet del Vescovo. Si potrebbe convincerlo a costruire l un nuovo vescovado, un palazzo tutto per lui. La citt potrebbe sostenere le spese e cos avremmo capra e cavoli, come dite voi qui a Pisa.
Il Console rimuginava guardando fuori. L'idea non era sbagliata, serviva l'approvazione del consiglio... problemi, problemi a non finire, dare una chiesa imponente e gloriosa alla citt gli era sembrata un'impresa pi facile.
Ammettiamo che tutto vada come dici te, questa nuova chiesa quanto sarebbe grande?
Busketo si avvicin al tavolo, spost le pergamene e i candelabri, mise da parte alcuni oggetti ed altri li pose a terra.
Voi pensate ad una chiesa al massimo di venti pertiche. Devo fare ancora gli ultimi calcoli ma se tutto torner con guanto ho fin'ora osservato, ebbene... io ne ho immaginata Una di ventisette, forse anche qualche piede in pi!
Busketo prese un grande registro e lo colloc al centro del
tavolo, afferr uno sgabello dalla seduta circolare e lo mise capovolto sul piano di legno in perfetto asse col registro, poi spost uno dei candelabri in una posizione non allineata con gli altri due oggetti.
Il tavolo  la grande piazza, dobbiamo deviare la Via Aemilia, ma di poco, demoliamo il Vescovado, gli orti, il Battistero, tutto!
Busketo aveva un'aria trasognata, vedeva e immaginava l'opera compiuta e con trasporto ed emozione cercava di donare la sua visione al Console che seguiva ora incuriosito, ora perplesso.
La chiesa potrebbe avere l'asse maggiore di ventisette pertiche; l'altezza della facciata dovrebbe arrivare a dodici pertiche. All'incrocio tra navate e transetti sopra quattro possenti pilastri, costruiremo una cupola, altissima da non poterne vedere la sommit che raggiunger quasi le diciassette pertiche.
Busketo si spost al lato del tavolo mentre il Console cercava di memorizzare le misure.
Questo sgabello sar il nuovo battistero, largo quanto la chiesa, alto come la cupola, un enorme battistero circolare con riferimenti ottagonali all'interno, un fonte battesimale grande da immergerci facilmente anche il pi possente dei vostri marinai e poi...
Busketo si spost vicino al candelabro. Ecco il campanile, alto come la cupola, circolare come il battistero, ma pi piccolo con un diametro di sette pertiche.
Il Console sbott sgomento. Vorresti dire che vuoi fare un campanile largo met della nostra attuale chiesa e neanche a base quadrata? Cosa ce ne facciamo di un battistero grande come una galea e un campanile pi largo di una saetta?
Busketo non gli rispose direttamente e torn a concentrarsi sul grande registro. La facciata della chiesa avrebbe tre
immense porte sormontate da archi a tutto sesto e sopra quattro ordini di loggiati a fondo cieco, i pi alti mai visti al mondo, altissimi. E la chiesa avrebbe cinque navate delimitate da colonne, due transetti e tre cattedre. Sulla cattedra principale all'altare maggiore, sieder il Vescovo, a destra l'enorme transetto sar una chiesa quasi indipendente dove far sedere l'Imperatore e nella cattedra di sinistra, la terza cattedra...
Busketo si alz dal tavolo fissando il Console negli occhi. La terza Cattedra sar per il Console, pari al Vescovo, pari all'Imperatore, nella casa di Dio.
Giovanni Orlandi vacill un attimo con quello strano mal di mare che lo colpiva nei momenti difficili, ma si riprese subito e reag col piglio dell'uomo d'azione.
Di cosa abbisogni?
Debbo tracciare le linee a terra, ma nel frattempo mi servono operai, fabbri, falegnami, gente di cantiere alla quale non debba insegnare il lavoro.
Dobbiamo costruire una fornace, demolire la vecchia chiesa e cuocerne le pietre, dobbiamo preparare la calce, fondere le staffe di piombo e iniziare a cavare il marmo dal monte dei Bagni di San Giuliano. Devo trovare anche una cava di pietra nera a patto che sia vicina. Ci servono barcaioli per trasportare, idraulici per costruire macchine da sollevamento, animali da soma... un esercito di uomini, mio Console
Il Console si accasci su una sedia.
Abbiamo marmi a sufficienza ammassati al porto, basteranno e poi San Giuliano  lontana una cava, non  possibile.
Busketo colse lo sgomento negli occhi dell'Orlandi gli si fece vicino e abbass il tono della voce. Ho pensato a tutto, con un sistema di cavi porteremo i marmi al piano, le barche trasportate dalla corrente dell'Ozeri le porteranno
direttamente vicino alla piazza. Costruiremo un approdo per le bianche pietre proprio dietro il cantiere, sar il fiume a portare i marmi, non l'uomo, non le bestie. I marmi che sono al porto sono bellissimi ma non bastano al bisogno e poi come pensereste di portarli in citt? Sui carri? No, Console, serve comunque un approdo.
Il Console si scosse e si rianim.
Come facciamo a vedere e a capire questo progetto?
Il giorno del Capodanno il 25 marzo dopo la messa, pensavo fosse un buon momento per portarlo in chiesa, lo vedrebbe il Vescovo, lo vedreste voi, lo vedrebbe il popolo!
Busketo stava per assaporare il gusto della vittoria, ma mancava un ultimo dettaglio.
Promettetemi che prima del 25 andrete a parlare col Vescovo e otterrete la sua approvazione, poi con il Consiglio degli Anziani anche l  affar vostro e affronterete il problema nel momento che riterrete pi opportuno. Promettetelo Console, altrimenti tutto il mio lavoro sar vano e Pisa avr una chiesa pi piccola del San Martino di Lucca, meno imponente di San Sisto sulla via di Cascina, pi misera di San Paolo alla Ripa dell'Arno.
Quelle parole ebbero l'effetto di un colpo di vento sulle vele di una galea, quasi uno schiocco nella mente del Console. E sia!
Quella mattina Busketo si alz presto come al solito e spalanc raggiante le imposte. Ormai si era abituato all'aria fresca del mattino. Aveva l'animo leggero. Un bel sole si era levato nel cielo limpido, era apparso da dietro il Mons Manius il Monte del Mattino che si ergeva sopra Calci. La giornata sarebbe stata calda. Al pianterreno della locanda Rimondino faceva colazione, Busketo lo salut frettolosamente ed usc in strada, fuori ad aspettarlo, coperto da un pesante mantello lo attendeva Ottavio. Teneva per le briglie il suo asino attaccato al carro e rimirava sereno i lungarni.
L'architetto corse verso l'amico e lo abbracci.
Grazie Ottavio, sei veramente un amico.
Non volevo venire, lo sai che sono allergico alla citt, ma ho capito che per te era importante, ti aiuto volentieri.
I due amici entrarono nella locanda e si unirono a Rimondino. Pisa si stava svegliando, in ogni angolo della citt c'era fermento e animazione. Dalla Via del Porto una lunga teoria di persone a piedi, sui carri e a cavallo, si stava avvicinando all'urbe. Il Canale del Porto ribolliva di piccole imbarcazioni a remi, risalivano tutte la corrente stracolme di genti, come risucchiate dalla citt. Nessuno si rec al lavoro, anche i fornai chiusero presto le loro botteghe, chi aveva un paio di calzari li indoss, chi aveva una veste di ricambio si fece bello. Come una piovra raccoglie lentamente a s i suoi tentacoli, cos Pisa concentr davanti alla chiesa di Santa Maria tutta la sua varia umanit. Da Kinsika si avvicinarono anche molti musulmani e stranieri di terre lontane, nei loro abiti diversi e variopinti. La chiesa era gremita, ma la maggior parte del popolo pisano attendeva sulla piazza l'eco di ci che avveniva all'interno. Il Vescovo Guido con i paramenti pi preziosi, scrutava la folla senza amore, alla ricerca di chi aveva promesso il nuovo progetto. Il Console sedeva con gli altri notabili e gli anziani, ma di Busketo non c'era traccia.
In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti...
La messa ebbe inizio e con devozione procedette in modo solenne. Dopo la lettura dell'Evangelo, il Vescovo prese la parola. Dio Signore e Onnipotente, benedici questo popolo e questa citt, benedici noi, tuoi servi fedeli. Oggi 25 marzo celebriamo l'incarnazione della Vergine Maria. A nove mesi partendo da oggi, il Signore Ges scender sulla terra. Sia questo giorno benedetto, sia questo giorno l'inizio di una nuova vita, sia questo giorno il primo del nuovo anno. Ecco, io proclamo questo giorno 25 Marzo ab incarnatione
dei, il primo giorno dell'anno del Signore 1064.
Un boato si sollev dalle navate e immediatamente si propag fuori dalla chiesa. Il Capodanno pisano era un rito met sacro e met profano, si festeggiava in modo comunitario l'incarnazione di Maria, l'approssimarsi della Pasqua, ma anche la fine dell'inverno, della stagione fredda e addirittura la fine dell'anno vecchio. Tutta la citt viveva un giorno di euforia contagiosa, un giorno di speranza. La messa riprese. Credo in Deum, Patrem onnipotentem factorem coeli et terme..., ma di Busketo nessuna notizia.
Tutti sapevano che l'architetto avrebbe presentato il progetto alla citt e una certa ansia cominci a diffondersi nell'animo dei presenti Pater noster qui es in caelis, santificetur nomen tum...
Il Vescovo profitt della preghiera del Padre Nostro per osservare ancora una volta la folla. Il Console pur recitando a memoria si agitava e si sentiva perso. Fu quando il Vescovo si accinse a pronunciare l'"Ite, missa est", che dal fondo della chiesa sal un brusio. Al sommesso mormorio si sostitu ben presto un chiassoso vociare, le ultime file si mossero, la gente cominci ad uscire. Il Vescovo strillava ed intimava il silenzio, i pisani come attratti da un'invisibile forza si riversarono sulla piazza gi colma di gente all'inverosimile. Busketo in piedi sul pianale d'un piccolo carro trainato da un asino aveva fatto il suo ingresso nell'ampio spazio ed aveva raggiunto il suo banco da lavoro. Il carro era coperto alla meglio da un telo e pareva si celasse sotto qualcosa. Busketo salt agilmente dal pianale al suo tavolo, il fido Rimondino gli porse una sottile asta di legno. L'architetto con fare solenne allarg le braccia e raccolta l'attenzione di tutti, si port l'indice al volto chiedendo il silenzio. Di colpo la piazza fu muta. Il sole aveva quasi raggiunto nel cielo la sua massima altezza e Busketo doveva ancora fare al mezzogiorno solare del giorno dell'equinozio di
primavera, l'ultima importantissima misura, quella che gli avrebbe consentito di dimensionare correttamente tutta la chiesa e di orientarla nel modo pi gradito a Dio. Aveva a disposizione pochissimi minuti e necessitava di concentrazione. Pose in verticale la sottile asta che gli aveva dato Rimondino e poi la inclin verso il sole, verso Sud. L'ombra dell'asta and riducendosi man mano che si inclinava, fino a scomparire nel momento esatto in cui fu parallela ai raggi del sole. Rimondino si avvicin con un'altra assicella che portava delle tacche a distanze regolari. Busketo e Rimondino, lo straniero ed il giovane pisano, come due attori o due maghi al centro della scena in un silenzio irreale, svolgevano il loro rito solare. Busketo misur l'altezza che andava dal suo banco da lavoro all'apice dell'asta inclinata, cont e ricont velocemente le tacche.
Due piedi e mezzo, guarda Rimondino, due piedi e mezzo!
L'architetto alz le braccia al cielo e con tono di giubilo grid alla folla. Sia fatta la volont di Dio!
Nessuno cap niente tranne forse Rimondino, ma l'euforia dilag per tutta la piazza e la gente prese ad urlare, ad applaudire, ad ondeggiare nel tentativo di carpire qualche spiegazione. Il Vescovo, nero in volto come il carbone, aveva concluso frettolosamente la messa da solo e si era precipitato fuori, poi aveva assunto un atteggiamento pi dignitoso mentre si era formato un piccolo corteo di chierici in fondo al quale il Vescovo e il Console entrambi frementi transitavano. La folla si apr ed il gruppo di prelati ed Anziani della citt giunse verso l'irriverente Busketo. L'architetto fiss dritto negli occhi l'Orlandi con sguardo inquisitorio ed inclin la testa ad indicare il Vescovo. Il Console nspose all'appello ed abbozz un sorriso chinando in modo appena percettibile il capo verso il basso. Busketo raggiante strizz l'occhio al Console, allarg nuovamente le braccia
chiedendo ed ottenendo il silenzio della piazza. Poi, pi calmo e pacato, si rivolse al Vescovo.
Riverito ed eminente Vescovo, a voi, successore dei Santi apostoli, mi rivolgo.
La piazza era silenziosa ed immobile, Busketo si guard attorno ed alz il tono della voce affinch oltre al Vescovo sentissero anche i carpentieri, i fabbri, le massaie, gli operai del porto, i mercanti d'oltremare.
Dal mio arrivo in questa potente citt, ho trovato soltanto amore e comprensione. Mi avete difeso, mi avete strappato a morte sicura, mi avete affidato una grande responsabilit. Sono pronto a raccogliere questi onori ed intendo ripagarvi con altrettanta devozione e riconoscenza.
Busketo con un balzo pass sul pianale del carro e con l'aiuto di Ottavio e Rimondino, tolse la copertura alla sua opera. Aveva lavorato giorno e notte, aveva usato ogni assicella e tavola di legno recuperata al cantiere. Aveva curvato le fibre usando il calore di candele di sego, aveva piallato, limato, incollato. Ora sul pianale del carro di Ottavio, il modello di una cattedrale, un battistero ed una splendida torre a forma di colonna e formata da mille colonne, era visibile a tutti. Curato nei dettagli e dipinto di bianco, sembrava vero. Vescovo, riveriti Anziani, Console, popolo di Pisa, ecco la vostra cattedrale!
Anche se il modello dei monumenti era visibile solo dalle prime file, un fremito di gioia percorse tutta la piazza e indusse ognuno a manifestare il proprio assenso, anche quelli lontanissimi.
Sar la chiesa pi grande mai vista al mondo, a cui si acceder da tre immensi portali posti ad Ovest e camminando verso la luce dell'alba, si arriver per le navate a due immensi transetti. Su questo lato, volto verso Sud aprir una finestra aurea in modo che il sole dell'alba di questo giorno in cui il Signore Iddio si  incarnato nel seno della Vergine
Maria, possa per l'eternit penetrare ed illuminare l'interno. Cos voi tutti, pisani e genti forestiere potrete vedere coi vostri occhi, l'esatto momento in cui Ges si fa carne per noi e l'anno di Pisa inizia.
Busketo alz gli occhi sulla folla muta e concentrata, le sue parole erano state bevute, ma non avevano ancora dissetato gli animi bisognosi di nuova linfa, cos riprese: ... Ma una grande chiesa, non dovr rimanere isolata in questa piazza, le faranno cornice e compagnia questo battistero e questo campanile di mille colonne che porter campane che si udranno da tutti i porti vicini e nei territori interni. Che la gloria di Pisa si conosca in ogni dove!
Fu allora che il giubilo esplose, i pisani toccati sulla corda della gloria e della potenza si lasciarono andare. L'architetto si sporse dal carro e tese la mano al Vescovo che impacciato e colto di sorpresa, fu quasi spinto da decine di mani. Salito che fu si perse per un attimo ad ammirare la meraviglia che l'architetto era riuscito a costruire, si fece rapire da ogni singola colonna o capitello, dalle lesene e dalle losanghe, dalle arcate cieche delle mura laterali e dagli absidi perfetti. Fu il silenzio irreale che si era venuto a creare a risvegliarlo dal suo torpore e dalle sue fantasie. Alz lo sguardo sulla folla e d'improvviso, come un bambino capriccioso, tent di impadronirsi del gioco benedicendo con formula solenne: Io, Guido di Pavia, vescovo per volont divina, benedico questo progetto e questa citt qui radunata che esorto a pregare, affinch sia gradita a Dio questa meravigliosa opera che io dispongo venga realizzata dall'architetto Busketo, In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Ed ora tutti insieme, Ave Maria, gratia plena, Dominus Tecum, benedicta Tu in mulieribus...
La folla commossa si un alla preghiera, tranne il Console ed altri Anziani stizziti dal comportamento del Vescovo. Ottavio rideva beandosi di quello
spettacolo ridicolo ai suoi occhi. Lui che era stato ambasciatore e spettatore del mondo vedeva ora nella sua patria, nella sua citt, il ripetersi di un antico conflitto in atto in ogni angolo della terra. Il conflitto per il potere. Rideva in modo composto ed osservava l'Orlandi sicuro che non sarebbe rimasto immobile di fronte all'ardire del Vescovo. Al popolo poco importava di quelle diatribe, Pisa voleva una chiesa ed in un modo o nell'altro l'avrebbe ottenuta. Questo popolo di mercanti, guerrieri, marinai audaci e spesso feroci, chinava il capo di fronte ad un Vescovo. Non lo temevano, non lo rispettavano, ma il timore di Dio e del fuoco dell'inferno in certi momenti della vita rendeva tutti pi umili e docili. Quel Dio che in battaglia era cos lontano tornava nelle parole dei moribondi o come ora nelle preghiere di ogni uomo e donna di Pisa, consapevoli di essere in debito con Lui. Fu Busketo a risolvere la questione, aveva ormai capito quale fosse il gioco delle parti in quella citt e quali equilibri conveniva mantenere per poter preservare la sua indipendenza operativa e per ottenere il massimo apporto dalla citt. Finita che fu la preghiera, l'architetto chiese ed ottenne nuovamente il silenzio e con tono accalorato si rivolse alla gente della piazza: Genti tutte di Pisa, questa chiesa, la pi grande ed imponente del mondo,  vostra. Solo con il vostro aiuto, solo con il vostro lavoro sar possibile far germogliare questo seme. Vi sono debitore e soprattutto intendo ringraziare l'uomo che pi di ogni altro mi ha aiutato.
Busketo si gir verso Ottavio, gli sorrise e per un attimo gli occhi gli si velarono di riconoscenza, fu appena un sorriso abbozzato, un sorriso che fu ricambiato da quel burbero contadino che con tutta la famiglia, lo aveva resuscitato a nuova vita. Poi si volse nuovamente verso la folla: Popolo di Pisa, permettetemi di ringraziare, il Console Giovanni Orlandi!


Capitolo 7.
Anno Pisano 1064 Indizione I Pisa, verso la fine di Giugno.

Il modello in legno dei tre edifici fu collocato nel Vescovado con grande cura, il Vescovo poteva ammirarlo e Busketo al bisogno poteva consultarlo anche se il progetto era interamente stampato nella sua mente. Dal giorno di Capodanno, la citt di Pisa aveva messo a disposizione del cantiere cinquanta lavoranti. Si era dapprima provveduto a liberare il terreno dagli orti dei preti e da varie casupole nate qua e l. Il Vescovo non si era opposto, era primavera, non c'erano messi da raccogliere e soprattutto Pisa concesse un terreno di misure equivalenti fuori dalla Porta Buoza. A fine Aprile la piazza era perfettamente sgombra e livellata. Il Vescovado e il Battistero ottagonale di San Giovanni sarebbero stati demoliti pi avanti, cos come la vecchia chiesa. La Via Aemilia, dopo aver attraversato la citt, usciva da Porta Picelle e tagliava obliquamente lo spazio dove doveva sorgere la cattedrale. Busketo e i suoi uomini rimossero le pietre collocate in epoca romana e lastricarono un tratto nuovo che correva in linea retta a fianco della piazza. Poi la via piegava verso Nord e si ricongiungeva col tracciato originale. Il cantiere ora era libero e l'architetto concentr tutti i suoi sforzi per creare tre opere di vitale importanza. Lungo il corso dell'Ozeri, in prossimit della piazza, fu costruito un approdo per le barche che avrebbero portato i marmi dai Monti Pisani. A fianco di questo, poco pi a monte, l'architetto fece costruire un molino in pietra e commission ai
carpentieri dei cantieri navali una grossa e strana ruota rinforzata con piastre di ferro; infine in un angolo della piazza edific una fornace. Per l'interno furono utilizzati mattoni refrattari ottenuti cuocendo le argille locali, per l'esterno furono utilizzate le pietre recuperate dalla demolizione dei piccoli edifici preesistenti al cantiere. L'intercapedine fra le due pareti fu riempita di sabbia marina che consentiva di mantenere il calore. Nella fornace si sarebbero cotti ad alta temperatura gli scarti dei marmi per ottenere la calce viva e da questa la malta per livellare e saldare le future murature. Rimondino che era cresciuto al Vescovado ed aveva imparato a scrivere ed a far di conto, scelse di occuparsi dei registri del cantiere, delle paghe, dell'elenco dei lavoranti al soldo. Per Busketo fu un sollievo non doversi occupare di tali questioni, ma questo imponeva una forzata lontananza dal ragazzo al quale aveva gi insegnato i primi rudimenti della scienza del progettare, insegnamenti andati perduti. Questo lo rattristava e talvolta sentiva il bisogno di dialogare con un suo pari o un apprendista, ma pensava di essere troppo giovane per chiederne uno. Cos con umori altalenanti, Busketo si presentava al cantiere per primo e si ritirava per ultimo. Non aveva dimenticato Sista e talvolta riceveva notizie della famiglia di Ottavio, ma il suo impegno per la costruzione era totale, lo assorbiva completamente e l'immagine della ragazza riaffiorava solo nei momenti di sconforto o di solitudine. A sera Busketo cenava alla locanda, raramente usciva, raramente dialogava con qualcuno. In citt era rispettato e considerato, ma quello era un popolo operoso, ognuno aveva il suo daffare e chi era avvezzo invece a vagabondare non si andava certo a mischiare con uno che lavorava dall'alba al tramonto. Con la bella stagione la sera talvolta usciva e faceva qualche passo per le vie della citt. Preferiva rimanere in Kinsika e girovagare nella zona del Souk, i mercanti orientali intonavano qualche volta
canti sommessi, melodie nostalgiche e penetranti. Busketo si sedeva ad ascoltare e la sua mente, inebriata dai profumi delle spezie, vagava lontano. L'anice, che sua madre aggiungeva al pollo e ai biscotti, la noce moscata che alcuni ad Aleppo mangiavano in grandi quantit per avere visioni e divinare profezie, la cannella che anche ad Axum usavano per i riti funerari, il timo che sua madre aggiungeva nell'impasto del pane, il sesamo con la cui farina si impastavano i ka'ik, le ciambelle tonde per la colazione. Ogni aroma, ogni odore lo portava a casa, lo portava dai suoi genitori nella grigia ma splendida Aleppo. Quelle sere l'uomo Busketo tornava ad essere il giovane Sahl, solo in una terra straniera dove aveva dovuto usare astuzia e raziocinio per non venire schiacciato dagli interessi del potere. Vagava per ore e si coricava stanco, distrutto, passando molte notti insonni. Una mattina si present al cantiere il Console Orlandi che trasse Busketo da parte per conferire con lui.
Un uomo si  presentato al Consiglio degli Anziani, ha chiesto ed ottenuto di poter lavorare con te.
Bene, due braccia in pi ci faranno comodo.
 molto anziano, dubito che possa esserti di aiuto.
Perch avete accettato allora? Bastava dirgli di no!
Il Console si mordeva il labbro cercando invano le parole giuste. Vedi,  un architetto, come te.
Busketo fiss il Console negli occhi e questi, forse per la prima volta, li abbass.
Io vi ho sempre portato rispetto, ho esaudito le vostre richieste e ho progettato ci che mi avete chiesto. Ora volete mettere una spia nel cantiere, o meglio un architetto che magari voglia cambiare le cose? Non sar mai!
Aveva pronunciato quelle parole in un crescendo di rabbia e delusione e voltandosi si allontan dal Console che Per farsi udire fu costretto ad urlare: Io non volevo, non ero d'accordo. Gli altri volevano veder almeno le fondamenta e te costruisci fornaci, cos rendi tutto difficile. Busketo! Busketo aspetta!
Raggiunse l'architetto e l'afferr per un braccio: Rifletti almeno su una cosa, sono venuto ad avvisarti, ti ho messo in guardia e guai se qualcuno lo sapesse.  anziano, molto anziano e ... no, non si  presentato da solo, qualcuno lo ha chiamato.
Busketo abbass il capo e guardando a terra, mestamente riusc solo a dire: Grazie.
La notte dell'Architetto fu la peggiore dai tempi delle sevizie di Ripafracta. Non chiuse occhio, si vedeva deriso e allontanato dal suo progetto. Dorm poco e male sognando un figlio adolescente al quale chiedeva di fare una promessa, nel sogno si fusero molti umori ma alla fine emergeva una straziante verit, era un fallito, una nullit e aveva deluso suo padre. La mattina seguente non and subito al cantiere, ma si rec in Piazza dei Cavoli allo spaccio dei cordami. Ordin molte braccia di spago sottile e dispose affinch le recapitassero al cantiere. Torn indietro transitando per Via Rigattieri e al Canto del Diamante fu tentato di scappare, di urlare. Era prostrato e si sofferm a guardare il fiume, ma ci che vedeva era velato da una nebbia acquea che tutto mistificava. Una voce, quasi un lamento lo dest ed incroci lo sguardo di un mendicante, mancante di tutte e due le gambe, perse in chiss quale battaglia. Cerc nella sua borsa e don al mutilato una siliqua d'argento. Quel gesto, quella vista, quell'uomo veramente derelitto, ebbero il potere di rianimarlo. Drizz il busto e prese a camminare con passo deciso, quasi marziale, segu il lungarno fino alla platea di San Nicola ai cantieri navali. La citt aveva saputo e lui lo percepiva e lo leggeva sui volti e sui sorrisi, sempre rispettosi eppur velati di altri sentimenti, ma non sottrasse mai lo sguardo. Busketo entr nel cantiere navale scavalcando travi e sartie, ci fu un attimo in cui tutti i carpentieri parvero fermarsi per una frazione di secondo, ma il saluto a braccio alzato dell'architetto, li ricondusse alle proprie opere.
Buongiorno Mastro Bosio.
Buongiorno ragazzo.
Il capocantiere era un uomo sui cinquantanni, corpulento e segnato da qualche cicatrice sulle braccia e sul volto, era amato e stimato dai lavoranti e soprattutto rispettato per la sua competenza. Aveva lavorato in Africa e in Oriente, in molti cantieri dove si usavano legni duri e difficili da trattare. Per Bosio, le lunghe e resinose assi di abete bianco di Camaldoli non avevano segreti e si assoggettavano docili ai suoi progetti. Aveva preso Busketo in simpatia e ne riconosceva la competenza, ma dato il divario di et, continuava a chiamarlo, ragazzo.
Oggi non sei nella tua piazza? Si mormora che tu abbia un aiutante.
L'ho sentito dire anch'io, ma non so ancora come lavori e che competenze possa avere, me ne preoccuper pi tardi, sono veduto a vedere come procedono i lavori della ruota.
Bosio scese dal palco sul quale si trovava e insieme all'architetto si port sul lato pi esterno del cantiere dove operavano, a debita distanza dai legnami, anche tre fucine di fabbri.
Con questa ruota ci hai messo tutti in crisi, come far a macinare se la vuoi mettere orizzontale nell'acqua? Qui al cantiere qualcuno pensa che tu sia matto.
L'architetto scrut l'anziano carpentiere abbozzando un sorriso, non pose domande, ma Bosio si sent in dovere di specificare.
No, non io! Ho lavorato in terre dove io ero quello diverso, lo straniero. So come ci si sente e ora  il tuo turno ma Vedi Busketo, questa gente vuole spiegazioni,  curiosa e
vuol capire. So che la tua scienza deve rimanere segreta, so che come gli alberi tu vuoi mostrare un frutto senza spiegare come si  originato, ma fai come l'arancio o il limone.
Busketo guard Bosio sospettoso. Quando doveva fare degli esempi, prendeva sempre a riferimento un albero o un tipo di legno, ma questa volta il paragone era rimasto oscuro.
Vedi ragazzo, gli agrumi sono fra i pochi alberi che hanno contemporaneamente le foglie, i fiori ma anche i frutti. Sui nostri monti anche i corbezzoli si comportano cos. Devi far intravedere l'opera finita, ma allo stesso tempo lusingare le idee con ci che porter a quell'opera. Devi immaginare e lasciare che lo facciano anche gli altri. Li devi motivare, ingannali se vuoi, ma dagli delle spiegazioni. Ne va del tuo lavoro, della tua vita, non essere solo in quello che fai e la tua opera sar l'opera di molti.
Busketo si sent lusingato e rincuorato dai consigli di Bosio e lo dette a vedere con un franco sorriso. Giunsero alla ruota e l'architetto rimase colpito dalla perizia e dalla precisione con la quale avevano eseguito il lavoro. Si chin ad osservarla, ne sfior le linee, ne ammir la solidit. Bosio lo osservava e quando i loro sguardi si incrociarono alz semplicemente un sopracciglio. Busketo si rese conto di essere circondato da una dozzina di provetti artigiani, artisti del legno e del ferro, giovani e meno giovani. Stavano muti, ma imploravano qualcosa e Busketo si decise a farsi corbezzolo.
Questa ruota si chiama ritrecine, la importarono i romani nelle nostre province. Non alimenta un mulino per la macina, ma aziona dei meccanismi,  il cuore di una macchina di sollevamento.
Aiutandosi coi gesti e con i disegni che con un chiodo forgiato tracciava su una tavola di legno, spieg loro che la ruota non andava disposta in modo perpendicolare al pelo dell'acqua, ma ci andava immersa, quasi completamente. La corrente avrebbe fatto girare le pale e con un sistema di ingranaggi e carrucole, la forza del fiume si sarebbe trasformata in quella di mille braccia. Gli operai lo ascoltavano incuriositi ed affascinati, fecero domande, dettero opinioni, alla fine il saluto fu caloroso e complice.
Bravo ragazzo, anch'io non avevo capito un granch, bravo. Quando ci sar da montarla, fammelo sapere, vengo volentieri.
Busketo, sollevato ed orgoglioso, si conged e prese a risalire la Via del Cantiere che correva sull'antico tracciato del Cardo romano. All'incrocio con l'antico Decumano che a destra si chiamava ora Via di Cortevecchia e a sinistra Carraia di Porta Buoza, prosegu dritto in Via del Cardo. In fondo a quella strada sorgeva la chiesa di San Giorgio circondata da ampi orti. Proprio l sarebbe stato edificato il nuovo Vescovado, cos Guido da Pavia si sarebbe notevolmente rasserenato. Busketo volt a destra in Via San Cristoforo e giunto alle mura, usc dalla Porta Rivolta, imbocc Via San Zeno e si diresse alla chiesa. Quella zona fuori le mura era abitata dalle persone pi povere della citt. Si erano insediate in ripari di fortuna scovati fra le mura diroccate dell'antico teatro romano e casupole e capanne erano apparse l intorno in modo spontaneo e disordinato. Entr nella chiesa di San Zeno scavalcando pietre e mucchi di terra. Si fece il segno della croce inchinandosi e toccando un ginocchio a terra poi avanz nella navata e si poggi con le spalle ad uno dei pilastri quadrati. Erano in costruzione il chiostro e l'ospedale annesso al convento, ed anche qui c'era il via vai caratteristico di tutti i cantieri. I monaci dai neri sai bisbigliarono tra loro e dopo poco Busketo fu raggiunto in chiesa dall'Abate.
Laudetur Jesus Christus, Maestro Busketo.
Laudetur semper, reverendo Abate.
Cosa vi porta nella nostra chiesa?
Mi d pace, forse  per la sua penombra o le sue austere mura, forse per i suoi tre meravigliosi e perfetti absidi che s'incastrano come gemme preziose l'un con l'altro. Avete una bella chiesa, Abate. Forse che questi Longobardi di cui mi hanno parlato, che furono invasori, sapevano misurare bene e costruire con precisione.
Barbari o no, furono timorati di Dio e ci lasciarono questa chiesa, ma  nostra intenzione farla pi grande e abbellirla, magari con un portico.
I due continuarono a conversare di fede, di pietre e di colonne, l'Abate nei cenobi benedettini, aveva anche il ruolo di architetto. La rigorosa regola dell'ordine monastico vietava di divulgare, fuori dalla cerchia dei monaci, le conoscenze in materia di progettazione e costruzione. I due maestri avrebbero potuto spingere la loro discussione su argomenti puramente tecnici, ma nessuno dei due venne meno alle regole. Busketo si conged dall'Abate e uscito di chiesa si diresse verso l'Ozeri che scorreva poco oltre. Dalla riva chiese un passaggio ad un barcaiolo che portava ortaggi e questi, una volta accostato, lo fece salire. Busketo aveva Pisa alla sua sinistra, la barca colma di merci avanzava mollemente spinta pi dalla corrente che dai remi. Le mura della citt non erano imponenti, le palificazioni in pi punti avevano ceduto e contrastavano con l'eleganza e l'efficienza dei ponti che consentivano di scavalcare il fiume e di dirigersi a Nord. Anche se la volta era alta, barcaiolo e passeggero chinarono il capo prima al Ponte del Parlascio, poi a quello del Salvatore e infine al Ponte di Santo Stefano. Di l a poco giunsero all'approdo dei marmi che l'architetto aveva fatto edificare.
Accostate a destra, per favore.
Maestro Busketo, ma il cantiere  a sinistra.
Mi conoscete?
Tutti vi conoscono, ero anch'io in piazza a Capodanno vicino al carro.
Sono onorato. Devo andare a parlare coi lanaioli, accostate a destra per favore.
Va bene Maestro, vi lascio al pontile degli ebrei.
Busketo scese e preg il barcaiolo di affidare ad uno degli operai che erano sull'altra sponda la sua borsa e i suoi calzari. La barca ripart e l'architetto scalzo si addentr nel quartiere ebraico. Era stato altre volte in quel posto spinto dalla curiosit e sapeva bene dove si trovava la sinagoga.
Shalom, rabbino Mordecai.
Shalom, ragazzo, cosa ti guida fino a noi?
Sono l'architetto Busketo, chiamato da questa citt per edificare la nuova grande chiesa.
Il rabbino stette in silenzio e nessuno dei suoi giovani alunni, radunati intorno a lui per studiare la Torah, os fiatare. Con un cenno conged i giovani, rimasero soli uno di fronte all'altro, il rabbino seduto con le ginocchia incrociate e l'architetto rispettosamente in piedi.
Ho sentito molto parlare di te, giovane architetto. Dicono che vieni dalla Grecia, da un posto chiamato Dulicchio.
Dicono molte cose rabbino, ma non sempre corrispondono al vero. Non si ha sempre la libert di essere se stessi, talvolta conviene essere ci che gli altri desiderano che noi siamo.
Il rabbino accenn un sorriso amaro.
Sembra che tu conosca molto bene, la nostra storia e la nostra condizione, noi sappiamo bene chi siamo, ma gli altri preferiscono guardare in opposte direzioni.
Si scambiarono opinioni e conversarono delle cose del mondo per lungo tempo. L'architetto fu anche tentato di rivelargli il suo vero nome e che veniva da Aleppo e che molti suoi amici erano ebrei, molti ragazzi come lui. Ma ormai Pisa aveva accolto Busketo, l'architetto greco di Dulicchio e
di certo non conveniva cambiare le cose.
Ma dimmi ora, giovane greco, cosa sei venuto a cercare.
Sulla sponda opposta al vostro quartiere ho fatto erigere un molino. Una grande ruota mi aiuter a sollevare le pietre della chiesa. Per far questo per ho bisogno che l'acqua scorra pi veloce, con pi forza. Ho bisogno di costruire sulla vostra sponda una paratia o una chiusa, che riduca la larghezza del fiume e faccia scaricare la forza delle acque sulla ruota del molino.
Il vecchio rabbino si chiuse nuovamente nel silenzio, dietro i suoi occhi resi opachi dagli anni scorrevano sicuramente le immagini del futuro. Dopo aver tratto un sospiro profondo parl con tono lapidario. Noi abbiamo bisogno dell'acqua per follare la lana,  ci che sappiamo fare meglio e ci che la citt ci chiede. Se tu ci togli l'acqua, ci togli la vita.
Busketo sorrise e rispose con tono docile.
Potevo chiedere al Consiglio degli Anziani di costruire la chiusa senza interpellarvi. Me lo avrebbero concesso, ma so che vi avrei privati della vita. Sono venuto a cercare un accordo, un'alleanza che alla fine porterebbe vantaggio anche alla vostra comunit.
Parla ragazzo, cosa hai in mente?
Busketo spieg al rabbino che la paratia doveva essere utilizzata solo in orari prestabiliti. Gli operai addetti alla chiusura potevano essere del quartiere ebraico, senza costringere nessuno degli operai ad attraversare ogni volta il fiume. Questo avrebbe portato un salario e quindi pane in qualche famiglia. Poi, se i maestri lanaioli erano d'accordo, Busketo si impegnava a perorare la causa della costruzione di un mulino per follare sulla riva destra. Avrebbe ridotto i tempi di lavorazione e migliorato la qualit delle lane. Nel suo paese le ruote dei molini azionavano anche pesanti ruote dentate che muovevano i magli per la battitura della lana. Non sarebbe stato un problema costruire una gora ed una struttura, a patto che gli ebrei accettassero di modificare il loro modo di lavorare.
Mi sembra una buona offerta, ne parler con gli altri anziani della comunit.
E io ne parler oggi stesso con il Console Orlandi, Shalom, rabbino Mordecai.
Shalom, ragazzo.
Busketo usc dalla sinagoga raggiante. Quella mattina era iniziata in modo disastroso con l'idea fissa nella mente di essere escluso ed allontanato dalla citt, ma ora tutto gli appariva possibile. Si diresse verso il fiume e giunto che fu nei pressi del pontile cominci a correre. Urlando come un forsennato, spicc un balzo dall'ultima trave di legno e con un'esplosione di schizzi, si tuff nell'acqua. Il suo gesto aveva richiamato l'attenzione su entrambe le rive, come per incanto tutti gli sguardi si concentrarono su quell'uomo che nuotava vigorosamente verso la sponda sinistra. Busketo si diresse verso l'approdo dei marmi che aveva fatto costruire e si iss sul pontile. Grondante e felice punt dritto al Vescovado per prendere i suoi attrezzi. Si era quasi alla met del giorno ed il solstizio d'estate era vicino, doveva compiere le ultime misure prima di tracciare il perimetro della nuova chiesa. Al cantiere gli operai erano a disagio, per la prima volta il loro comandante non si era presentato al lavoro, anzi, era emerso dalle acque come un fantasma. In pi, c'era quel vecchio benvestito seduto su una pietra squadrata che li osservava con attenzione gi da alcune ore. Busketo usc dal magazzino con i suoi strumenti e si rec al Piano di lavoro, ficc l'asta verticale del suo gnomone in un foro apposito sul banco e mont l'alidada con cui osserv la Posizione del sole. Poi si chin e dalla grande sacca trasSe un telaio di legno dalla forma quadrata, recante sui lati indici e corde. L'architetto era sprofondato nel suo lavoro, un operaio gli aveva riportato i calzari e la sua borsa, ma non aveva osato disturbarlo. Il vecchio ben vestito intanto si era alzato dalla sua pietra e si era avvicinato al banco di lavoro, non osservava pi gli operai, ma solo il giovane architetto. Il divario di et era notevole, il vecchio poteva essere suo padre o forse suo nonno, la lunga barba quasi completamente bianca gli conferiva poi un aspetto di uomo sapiente. L'anziano barbuto si avvicin al banco da lavoro lentamente e giunto che fu alle spalle del giovane si rivolse a lui con rispetto e deferenza.
Mi rallegro nel vedervi all'opera, Maestro, era tempo che non vedevo un architetto usare il quadratum mediclinorum.
Busketo cap immediatamente a chi appartenesse la voce, un tremito percorse il suo corpo ancora bagnato. Fingendo di lavorare approfitt ancora un attimo del silenzio per decidere cosa e come avrebbe risposto. Pens di affrontarlo subito a viso aperto e si volt. Tutti i suoi propositi di guerra scomparvero in un attimo. Quell'uomo dall'aspetto austero e mite gli port subito alla mente suo padre ed istintivamente abbass gli occhi in segno di rispetto. Quindi apr bocca, voleva ostentare sicurezza ma quasi balbettando e con un fil di voce, si rivolse al vecchio: Vi intendete di queste cose?
C' chi pensa ch'io sia pratico nell'arte del costruire, c' chi pensa il contrario.
Perch inducete alle menti tali estremi pensieri?
Perch molto tempo fa fui architetto in Terrasanta, in Africa, in Provenza. Ero tenuto in gran lustro, poi una mia chiesa fran durante i lavori e ci furono dei morti e debiti, un enorme fallimento. C' chi vede in me un Maestro, chi un assassino.
Sorrise. Quegli occhi scuri e penetranti che avevano visto il mondo, quel modo di fare affabile, ma soprattutto quella
confessione onesta disarmarono il giovane che si fece cauto, ma disponibile.
Come vi chiamate?
Sono Bosone di Ravenna. Secondo alcuni Maestro Bosone, secondo altri non ho pi arte, n parte.
Busketo era indispettito dal suo stesso comportamento. Non aveva dormito per tutta la notte, aveva masticato veleno e maturato pensieri di vendetta, aveva cercato conforto e sicurezza sostando prima a San Zeno e poi conversando col Rabbino Mordecai ed il tuffo nel fiume lo aveva reso imbattibile. Ora era impalato di fronte ad un uomo troppo mite per essere aggredito, troppo limpido per essere maltrattato. Cerc di farsi coraggio e di condurre una discussione in modo fiero, ma le parole gli uscivano fiacche ed il suo istinto non lo conduceva ad una lotta, ma ad un accordo. Cerc di capire quanto quel vecchio si intendesse di architettura e quanto fosse solo un baro prezzolato. Interrog il vecchio e con suo crescente stupore, si rese conto di aver di fronte un Maestro suo pari, sicuramente pi esperto e pi cauto data l'et. Il codice di rispetto fra gli appartenenti alla stessa arte fece propendere Busketo per abbassare definitivamente le armi, pur cercando di capire fin dove poteva arrivare l'onest di quell'uomo.
Cosa vi porta fino a me, perch siete qui?
Purtroppo sono facile preda del soldo di chi mi vuol comprare. Cerco di dare per ci che mi pagano, non ho pi sogni n speranze. Sono stato comprato per sorvegliarvi, per fare la spia.
Da chi siete stato assoldato?
Non lo so, o meglio non conosco i loro nomi. Mi trovavo al porto, mi conoscono tutti, sanno la mia storia, spesso mi rifugio nel bere. Mi hanno caricato sul carro, due armati al servizio del Consiglio, mi hanno ricevuto in una casa dalle Parti di San Frediano e mi hanno pagato in anticipo per
questo ingrato lavoro.
Dunque non si fidano di me?
Non tutti, qualcuno fra gli Anziani pensa che siate troppo giovane per un'impresa come questa e secondo loro io dovrei... tenervi d'occhio. Vedete Maestro Busketo, i commercianti, i signori e i principi di ogni latitudine del mondo sono tutti uguali. Pensano di risolvere ogni cosa coi loro denari, hanno fretta, solo fretta di dimostrare agli altri la loro potenza. Ma una chiesa come questa ha bisogno di tempo, osservazione e scienza. Tutto questo non lo comprendono, vogliono tutto e subito.
Bosone sorrise, Busketo annu, i due si fissarono per un interminabile attimo e scrutarono l'un l'altro nei recessi pi profondi delle loro anime. Il giovane parl per primo: Suppongo che io non possa rifiutarmi di tenervi qui al cantiere.
Penso che non ne abbiate l'autorit, ma ribellandovi prestereste il fianco ad ulteriori critiche.
Perch vi siete presentato a me con tanta onest? Potevate fare la spia e basta.
Perch sento di non avere molto tempo, perch sono stanco di ingannare gli altri e soprattutto me stesso. Mi hanno pagato bene, ma quegli uomini sono ingrati e impazienti, se vogliono avere notizie dar loro notizie, ma non voglio pi ingannare n loro, n voi.
Il giovane trasse da una sacca un bozzello a tre pulegge, lo soppes in mano e lo pass al vecchio.
Sapreste calcolare, usando quello, il modo di ridurre fino a tre volte la forza necessaria per alzare grandi pesi?
Bosone mimando l'uso dell'attrezzo di legno e ferro che teneva tra le mani, sorrise beffardo.
Maestro Busketo, se volete prendervi gioco di me, fate liberamente. Anche i giovani apprendisti sanno che usando in modo appropriato questo strumento si pu ridurre
la forza da impiegare non di tre, ma di sei o dodici volte. Con una coppia di questi bozzelli potrei far sollevare ad una vergine la pi pesante colonna di pietra che sia mai stata scolpita!
Busketo alz la testa verso il sole e strizzando gli occhi e parandosi con il dorso della mano, cerc di scrutare l'astro. La met del giorno era ormai prossima e doveva cogliere il momento propizio per compiere le sue misure. Riprese a lavorare col quadratum mediclinorum, fingendo che il vecchio di colpo fosse scomparso o evaporato dai raggi del sole. Poi si volt verso l'anziano architetto.
Fa caldo, riparatevi sotto le tettoie vicino al magazzino, ma non vi allontanate. Voglio proporvi un patto!


Capitolo 8.
Anno Pisano 1064 Indizione I Pisa, Agosto.

Con l'arrivo dell'estate i turni al cantiere avevano subito un mutamento. Si lavorava nel primo mattino poi dal pranzo e per tre ore c'era una lunga pausa, i lavoranti tornavano nel pomeriggio e restavano fino all'ora di cena. Quella variazione di orario fu gradita agli operai e suscit l'invidia dei lavoratori di San Nicola, ai cantieri navali. Pisa aveva ricevuto una commessa per la costruzione di molte navi da destinare al Conte della Catalogna, il signore di Gerona. Il Maestro Bosio, il capomastro dei cantieri navali, dovette sedare pi volte le liti dei riottosi operai. Poi su consiglio di Busketo concesse analoghi privilegi ai suoi lavoranti e con sua enorme sorpresa si rese conto che il lavoro procedeva pi spedito. Nonostante fosse oberato dagli impegni, Bosio in segno di riconoscenza accett di preparare per il cantiere della chiesa cinquecento picchetti di legno lunghi una gamba e del diametro di un polso. Avevano tutti una estremit appuntita per facilitarne la penetrazione nel terreno. I due architetti, il giovane e il vecchio, passavano molto tempo insieme, col trascorrere dei giorni si erano studiati, pesati, apprezzati. Avevano stretto un patto ed il tempo pareva consolidarlo. Quei membri del Consiglio degli Anziani che sospettosi avevano preteso l'ingaggio di Bosone da Ravenna, si fecero meno curiosi e ripresero a badare ai loro uffici. Bosone si recava al cantiere solo al mattino presto ma non si presentava al pomeriggio, Busketo gli aveva messo a disposizione la sua seconda stanza alla locanda. Fu sgombrata dagli arnesi e dagli avanzi del legno recuperato ai cantieri navali ed utilizzato per costruire il modello del progetto e vi fu piazzato un letto e un tavolo. Il vecchio al mattino si recava al cantiere ed al pomeriggio, a sua discrezione, progettava e dimensionava le macchine da sollevamento che Busketo gli commissionava. All'alba del primo giorno di Agosto il giovane architetto e una decina di operai si armarono di frullane dalle lunghe lame arcuate. Tutte le erbe cresciute sulla grande piazza della chiesa furono tagliate e lasciate a terra. Nei giorni che seguirono il fieno secco tinse d'oro tutto il cantiere e quando fu il momento vennero gli artieri delle scuderie cittadine a recuperare il foraggio ed il prato dorato torn di un brillante color verde. La mattina di San Sisto Busketo volle al cantiere solo Bosone e concesse a tutti gli operai un giorno di riposo. Il giovane aveva con s un sacco che maneggiava con estrema cura. Portarono sul prato i rotoli di spago sottile e li deposero accanto ai cinquecento picchetti di Bosio, raggiunsero la parte pi a levante dell'ampio spazio dove sarebbe sorta la chiesa, si inginocchiarono e pregarono Dio affinch guidasse la loro mano e le loro menti.
Ebbene Bosone, tocca a noi anzi, tocca a me. Oggi onorer il patto, la tua parte l'hai fatta e ti sono debitore. Andiamo.
Servendosi di una piccola mazza che manovrava con energia e precisione, Busketo piant il primo picchetto. Vi leg molto in basso, proprio a sfiorare il terreno, l'estremit di un rotolo di spago e si incammin verso Ovest. Fece molti lunghi passi srotolando nel contempo la matassa e si and a fermare al limite di ponente del grande spiazzo. Aveva preso misure e verificato gli allineamenti decine, centinaia di volte. Piant il secondo picchetto e tese lo spago. La sottile linea color nocciola tesa fra i due picchetti era perfettamente orientata sull'asse che univa idealmente levante e ponente: quello sarebbe stato l'asse della chiesa, l'asse della navata principale, si trattava ora di fissare la lunghezza e poi di determinare gli spazi interni e Busketo trasse dal magazzino la pertica lunga sei piedi pisani, che era l'unit di misura per dimensionare la chiesa. I due, come in una danza ritmata, partendo dal picchetto pi a levante, misurarono a terra lungo la direttrice dello spago ventisette pertiche e mezzo. Ripeterono questa operazione almeno cinque volte finch concordarono su dove cadesse la misura precisa e l piantarono un terzo picchetto perfettamente allineato con gli altri due. Busketo trasse dalla sua borsa un piccolo coltello, prese lo spago in mano e lo recise con la lama, poi lo leg nuovamente al picchetto appena piantato mentre Bosone andava a togliere il picchetto lontano che ormai non serviva pi. La lunghezza della chiesa era stata determinata, lo spago teso da levante a ponente misurava ventisette pertiche e mezzo e tutta la chiesa negli occhi dei due uomini sorgeva ormai completa e perfetta. Il vecchio Bosone aveva progettato chiese piccole e semplici e si era riferito per dimensionarle sempre a regole basilari. Aveva sentito parlare, nei vari cantieri che la vita gli aveva fatto praticare, della magia degli alogos, i numeri impronunciabili che il sommo Pitagora aveva scoperto. Quei numeri particolari non divisibili in sottomultipli, non commensurabili con altre grandezze, erano i parametri che Dio aveva scelto all'inizio dei tempi per misurare e determinare le dimensioni dell'intero universo. Chi li aveva scoperti aveva saputo mantenerne il segreto ed aveva trasmesso la conoscenza degli
alogos soltanto a chi reputato degno. Pochi maestri matematici, musicisti e astronomi, avevano avuto il privilegio di poterli studiare e gli architetti, soprattutto quelli d oriente, non solo conoscevano le caratteristiche di quei numeri e la possibilit di utilizzarli, ma molte altre leggi
riguardanti il creato. I due si sedettero a terra in prossimit del primo picchetto che avevano piantato e Busketo apr il suo sacco, ne trasse una mela e nell'estrarla fuoriusc anche una matassa di nastro rosso.
Cosa vedi Bosone, dimmi.
Vedo una Mela, ma cosa ci fai con tutto quel nastro rosso, un vestito?
Non ti preoccupare del nastro, lo vedrai domani. Ora descrivi la mela ma non da uomo, da architetto.
Vedo un frutto con una forma imperfetta, ma che posso vagamente identificare come quella di una sfera.
Bene Bosone, io e te sappiamo che la terra sulla quale siamo seduti ha una forma sferica ed  al centro dell'universo, anche se tre secoli fa un Papa neg questa grande verit ed invent la menzogna che la terra fosse un disco piatto.
Busketo si fece il segno della croce e chiese mentalmente perdono al Signore per aver osato offendere un successore di Pietro, ma Bosone lo schern allungandogli un bonario ceffone. Il dialogo continu ed il giovane istruiva il vecchio.
Poniamo che questa mela sia veramente sferica e che sia la terra sulla quale siamo seduti, sapresti calcolare il suo massimo diametro e quindi la sua massima circonferenza?
Saprei farlo ma sono numeri che ogni architetto conosce a memoria, il grande matematico Eratostene fece questi calcoli duecento anni prima della nascita di Cristo e noi architetti sappiamo che la terra ha la sua massima circonferenza nei deserti africani ed  di 250.000 stadi.
Il giovane architetto col suo coltello mim il gesto di tagliare in due la mela.
Se il Signore Iddio con una lama tagliasse la terra proprio nei deserti africani dove la terra ha la sua massima estensione, se togliesse tutte le terre a nord, potrebbe vedere la
superficie di un cerchio e come sai certamente,  possibile dividere ogni cerchio e quindi anche questo nostro cerchio immaginario, in 360 parti uguali. Anche la circonferenza esterna sarebbe divisa un altrettante parti. Tu sapresti misurare la strada da compiere per andare da un punto al successivo?
Il vecchio aveva deciso di stare al gioco, ma il giovane lo indispettiva con quel suo modo antipatico di porre domande di cui conosceva benissimo la risposta. Tuttavia mantenne la calma.
Tutti gli architetti lo sanno, si studia nei cantieri da apprendisti! Se Iddio tagliasse la terra a met e io dovessi camminare sull'orlo del cerchio per una delle 360 parti in cui si pu dividere l'intera circonferenza, dovrei camminare per quasi settecento stadi.
Bene! E fingendo allora che questa mela sia la nostra terra, sapresti indicarmi in questo momento dove noi ci troviamo?
Il giovane teneva la mela sul palmo della mano, Bosone si avvicin e con un sottile filo d'erba che serrava tra le dita indic un punto nella porzione superiore.
La latitudo di Pisa misura poco pi di 43 gradi, circa a met del cammino di un viaggiatore che vada dal Regno di Axum all'apice delle terre dei grandi freddi, al nord.
Busketo impugn il piccolo coltello e tagli la mela nel
senso della larghezza nel punto esatto che aveva indicato
Bosone. Si mise in bocca la parte tagliata e masticando di
gusto mostr il piccolo cerchio bianco che si era venuto a
creare. Chiese nuovamente al vecchio: Quello che vedi 
il cerchio che passa per Pisa, hai mai calcolato la sua misura?
Bosone stette in silenzio poi allarg le braccia e scosse la testa in segno di diniego. Busketo con la mela nella mano Sinistra e con il coltello nella destra, prese a mimare.
Se il Signore Iddio con una lama tagliasse la terra proprio nel punto dove siamo seduti noi, se togliesse tutte le terre a nord di Pisa, si formerebbe come in questa mela, un cerchio. Sarebbe certamente pi piccolo di quello che si avrebbe tagliando la terra al suo centro e la sua circonferenza sarebbe di 180.000 stadi. Se un uomo camminando in bilico sull'orlo del cerchio, dovesse percorrere una parte delle 360 che lo compongono, dovrebbe procedere per poco pi di cinquecento stadi anzich settecento come dicevi tu prima.
Bosone fissava il ragazzo con occhi stretti come fessure e nella sua mente si accavallavano calcoli. Busketo lo osservava divertito, avrebbe potuto spiegargli le cose in un attimo, ma aveva usato il metodo che suo padre Fares aveva impiegato con lui. Esempi, domande, esempi e ancora domande. La mente doveva elaborare, i chicchi di grano dovevano essere macinati per diventare farina, Bosone era la macina e nella sua testa tutte quelle nuove informazioni erano vagliate e passate al setaccio. Il vecchio sudava, non pi avvezzo a prove da scolaro, non pi messo alla prova da molto tempo. Bosone era scosso e al tempo concentrato, con un dito si mise a tracciare segni invisibili sull'erba bassa, concentrato calcolava mentalmente ora stringendo gli occhi ora rilassando il volto segnato da profonde rughe. Apr gli occhi ed assunse un'aria seria. Vediamo se ho capito. Ogni citt dai deserti dell'Africa al nord estremo giace sulla curva della terra e se si potessero fare tante fette, ognuna sarebbe di poco pi piccola delle altre. E Dio ha posto ogni citt in un punto preciso e le misure di quel luogo sono valide solo per quel luogo e per nessun altro. Ne consegue che l'architetto pu usare quelle misure che Dio stesso ha dato per progettare i sacri tracciati delle chiese. Dico bene?
Dici bene e sai Bosone cosa hai fatto oggi con me? Hai tracciato sul terreno una lunghezza di ventisette pertiche e
mezzo. I pisani hanno questa unit di misura assai strana e grossolana, ma moltiplicando mille volte la lunghezza della mia chiesa, ti troveresti a percorrere una distanza equivalente a quei cinquecento stadi di cui parlavi prima.
Busketo fece ancora esempi usando la mela, ma alla fine trasmise al vecchio il concetto che alcune misure della terra creata da Dio, divise per mille volte, erano utilizzate dagli architetti per dimensionare i sacri templi dedicati al Signore. Del resto, Dio stesso aveva dato a Salomone le misure del Tempio e nessun architetto poteva permettersi di decidere in modo autonomo, senza dare ascolto alla voce dell'Altissimo. Il Vecchio era stremato, in pochi minuti aveva ripercorso tutta la sua vita di architetto, aveva riordinato tutti i suoi studi e aveva finalmente capito. Si lasci andare all'indietro e da seduto che era, si trov coricato a fissare il cielo.
Cos'ha che non va la pertica dei pisani?
 lunga come dieci piedi romani, ma i pisani l'hanno divisa per sei lunghezze, in questo modo il piede dei pisani risulta molto pi lungo, forse come quello del Re longobardo Liuprando.
Te quale unit di misura avresti usato?
Io avrei usato il cubito dell'Antico Testamento che ha la stessa misura di quello romano, i lavoranti di tutta la terra ne conoscono l'ampiezza, i calcoli sono pi semplici e la chiesa sarebbe risultata semplicemente cento e ottanta cubiti antichi.
Bosone annuiva e stava ancora fissando il cielo terso del mattino che si andava offuscando per l'afa di agosto ed iniziava a macchiarsi di un pallido grigio mentre le rondini incuranti di quella calura continuavano a volteggiare allegre. Tutta la sua vita di vecchio architetto gli pass davanti. Occasioni perdute, compromessi, errori, sfortuna, forse la sua vita era stata in salita per arrivare alla fine, a trovare
quel giovane sfrontato che sapeva mille e mille cose pi di lui. Ma non era umiliato, era felice.
Alzati vecchio, non ho ancora finito. Se vuoi che saldi il mio debito, devi ascoltarmi ancora.
Busketo tagli nuovamente la mela, questa volta perfettamente al centro e sempre nel senso della larghezza. Offr al vecchio la parte recisa.
Forza, dimentica tutti i calcoli e descrivi da architetto.
Il vecchio prese la mela ed osserv: La superficie del taglio ha una sezione che pare un cerchio perfetto, al centro ci sono cinque fori scuri disposti a formare una stella, le logge dei semi.
Il giovane trasse dal sacco una foglia di vite, una di platano e una di edera.
Descrivile, Bosone.
Vedo tre foglie di piante diverse, si somigliano. Hanno venature forti, e una forma con cinque punte.
Busketo trasse allora una conchiglia e una pigna resinosa e sugger a Bosone di seguire le linee naturali. Il vecchio gir e rigir fra le mani i due oggetti plasmati dalla natura. Erano cos diversi e alfine cos somiglianti. Segu le linee delle scaglie sulla pigna. Segu il disegno della conchiglia finch i suoi occhi si illuminarono e la voce si caric di emozione.
La disposizione delle scaglie e la linea della conchiglia hanno un andamento a spirale, seguono una spirale!
Calmati Bosone o muori oggi e non  il caso, disse sorridendo Busketo, hai visto queste cose migliaia di volte, ma non le hai mai osservate.
Il giovane prese a parlare ed istru il vecchio che attento beveva le sue parole. Dio si era servito dei numeri per dimensionare il creato. Aveva diviso per cinque le altezze degli uomini, le foglie degli alberi, gli ovari di molti frutti, ma poi aveva usato gli alogos per regolarne la vita. Le spirali delle pine e delle conchiglie erano auree, obbedivano al numero che portava il nome del grande Maestro Fidia, che aveva lavorato al Partenone di Atene. Anche la distanza delle gemme sui rami a primavera rispettavano la stessa regola, parlarono del cerchio e del modo di operarne la quadratura, parlarono delle terne pitagoriche e del modo di estrarre le radici quadrate. Discussero nuovamente della sfericit della terra, del moto dei pianeti, della traiettoria delle stelle, del sorgere del sole nelle varie stagioni, delle misurazioni compiute dai saggi greci come Eratostene e Pitagora. Tutta l'opera di Dio obbediva a poche ma precise regole matematiche. Bosone era sconcertato, orgoglioso, felice. Prossimo ormai alla fine dei suoi anni aveva conosciuto quel giovane, saggio oltre la misura, sapiente oltre l'immaginabile che gli aveva fatto dono della sua fede e della sua scienza. Il vecchio aveva gli occhi umidi, finalmente molti episodi della sua vita vissuti nei cantieri del mondo assumevano nuovo significato, si tingevano di nuovi colori. Si alzarono e ripresero a lavorare e contemporaneamente a parlare, disquisire, analizzare.
Vedi Bosone, tracceremo contenute in questa lunghezza tre figure geometriche, un cerchio a levante poi un quadrato ed infine un rettangolo verso ponente. Le tre figure si intersecheranno e saranno contenute nella distanza dal primo al secondo picchetto, nella lunghezza della navata. La cosa fondamentale che dovrai rammentare  che devono avere tutte identico perimetro e questo sar dettato dalla circonferenza del cerchio, la prima ad essere tracciata.
Il vecchio era accaldato, si tolse la tunica e rimase a dorso nudo mantenendo solo i larghi pantaloni da lavoro.
Ma come calcoleremo il diametro del cerchio?
Ti ricordi il numero cinque? Ebbene, dobbiamo dividere ta navata in cinque parti ed il raggio del cerchio sar pari quinta parte di tale dimensione, un quinto delle nostre Ventisette pertiche e mezzo.
Busketo aveva le idee chiare e si muoveva con velocit inaudita piantando picchetti, misurando, calcolando a mente o tracciando segni sul terreno. Bosone seguiva le complesse spiegazioni e comprendeva, ma solo in virt delle sue conoscenze di architetto. A qualunque altra persona, sia pur erudita, sarebbero parse formule magiche o riti diabolici, figuriamoci cosa avrebbero potuto pensare i barcaioli, i contadini, i mercanti, i fabbri, i falegnami e tutti gli uomini del popolo che neanche sapevano leggere o scrivere. Ma anche ai preti e ai Vescovi tali complicati calcoli sarebbero apparsi come frutto del demonio, lo sapeva bene Busketo e lo sapeva pure l'anziano Bosone e mai nessuno dei due ne avrebbe fatto parola con alcuno. La scelta del giorno di San Sisto non era stata casuale, una folla di persone si andava radunando nella Piazza delle Sette Vie per celebrare una festa religiosa, ma soprattutto di popolo. La Santa Messa per quel giorno sarebbe stata officiata nello spazio dedicato alle adunanze cittadine nel grande slargo in Cortevecchia. I due architetti erano gli unici cittadini cristiani di Pisa che si erano disinteressati della festa volutamente per rimanere soli. Verso la met della mattina il Vescovo ed il suo seguito uscirono dal Vescovado per recarsi in Cortevecchia e Guido di Pavia fu sorpreso nel vedere i due uomini scalzi e a dorso nudo, sudati e concentrati lavorare con una lena incredibile.
Buon giorno maestri, non si onorano le feste del Signore?
Buon giorno, Vescovo, risposero all'unisono alzando a malapena il capo, state attento a non inciampare negli spaghi. Per favore alzate le vostre vesti e scavalcateli, stiamo tracciando le dimensioni della chiesa, precis Busketo.
Il Vescovo si illumin e si incammin tronfio verso la citt tenendosi le vesti con le due mani. Soppesava tra s l'idea di produrre un colpo di scena che accrescesse il suo prestigio e colmo di aspettativa, si rivolse ai due uomini.
Maestro Busketo, posso annunciare alla citt che la chiesa  tracciata?
Non si faccia scappare parola alcuna, Vescovo, questa operazione  delicata e complicata e non vogliamo che nessuno passi qui vicino. Preghi San Sisto per noi affinch guidi la nostra mano cos da compiere una buona opera a gloria di Dio.
Il Vescovo cupo continu la sua marcia ripromettendosi di interrogare l'architetto. Aveva intenzione di consigliarlo sulle dimensioni e sulla disposizione della chiesa e trovarlo a tracciare quei segni sul terreno lo aveva indispettito. Si sentiva escluso, del resto quel giovane aveva fatto tutt'altro in quei mesi e non si aspettava che le cose si risolvessero cos velocemente. Il corteo del Vescovo spar alla vista dei due architetti e Bosone interrog il giovane collega: Pensi che il Vescovo vorr parlarti?
Credo di s, mi far un mare di domande, vorr imporre le sue idee, ma soprattutto cercher di carpirmi qualche segreto della nostra professione.
I due risero ed allegramente continuarono il lavoro incuranti della calura che andava aumentando. Il sole saliva nel cielo, decine di picchetti erano piantati a terra ed una fitta trama di spago teso da un punto all'altro si era sviluppata ad un palmo da terra come un'immensa ragnatela. In Cortevecchia la funzione era terminata e il popolo sciamava, le famiglie si incamminavano a gruppetti verso le proprie case e ora che la folla si era dissolta, un uomo robusto ed abbronzato si alzava in punta di piedi e con lo sguardo scrutava ogni volto senza ricevere alcuna risposta. Si volse verso la sua famiglia e con un cenno del capo invit i suoi Parenti a seguirlo.
Busketo era sdraiato a terra. Aveva appena teso lo spago fra due picchetti molto lontani e si era abbassato fino a stendere
il corpo sudato sull'erba per portare i suoi occhi ad un palmo dal suolo. Bosone aveva ceduto al caldo e si era ritirato alla locanda, ma il giovane architetto incurante del sole a picco, tesseva la sua trama come un ragno. Da quella posizione non vedeva altro che un sottile spago perdersi lontano. Si dest dai suoi pensieri e dai suoi calcoli quando quattro paia di piedi si fermarono davanti al suo naso. Indispettito per essere stato disturbato si alz di scatto per inveire con chi aveva osato invadere il suo cantiere, ma alla vista di Ottavio tutto il suo ardore svan. Il contadino si trov di fronte un uomo adulto, i suoi muscoli definiti erano impastati di polvere e sudore, i capelli arruffati ospitavano decine di pagliuzze secche, ci nonostante il sorriso fresco e sincero lo rendeva bello e armonioso. Busketo pass dalla gioia all'imbarazzo con velocit fulminea, allorch si avvide che con Ottavio c'era tutta la famiglia e anche la bellissima Sista. La ragazza in quei mesi era divenuta definitivamente donna. I capelli crespi tenuti raccolti da una fascia di tela color nocciola incorniciavano un viso regolare dove brillavano due occhi color foresta. L'architetto perse tutta la sua spavalderia e goffamente tent di ravviarsi i capelli e spazzolarsi il corpo col palmo delle mani, ma ottenne il risultato di impastare la polvere col sudore peggiorando la situazione. Ottavio rise.
Buongiorno riverito Maestro, siete pi sporco di tutti i miei maiali messi assieme.
Busketo fu carezzato dalla voce affettuosa dell'amico e di slancio lo abbracci. Poi baci sulle guance Altea e tese la mano sudicia ad Auro, rosso in viso ed impacciato. Con Sista ci furono vari tentativi di saluto che si risolsero con un cordiale inchino da parte della ragazza ed un cenno col capo da parte dell'architetto. Col cuore che rotolava come un sasso tondo gi per un pendio Busketo si risolse di parlare con Ottavio.
Non mi immaginavo di vedervi, so che non vi piace la citt, cosa vi porta a Pisa?
Oggi  San Sisto,  il compleanno di mia figlia e siamo venuti per la festa in Corte vecchia. La citt non ci piace, ma ho ancora l'orgoglio di appartenerle e di aver legato il nome della mia bimba al nostro Santo protettore.
 vero, non ci avevo pensato, sar ora di pranzo io non ho dove ospitarvi non... Auguri Sista.
Ottavio lo interruppe: Abbiamo il carro qui vicino, c' pane e companatico. Se ti vuoi unire a noi pensavamo di fermarci sotto un albero vicino al fiume o dove tu vuoi, cos parliamo un poco.
Busketo, allettato dall'idea di poter passare del tempo con loro e con Sista, propose di andare al molino per il sollevamento che aveva fatto costruire.
C' un grande portico che ospiter gli ingranaggi della ruota, ma  ancora vuoto ed  il posto ideale per ripararsi dal sole.
Accettarono e Busketo scapp via verso il fiume. Saltando dal pontile dei marmi si tuff nell'acqua fresca lavando via il sudore e la fatica del mattino. Recuper la sua tunica e si riun alla famiglia di Ottavio al fresco del grande portico del molino. Altea e Sista tagliarono il pane e del formaggio fresco mentre i tre uomini, scesi in riva all'Ozeri, guardavano il molino.
A cosa ti serve tutto quello spazio coperto?
Le ruote dentate di legno e ferro possono stare immerse nell'acqua, ma le funi non si devono bagnare, perderebbero di resistenza e poi le carrucole e le pulegge funzionano bene solo se sono asciutte. Devo mantenere tutto in ordine.
Parlava con scioltezza, le sue spiegazioni facevano apparire tutto semplice, ma Ottavio che era un uomo pratico ed esperto, sapeva che il compito del giovane era oneroso se non impossibile. Mangiarono e risero, ricordarono l'arrivo
del giovane e i primi duri momenti, ma sempre con allegria. Auro parl dello svenimento di Busketo alla vista del sangue del maiale, risero fino alle lacrime. Sista era molto composta, solare e distaccata, pareva vivere un metro sopra la terra, era radiosa e armoniosa in ogni suo movimento. Col sole d'estate il suo colorito era pi scuro e alcune piccole lentiggini incorniciavano il naso e gli zigomi. Busketo non osava alzare gli occhi su di lei, ma il suo cuore era in permanente tumulto. Dopo il pranzo Ottavio e Altea si concessero pochi minuti di riposo, poggiati al fresco sotto quel porticato, Auro si era allontanato a tirar sassi nel fiume ed i due giovani rimasero soli. L'architetto vinse il panico che gli serrava la gola.
Stai bene? Sembri, ecco, sei pi grande.
Altea sorrise con garbo.
Anche tu, quando ti raccogliemmo al fiume la prima volta, eri come morto e poi magro, tutto pelle e ossa, ora...
La ragazza pronunciando quelle parole, percep che la discussione sarebbe scivolata in fretta su terreni paludosi. Non era sua intenzione incoraggiare il giovane e riprendendo un contegno pi distaccato interrog Busketo sul suo lavoro, sulla sua vita, con l'interesse di un'amante ma col contegno di una regina. Sista per lo pi ascoltava lo straripante monologo, ma in una pausa riusc a dire: Sai che mio padre ha portato a casa un rotolo di pergamena? Ci ha insegnato a leggere, sono preghiere, ma ora io e Auro conosciamo tutte le lettere e tutti i segni e sappiamo anche far di conto!
Il giovane si illumin e le sue guance presero fuoco.
Potresti aiutarmi con i conti del cantiere allora, lavorare con me!?
Lo sguardo di Sista fu pi doloroso delle torture che aveva subito a Ripafracta, un invisibile ma soverchiante macigno schiacci l'allegria, la calura d'agosto svan lasciando il
posto al tremendo gelo della delusione.
La moglie di un mugnaio deve saper tenere i conti.
Sista aveva pronunciato quella frase con dolcezza, ma a Busketo arriv con la stessa violenza di un colpo d'ascia, prese a fissare il fiume e pass un attimo o un secolo finch giunse la voce di Ottavio che esortava i ragazzi ad incamminarsi. C'erano le bestie da controllare e bisognava mungere e abbeverare, era l'ora del commiato. Ottavio abbracci Busketo.
Ci vedremo presto, Sista si sposa. Ti ricordi Gerto, il fratello di Maiolo? A Settembre la terza domenica sar prima della vendemmia. Ci sarai?
Ci sar.
San Sisto. Il giorno della gloria, il giorno in cui la grande chiesa prendeva vita, il giorno in cui moriva la speranza di un amore. Busketo non ebbe lacrime ma solo amarezza, delusione e forse paura di morire solo. Quel sottile legame che aveva con Sista era stato sufficiente a farlo sentire vivo anche nei momenti pi cupi. Era il suo porto notturno, il grembo odoroso dove trovavano rifugio i suoi sogni. Ora tutto era perduto, non rimaneva che il lavoro e una citt di gente cordiale, ma che mai lo avrebbe capito. Con lo sguardo cupo risal verso il cantiere, c'era da riordinare o piuttosto proseguire. Prese il capo di un gomitolo di spago. Poteva riporlo o legarlo ad un picchetto, rest un po' indeciso ma poi scelse di proseguire la sua opera. Lavor tutto il pomeriggio solo e in silenzio senza mai alzare gli occhi dal terreno e fingendo di non vedere le persone che si fermavano a salutarlo. Si era formato un crocchio, la gente sostava e poi ripartiva, ma il numero degli spettatori rimaneva sempre pressappoco costante. Dapprima si avvicinarono molto ai picchetti, ma poi capirono che davano fastidio e si collocarono pi lontano. In silenzio i Pisani osservavano, non capivano e stanchi e delusi se ne
andavano. Scese la sera, Busketo lavor ancora e cos fino a che le ultime luci dopo il tramonto si spensero a ponente. La sua vista si era avvezzata al flebile crepuscolo ma con suo immenso sollievo una luna piena per tre quarti port la sua luce in alto. L'architetto continu a lavorare. Legava misurava e piantava picchetti, ad alcuni di questi fissava lo spago, poi si allontanava fino a renderlo teso. Usando i picchetti come fulcro e lo spago come compasso, tracciava al suolo, con un ferro sottile, archi o intere circonferenze. Venne la notte pi profonda e la stanchezza vinse il giovane. Recuper il sacco nel quale aveva posto la mela e gli altri oggetti ed anche i teli nei quali erano imballate le matasse di filo. Al riparo della brezza notturna, sotto le mura della chiesa di Santa Maria, prepar un giaciglio e si coric sprofondando in un sonno agitato. Sogn, era legato ad un palo ed un gigantesco ragno lo avvolgeva con la sua ragnatela. Fili, fili ovunque; non poteva muoversi n respirare, soffocava. Url svegliandosi sudato pi volte nella notte, l'alba lo trov gi desto, infreddolito ma al lavoro, intento a riordinare il cantiere. Agli occhi di Bosone si present una scena irreale. Nella limpida luce del mattino, centinaia di picchetti fuoriuscivano dal terreno. Al vecchio parve che il mare avesse sommerso una enorme flotta e che dalle placide acque emergessero soltanto gli apici degli alberi. Pi che un cantiere sacro, sembrava il cimitero di una flotta perduta per sempre.
Per l'amor di Dio, Busketo, sembra che il diavolo in persona ti abbia fatto visita, stai bene? E come hai fatto a piantare tutti questi picchetti da solo, dovevi aspettarmi.
Il lavoro  finito, hai avuto le tue spiegazioni, ho rispettato il patto. Puoi andare dai tuoi compratori. Di' loro che stasera dopo l'ora del vespro voglio qui un tiro di buoi con un aratro grande, il pi grande della citt.
Bosone, ferito nell'orgoglio, si allontan senza replicare
sperando di poter rimandare le spiegazioni ad un altro momento. Si era affezionato al giovane, ma ora prevaleva la rabbia ed il rimprovero. Busketo osserv il vecchio allontanarsi. Si era immediatamente pentito ma non aveva la forza e soprattutto la voglia di parlare delle sue pene d'amore. Il mondo era franato e nessuno l'avrebbe risollevato. Recuper il sacco contenente il nastro rosso e al magazzino trov una piccola accetta, si piazz vicino ad uno degli innumeri picchetti e con forza e con decisione sferr un colpo angolato sul legno producendo una tacca profonda. Trasse dal fodero il piccolo coltello e tagli un braccio di nastro rosso. Sfruttando la ferita inferta al picchetto, leg saldamente il nastro rosso all'asta di legno. Ripet l'operazione su un altro picchetto e poi su un altro ancora. Dieci, venti, cinquanta e pi nastri sventolarono a fine mattinata sulla grande piazza. Alcuni picchetti erano stati prescelti, altri scartati. Talvolta il Maestro era andato deciso, altre aveva ripreso la pertica e verificato le distanze. Gli operai che dopo il giorno di festa si erano presentati al cantiere, furono comandati di sedersi ed osservare in silenzio. Tra i lavoranti qualcuno aveva sempre sostenuto che l'architetto fosse matto o indemoniato e lo temeva, altri invece lo assecondavano e lo stimavano, ma quel giorno tutti ebbero timore di quell'essere dagli occhi iniettati di sangue e tutti si tennero in disparte. Quando Busketo ebbe finito chiam a s gli operai.
I picchetti col nastro rosso vanno lasciati. Gli altri vanno estratti dal terreno e accatastati vicino al fiume. Tagliate la trama di spago, se vi serve fatene gomitoli e dividetelo fra di voi, anche quello avanzato sotto quei teli. Qualcuno Prenda il carro del Vescovado e vada alla fornace fuoriporta, quella all'Orticaia. Mi servono almeno tre sacchi di calce bianca. Dite al Vescovo che questa sera si faccia trovare qui Per benedirci. Andate e fate ci che vi ho detto. Io torno nel Pomeriggio ma fino a quel momento, non toccate nient'altro.
Distrutto e arrabbiato col mondo intero, l'architetto attravers mesto la citt e si ritir alla locanda. Si lav con l'acqua fresca nel cortile interno della Mescita e passando dalla cucina, rub un po' di carne lessa. Si coric e sprofond nel sonno che lo condusse fino alle ore pomeridiane. Al risveglio pi in forze se pur di umore nero, torn al cantiere. Una coppia di buoi bianchi con un enorme giogo sulle groppe brucava sul prato, gli operai ostentavano i tre sacchi di calce ed il Vescovo si era messo in attesa all'angolo del Vescovado. Busketo fu fulmineo, appena arrivato immerse le mani giunte nella calce e ne trasse le pugna ricolme della bianca polvere. Cominci a muoversi da un picchetto a quello che lo succedeva, facendo cadere la calce dalle dita. Dal nulla comparve sul terreno, una sottile linea immacolata, partiva dritta e da Ovest procedeva per molti passi verso Est, poi d'improvviso piegava ad angolo retto verso il Nord. Ancora passi, ancora curve, un ampio semicerchio poi di nuovo in linea retta. L'operazione necessit di un'ora di lavoro nella quale mai l'architetto emise un suono. Il Vescovo si era avvicinato e Bosone aveva fatto la sua comparsa. La voce era corsa in citt, qualche notabile era gi arrivato e man mano che le botteghe chiudevano, altra folla si aggiungeva. Busketo, bianco di polvere da capo a piedi, sembrava uno spettro. Con fare deciso chiam a s l'uomo che menava i buoi e gli spieg che doveva tracciare il solco pi profondo che poteva seguendo con precisione la linea bianca. N un palmo pi a destra n a sinistra. Gli Operai avevano il compito di estrarre i picchetti un attimo prima del passaggio delle bestie, per ripiantarli al centro del solco subito dopo. I due immensi animali sbuffarono dalle loro umide narici. La terra parve opporre resistenza ma poi cedette e vinta l'inerzia il vomere affond, due uomini salirono sopra l'aratro per aumentarne la capacit di penetrare. Busketo camminava a fianco degli animali con lo stesso passo e con lo stesso ritmo e giunto all'apice del primo transetto si inclin di lato e avanz piegato come fosse storpio. Stava seguendo l'emiciclo dell'abside e cos fece al secondo, il pi grande, e poi al terzo, all'altro transetto. I buoi arrivarono al punto di partenza, al primo picchetto. Nella pacata aria della sera di fronte ad una folla immensa e silenziosa, un nastro di terra scura ed odorosa perfettamente tracciato sul terreno, segnava le linee di fondazione della chiesa. L'architetto fece allontanare gli animali e gli operai, si pose all'esterno del tracciato di fronte al punto esatto ove sarebbe sorta la facciata e come se riuscisse gi a vedere l'ampio portale spalancato grid: Terribilis est locus iste! Haec domus Dei est et porta coeli!
Poi si volse verso i cittadini pisani.
Ecco la vostra chiesa, ecco la casa di Dio e la porta del Cielo!
Busketo non riusc a sentire l'urlo di gioia che liber l'attesa. Un groppo gli serrava la gola e gli mozzava il respiro. Tra le lacrime scorse a malapena il Vescovo Guido che si affrettava a benedire il recinto tracciato per consacrarlo al Signore. Tutto imbiancato, part come un folle in direzione del fiume sperando che il cuore gli scoppiasse. Due piccoli solchi di pelle pulita si intravedevano tra gli occhi. Poi il tuffo, in quelle acque che gi una volta lo avevano accolto quasi morto e si inabiss verso il fondo, sperando di non riemergere mai pi.


PARTE SECONDA.
Io Busketo.

Introduzione Storica.

Anselmo da Baggio era stato eletto Papa nel 1061 col nome di Alessandro secondo. Tanto era il potere che un Papa deteneva nelle proprie mani, quanto era il contrasto che ogni elezione faceva nascere. In quegli anni il braccio di ferro tra la Chiesa e l'Impero si fece aspro e violento. La contesa abbracciava molte questioni, ma una su tutte, apparentemente formale e invece di notevole importanza strategica, occupava le menti dei potenti. L'oggetto dei dissidi era sempre lo stesso. La supremazia nelle scelte e nelle decisioni. Un Imperatore doveva per forza sottomettersi alla consacrazione divina? Doveva per forza inginocchiarsi d'innanzi al Pontefice per poter avere il diritto di regnare? Oppure, poteva un Imperatore eleggere i Vescovi nelle sue terre senza consultare Roma? E per contro il Papa, come faceva a governare senza un esercito, costretto a stringere pressanti alleanze ora con un Re, ora con l'altro? E come poteva un Papa scomunicare un Imperatore solo perch il suo operato contrastava i piani della Chiesa? Era la lotta per le investiture che segn la politica di quegli stati per molti e molti anni ancora. La Contessa Agnese di Poitou, vedova di Arrigo terzo, era reggente dell'Impero ed anche di suo figlio Arrigo quarto, ancora infante ed inabile al comando. Saputa dell'elezione di Alessandro e temendo nuove ingerenze nel governo imperiale, decise di nominare un antiPapa, Pietro Cadalo da Parma, eletto col nome di Onorio secondo che poi marci su Roma. Per sventare
la grave minaccia, Alessandro secondo si accord coi vescovi tedeschi rimasti a lui fedeli e fu cos che Annone di Colonia e Adalberto d'Amburgo rapirono il giovane Arrigo quarto sottraendo alla Contessa Agnese non solo il figlio, ma anche la possibilit di governare sull'Impero. Il giovane erede fu dichiarato maggiorenne nel 1065, all'et di quindici anni, il nuovo Imperatore, mettendo a frutto gli insegnamenti della madre e non mostrando riconoscenza alcuna verso Alessandro secondo, inizi una strenua lotta contro il Papato, al quale si sentiva superiore. Ricopriva infatti anche la carica di Re dei Romani e come tale si sentiva in diritto di gestire l'elezione del Papa. I dissidi continuarono malgrado la morte di Alessandro secondo e l'elezione di Ildebrando de Soana, ovvero Papa Gregorio settimo avvenuta nel 1074. La lotta per le investiture si fece cos aspra che Gregorio scomunic nel 1074 il novello Imperatore e tutti i suoi congiunti. Mentre questi dissidi crescevano, la Sicilia venne liberata dai Normanni capitanati da Ruggero d'Altavilla dando vita ad una potente dinastia. Dalle terre d'oltremare i viaggiatori portarono infauste notizie. Dopo molti secoli di pace e tolleranza, dagli estremi confini ad est dei regni musulmani, gli eredi degli Unni di Attila avevano nuovamente mosso verso Occidente. I feroci guerrieri turcomanni Selgiuchidi partiti dalle fredde steppe della Mongolia avevano attaccato l'Impero di Bisanzio e l'avevano conquistato riducendolo ad un'ombra. Avevano occupata l'Armenia e poi erano scesi verso la Siria e l'Egitto ed anche a Sud, verso le arabe e sconfinate terre. Nell'infausto anno 1070 avevano conquistato sia la Mecca che Gerusalemme, divenendo padroni assoluti di ogni territorio ove regnassero i mori musulmani. Si inizi a guardare con interesse agli angoli di mondo in mano ai musulmani. Papa Gregorio settimo esort i vescovi delle terre germaniche a rivolgersi nelle loro omelie ai Duchi e ai Conti affinch si liberasse il Santo Sepolcro, ma non sarebbe stata impresa facile.


Capitolo 9.
Anno Pisano 1075 Indizione 12 Pisa, inizi di Giugno.

La quiete che in quegli anni aveva caratterizzato la vita nella citt di Pisa sembrava svanita. A qualunque ora del giorno e della sera le persone si riunivano in crocchi ai crocevia delle strade o davanti ai banchi del mercato. Alla sera poi, le discussioni continuavano nelle locande e nei postriboli e non era infrequente che si accendessero dispute o zuffe che talvolta finivano nel sangue. La citt sembrava pervasa da un senso di ansia, di tensione e di desiderio d'azione. Il problema era di carattere generale, della collettivit, ma pareva che ognuno ne fosse investito in prima persona e che dovesse avere un ruolo da protagonista. Le stesse istituzioni cittadine erano in fermento, anche se i toni erano pi cauti e le adunanze esaminavano prevalentemente i rischi e il tornaconto politico ed economico della citt. L'argomento di discussione era sempre lo stesso: far guerra a Genova. C'erano state negli anni appena passati alcune schermaglie. Le navi genovesi avevano talvolta assalito i legni pisani carichi di merci prima che questi potessero approdare e Pisa aveva reagito, catturando o affondando le galee della citt di San Giorgio. Questi dispetti causavano ogni volta all'una e all'altra parte perdite economiche e di vite umane, ma il teatro delle dispute era sempre lontano, in mare. La citt fino a quei giorni aveva ammortizzato le perdite, sostenuto le vedove; la disgrazia di un mercante aveva fatto la fortuna di qualcun altro e la vita aveva seguito il suo fluire indisturbata. Ora per era successo un fatto nuovo, le vele genovesi si erano spinte sotto costa, erano state avvistate dalle torri di bocca d'Arno e si temeva che tentassero un assalto alla citt. Il Vescovo Guido era gravemente ammalato, immobilizzato e semi incosciente in un letto del Vescovado. Anche se i lavori del nuovo palazzo vescovile e della chiesa di San Giorgio erano iniziati, i tempi della realizzazione sarebbero stati ancora lunghi. Per quanto il Consiglio degli Anziani e i Consoli del Mare non avessero mai avuto col Vescovo un rapporto sereno ed amichevole, in quei giorni veniva a mancare una voce autorevole e responsabile. La citt non poteva sapere come l'autorit Papale avrebbe potuto prendere la questione. Se i pisani si ritenevano infatti al di sopra delle parti e spesso si professavano indipendenti da ogni autorit costituita, avere il Papa come alleato o come nemico faceva comunque una grande differenza. Papa Alessandro secondo era morto due anni prima e il nuovo Pontefice Gregorio settimo era il maremmano Ildebrando nativo di Sovana. I pisani contavano sull'appoggio di un conterraneo, ma il nuovo Papa si era schierato apertamente e in modo deciso contro l'imperatore Arrigo quarto. Pochi mesi prima, era giunta in citt la notizia che Papa Gregorio, con un documento chiamato Dictatus Papae, aboliva alcuni privilegi concessi negli anni dagli imperatori tedeschi. Pisa aveva avuto concessioni ed elargizioni, avendo sempre messo al servizio dell'Impero le proprie navi e i propri eserciti. I dubbi sul da farsi erano molti. Gli operai al grande cantiere della nuova chiesa sembravano immuni da tale agitazione. I lavoranti erano saliti complessivamente a cento unit, ma dei primi che iniziarono i lavori non era rimasto quasi nessuno. Dopo le prime opere Busketo aveva dato indicazioni precise ed attribuito responsabilit. Erano stati selezionati fabbri, carpentieri, posatori e tagliatori, cementari e idraulici. Il richiamo di questo grande cantiere si era fatto sentire per tutto il mare e lavoranti specializzati erano giunti da ogni parte. I carpentieri amalfitani erano agli ordini di un mastro d'ascia giunto dall'antica Cartagine. I forgiatori casigliani, venuti dal regno di Toledo preparavano le perfette staffe di piombo da incastrare negli intagli prodotti dai tagliapietre musulmani, mentre alcuni scalpellini ed incisori provenivano dai territori bizantini. Il vecchio architetto Bosone di Ravenna era morto un anno dopo la fondazione della chiesa. Si era rappacificato con Busketo e avevano festeggiato bevendo e ubriacandosi alla locanda della Stella. Il vuoto lasciato dal vecchio aveva reso pi chiuso e cupo il giovane architetto che si era concentrato ancor di pi sul suo lavoro. Il matrimonio di Sista col buon Gerto gli aveva spezzato il cuore, ma da ogni valle profonda era possibile solo risalire e lui faticosamente, aveva tentato. Stava tutto il giorno al cantiere, non aveva grandi rapporti con la cittadinanza e l'unico modo di intrattenere un certo tipo di relazioni era frequentare ogni tanto la locanda. Qualcuno giurava di vederlo entrare talvolta al vicolo delle Donzelle vicino al canto del Diamante, altri lo negavano. Ai pi la cosa non interessava. Pisa viveva liberamente e tranne che l'attenzione per i commerci e per la gloria della citt, poco altro importava ai cittadini. Busketo era riuscito a far costruire la chiusa dalla parte degli ebrei e la grande paratia si dipartiva da un nuovo e funzionale molino in pietra. La grande ruota non azionava una macina per le granaglie, ma pesantissimi magli che battevano e follavano la lana. La qualit dei tessuti miglior notevolmente, portando giovamento e guadagno. Busketo si recava talvolta al quartiere ebraico e si intratteneva col rabbino e gli altri uomini discutendo a lungo ma di rado rimaneva ospite a pranzo o a cena. Negli anni che erano seguiti alla fondazione, Busketo aveva chiesto ed ottenuto di compiere alcuni viaggi. Si era recato a Roma ed aveva ammirato gli antichi templi, aveva osservato come
fregi, sculture, incisioni e bassorilievi producessero come tessere di un grande mosaico effetti stupendi sulle facciate. Rimase affascinato dalle grandi basiliche: San Paolo fuori le mura, San Pietro, ma soprattutto dalla basilica Ulpia. Le cinque navate spartite da colonne di granito grigio occupavano uno spazio enorme. La chiesa che lui aveva progettato per Pisa poteva esservi contenuta due volte e mezzo, sia in lunghezza che in larghezza. Aveva visto costruzioni realizzate dai romani nella sua Aleppo, ma l'immenso spazio della basilica Ulpia lo confondeva. Da edificio adibito inizialmente a funzioni pubbliche era poi stato consacrato per il culto dei cristiani e Busketo si sent piccolo e fragile, con la sua chiesa che ora gli appariva minuscola su quel grande prato verde, a Pisa.
Dopo aver visto Roma volle trovare cave di granito per le sue colonne e pi volte si era imbarcato sui navigli pisani per recarsi all'isola d'Elba. Col consenso del Consiglio degli Anziani fu organizzato un cantiere di estrazione del granito e Busketo dett le misure per scolpire le grandi colonne da portare a Pisa. Compiva frequentemente anche piccoli spostamenti, sulle montagne di Carrara e sui pi vicini monti di San Giuliano e di Veclanius, come pure sul litorale a mezzogiorno del Porto Pisano. In una delle sue ricognizioni lungo la costa approd in una perigliosa insenatura detta dai marinai pisani Cala Furia per la violenza con cui il mare, nei giorni di tempesta, si abbatteva sulla scogliera. Suo padre Fares gli aveva insegnato che le pietre delle fondazioni non dovevano essere necessariamente le stesse con le quali si innalzava ed abbelliva poi la costruzione. Dovevano andare sotto terra e nessuno le avrebbe viste, potevano essere pi grezze e meno eleganti anche se sempre perfettamente squadrate. Da loro dipendeva la stabilit dell'edificio e, cosa pi importante, dovevano resistere alle correnti d'acqua che risalendo dalle profondit potevano bagnare i
fondamenti. Busketo aveva osservato attentamente le rocce che affioravano dal mare alla Cala Furia, erano aguzze e taglienti nonostante il vento e le onde le lambissero dal giorno in cui Dio aveva creato il mondo. Era sceso su quegli scogli scalzo e subito si era ferito ad un piede con le rocce acuminate. Osserv gli spigoli acuti di quei massi che affioravano dalle acque e not che avevano resistito intatte al vento e al mare. Decise che con quelle pietre avrebbe posato le fondazioni della sua chiesa. Annunciando i suoi propositi alla citt, aveva incontrato una moltitudine di ostacoli sollevati dai notabili cittadini per i quali una pietra o l'altra non faceva differenza ed anche perch cavare pietre su quelle ripide scogliere a picco, su di un mare spesso agitato, non era impresa facile. Ma l'architetto aveva le sue ragioni e seppe risolvere ogni problema. Cala Furia distava sole sei miglia dal Porto Pisano e una volta giunte l, le pietre raggiungevano facilmente la citt.
Allo scalo dei marmi, Busketo aveva organizzato una squadra di tagliatori. Aveva assoldato una compagine di fratelli, cugini, nipoti che si spostavano di cantiere in cantiere offrendo i loro servigi. Provenivano dalla Borgogna, nei territori del Regno dei Germani. L'architetto era soddisfatto del loro lavoro, avevano avuto probabilmente un unico Maestro e chiunque quadrasse una pietra, la rendeva identica a tutte le altre. Usavano tutti lo stesso strumento, una martella a doppio becco recante da un lato una punta e dall'altra un battente. Anche se le pietre erano perfettamente squadrate, Busketo non era soddisfatto della loro superficie, che rimaneva grezza e ruvida. Dopo aver fatto scavare la larga fondazione ed aver fatto posare le pietre di basamento, lo spesso muro perimetrale era salito dal sottosuolo fino a sporgere sopra il livello del terreno. Le pietre chiare cavate a Cala Furia, assumevano all'aria un colore non uniforme, ora grigie, ora tendenti al bruno. Busketo
aveva immaginato una cattedrale di marmo bianco, ma con tarsie e innesti di pietra scura per creare effetti di colore che rapissero il cuore dei fedeli. Decise dunque che per innalzare la chiesa avrebbe cambiato tipo di materiale e anche la squadra dei tagliatori, cercandone una che lavorasse con strumenti diversi. Aveva trovato due piccole cave di calcare scuro sui monti di Avane e sul monte Bastione presso Fili Tulum. Aveva necessit di poche pietre scure per creare i giochi di luce e decise di trasferire al Monte Bastione, la squadra dei Borgognoni. Le pietre necessarie, tutte di piccole dimensioni, venivano trasportate a Pisa su carri trainati da animali. Nei suoi spostamenti Busketo amava ogni tanto scendere al molino di corte Agonigi e pagare un barcaiolo perch lo portasse sull'Ozeri, controcorrente. Quei lenti spostamenti gli permettevano di vagare col pensiero e si cullava nelle sue malinconie.
Sopra San Giuliano era stata aperta una grande cava di pietra bianca che ben sposava il colore dei marmi antichi recuperati a Pisa o trafugati nelle spedizioni marinare. I blocchi estratti venivano calati a valle lungo il ripido pendio con sistemi di slitte e funi. Al piede del monte, l'Ozeri offriva le sue acque e le sue imbarcazioni per trasportare i marmi in citt. Ora che la cava ed i trasporti erano a regime non c'erano grandi problemi, ma agli inizi si erano verificati diversi incidenti. Alcuni blocchi si erano sganciati dalle funi ed erano precipitati a valle compiendo sfacelo, altri grandi massi, una volta posti sul ponte delle imbarcazioni, le avevano fatte rovesciare ed affondare. Con l'aiuto e la perizia dei carpentieri dei cantieri navali, erano state apportate delle modifiche alle barche. Bosio lo aveva consigliato di adottare grandi chiatte basse di bordo, ma con il ponte molto ampio. Poteva trasportare cos a Pisa grandi quantit di materiale, sia che si trattasse di piccole pietre squadrate, che di grandi blocchi destinati alle travature. Purtroppo le grandi chiatte che i cantieri navali avevano costruito erano ingombranti e necessitavano di molto spazio per manovrare. Il Consiglio degli Anziani deliber quindi che per non creare ostacoli alla navigazione, i trasporti dei marmi dovessero essere compiuti a tarda sera per far giungere i materiali in citt all'ora del Coprifuoco.
Anche a San Giuliano Busketo aveva organizzato una taglia di pietre sulla riva del fiume. Aveva stipulato un accordo con scalpellini e tagliatori provenienti da Sidone, giunti a Pisa su una galea che trasportava porpora per colorare i tessuti e grandi travi di legno di cedro. Li aveva scelti sia per la loro perizia, sia perch utilizzavano attrezzi che conferivano alle pietre un aspetto levigato e morbido. Avevano recato con loro infatti martellette a lame dentate che consentivano di lisciare le superfici. I grandi blocchi calati dal monte venivano suddivisi in pietre pi piccole e sbozzate direttamente a San Giuliano con notevole vantaggio per il trasporto e la navigazione. Busketo aveva destinato a quel lavoro gli scalpellini pi giovani e meno esperti, mantenendo al cantiere i pi anziani e i pi precisi. Le basse chiatte che trasportavano i marmi entravano in Pisa a tarda sera e in inverno a notte ormai inoltrata. Ci nonostante, venivano osservati con attenzione dai cittadini pisani, abituati a veder fluire verdure, grano e bestiame dalle campagne e non immacolata pietra. Il tratto del fiume Ozeri, che dal Canto dello Scorno scorreva lambendo la citt, fu soprannominato Fiume Marmigliaio. Durante i suoi spostamenti in barca verso i Monti Pisani talvolta Busketo comandava il barcaiolo di risalire il fiume fino ad Orsiniano.
Ombre e dolori del passato riaffioravano e lo rattristavano, ripensava spesso a quei due giovani che lo avevano accompagnato ed erano rimasti uccisi per le angherie dei Signori di Ripafracta e ringraziava Dio per averla scampata. Il pensiero correva spesso anche ai suoi genitori e ai suoi
fratelli, dei quali non aveva pi avuto notizia. Con le navi pisane in rotta verso oriente aveva cercato di mandare e ricevere notizie, ma invano. Quando aveva assoldato i tagliatori di Sidone aveva fatto indagini. Uno dei pi anziani aveva sentito parlare del grande Fares, l'architetto di Aleppo, ma ne ignorava la sorte. I tagliatori musulmani, venuti a conoscenza delle origini di Busketo, dovettero giurare di mantenere il segreto e ci contribu a creare con l'architetto un legame privilegiato e molto stretto. I ricordi della sua terra lo confondevano, ma queste ombre oscure che lo avvolgevano sparivano all'istante allorch varcava la soglia della casa di Ottavio. Una domenica mattina agli inizi di Giugno si affacci sulla porta, spiando all'interno. Altea, con i capelli bianchi raccolti dietro la nuca in una crocchia alta, rammendava un paio di pantaloni, in silenzio e col volto disteso e sereno. Busketo la osserv, era pi giovane e diversa da sua madre ma quei gesti domestici risvegliarono in lui ricordi sopiti. Assorto nei suoi pensieri non avvert dietro a s la presenza di Sista che silenziosa e furtiva si era avvicinata.
Busketo!, le url con decisione in un orecchio.
L'uomo sobbalz, vacill e per poco non cadde dallo spavento, suscitando l'ilarit di madre e figlia.
Per poco non muoio di paura, disse accentuando volutamente il disappunto.
La giovane donna le si parava davanti, matura e leggermente arrotondata da due gravidanze, ma con lo sguardo fiero e penetrante che faceva sempre emozionare l'architetto. Si era appena lavata il viso e le ciglia degli occhi erano riunite in folti mazzetti. Simili ad ali di farfalla gli occhi di Sista si aprirono e chiusero pi volte, assunsero ora una piega di complicit, ora di domanda.
Ciao Busketo, cosa giri?
Sono venuto a pranzo, se mi volete, ma non sono a mani
vuote. Guardate, vi ho portato sei braccia di stoffa,  lino di
parnietta.
Le due donne afferrarono la pregiata tela e quasi dimenticando di ringraziare entrarono in casa. L'architetto le lasci fare e si diresse sul retro della casa in cerca di Ottavio. Lo trov seduto all'ingresso delle stalle con un bimbetto di quasi sei anni sulle ginocchia. Aveva in mano un coltello ed un rametto di pero e spiegava al piccolo l'arte dell'innesto. Busketo toss per farsi notare e il piccolo Tolomeo gli corse incontro.
Zio, zio!
Per una inspiegabile ragione la famiglia di Ottavio aveva cominciato ad identificare Busketo come lo zio architetto e i figli di Sista e Gerto ormai lo consideravano tale. Il pi grande dei due bambini aveva gi dieci anni, si chiamava Sigerato come il nonno paterno ed era gi impiegato a tempo pieno al molino. Il piccolo Tolomeo aveva avuto quel nome per volere della madre. Nei giorni di pioggia, molti anni addietro, quando il giovane Busketo era ricoverato nella soffitta e conversava con suo padre, aveva spesso sentito, mentre origliava, pronunciare quel nome. Si era fatta l'idea che fosse una persona importante, ricca, bella e quel nome aveva sempre costituito un legame con gli occhi scuri di quel giovane ferito, dal corpo scolpito ed armonioso. Busketo aveva ormai mutato i suoi sentimenti per Sista, ma quel legame sottile e segreto, quel nome rubato e poi donato con amore al secondo figlio, lo riempiva di gioia ed orgoglio. Oltre la stoffa aveva anche un regalo per Tolomeo e Sigerato, un temperino per il maggiore ed un fischio, fabbricato dal Maestro dei cantieri Bosio, per il piccolo. Ottavio si alz tenendosi una mano sulla schiena e poi abbracci il suo ospite.
Ecco il nostro Maestro, cosa ti porta da questo vecchio?
Volevo vedervi, avevo bisogno di stare un po' con voi,
sai il cantiere e la storia della guerra...
Ottavio lo interruppe alzando il dito indice davanti alle sue labbra. Oggi  festa e facciamo festa e come diceva la moglie del povero Ciurmi, prima si mangia e poi si parla!
Al rintocco della campana della chiesa, giunsero anche Gerto e il figlio maggiore. Segu il pranzo, sobrio ma allegro. Mancava Auro da poco sposato con la figlia di Romolino, un mercante di semi che viveva nella vicina fattoria di San Martino. Dopo mangiato Ottavio era solito riposare un poco, ma quel giorno decise di uscire e camminare con Busketo fra i campi di grano ormai maturo. Lontani e soli, circondati di spighe, trovarono riparo dal sole di Giugno sotto un albero di pere cosce ancora verdi. Il primo a parlare fu Busketo.
Hai una bellissima famiglia.
Gi, te invece non te ne sei fatta ancora una.
L'architetto sorrise e per un attimo incroci gli occhi di Ottavio che pur non volendo aprire l'argomento, fu costretto da quello sguardo scanzonato ma profondo a prendere la parola.
Forse  stata un po' colpa mia, lo ammetto, ma anche se ti avevo accolto in casa come un figlio ad un certo momento ebbi paura, paura di affidare il mio fiore ad uno sconosciuto. I tuoi occhi erano miti e non mi ero sbagliato su di te e sulla tua bont, ma ebbi paura.
Lascia perdere, ormai sono parte di questa famiglia, sono lo zio Busketo e va bene cos. Il lavoro mi occupa tutto il giorno e spesso anche durante la notte penso, calcolo, progetto. Vedi Ottavio,  quasi un'ossessione forse la chiesa  la mia vera amante, la mia famiglia, il mio pane e le mie disperazioni. Forse avrei finito per trascurare Sista e avrei rovinato tutto.
 vero, ormai sei lo zio dei miei nipoti ma di uno dei due sei qualcosa di pi.
Busketo rise e lasci vagare lo sguardo sopra le spighe che si flettevano armoniose e sincrone alla brezza leggera del pomeriggio. Tolomeo ha qualcosa nello sguardo,  acuto, attento, preciso. Lo guardo e vedo me da piccolo, Tolomeo potrebbe diventare un ottimo architetto, gi da ora dovrebbe iniziare a frequentare il cantiere.
Mentre pronunciava queste ultime parole, il suo sguardo si pos su Ottavio che aveva socchiusi gli occhi e dondolava il capo in segno di diniego. Ci fu un attimo di imbarazzato silenzio, poi Ottavio cambi radicalmente discorso.
A proposito del cantiere, come vanno le cose in citt?
Mi sembrano tutti impazziti, c' animazione e agitazione, ci sono stati fatti di sangue, si percepisce che tutti temono la guerra e allo stesso tempo la bramano. Il Console Giovanni  preoccupato, mi  venuto a far visita ed una mattina mi ha detto di tenermi pronto. Sinceramente io non ho capito, con Genova non ho niente da spartire, sono l'architetto della Chiesa di Pisa, non un combattente.
I due continuarono a parlare scambiandosi opinioni e consigli, Ottavio raccont un po' di s e della sua vita prima di ritirarsi in campagna, Busketo lo istru su tutti i problemi del cantiere. Passarono almeno tre ore a discutere fino a che il sole fece capolino tra le chiome del pero e li costrinse ad alzarsi. Tornarono a casa dove si era riunita anche la famiglia di Auro. Il giovane sposo abbracci l'architetto che omaggi la novella sposa con una coroncina di margherite fatta mentre parlava con Ottavio. In realt l'aveva preparata con cura, nel folle quanto disperato sogno di donarla a Sista e per fortuna quell'episodio lo tolse da eventuali imbarazzi. Le donne presero a sgranare i piselli colti la sera prima, gli uomini si sedettero all'ingresso della stalla e iniziarono a Parlare della guerra con Genova. In breve fu sera e Busketo si sedette oziando davanti alla vecchia villa e lasciando che i suoi pensieri si perdessero lontani, mentre la famiglia di Ottavio si occupava di abbeverare gli animali, mungere le vacche, togliere il letame dalle stalle.
Ceni qui?, chiese decisa Altea pronunciando le due pa role come se fosse un ordine.
S, Altea, grazie, poi torner in citt con la barca dei marmi.
Dopo cena Busketo si conged con un triste presentimento in fondo al cuore e si incammin verso lo scalo della cava. A passo svelto e con la sacca piena di pane e due forme di formaggio, procedeva accarezzato dal profumo della campagna. Il sole non era ancora tramontato sotto l'orizzonte, le rondini ed i pipistrelli agitavano freneticamente le loro ali al vento, ma le prime erano armoniose e lucevano come seta, mentre i secondi apparivano sgraziati e goffi. Gli operai addetti al carico dei marmi avevano completato di impilare le pietre sul ponte, la grande barca piatta si mosse e per Busketo fu facile saltare a bordo dall'alto argine. Quattro uomini addetti alla manovra, utilizzando lunghe pertiche e manovrando il pesante timone di poppa, tenevano la barca al centro del fiume. Nessuno remava o spingeva, i barcaioli sfruttavano soltanto la forza della corrente che lenta ma costante, spingeva uomini e pietre verso Pisa. Busketo, stanco del far niente del giorno, si sedette sul ponte poggiando la schiena ad un grande blocco di marmo. Cal il buio. Una lievissima nebbia si levava dal pelo dell'acqua e pareva che l'imbarcazione fluttuasse come sospesa nel vuoto mentre mille piccole luci presero a danzare sui cigli e nei campi vicini. I barcaioli discutevano con tono sommesso e quel mormorio amalgamato allo sciabordio dell'acqua isol completamente l'architetto dal resto del mondo. Solo le fiammelle gialle attiravano la sua attenzione. Si concentrava su ognuna, la osservava finch era accesa, poi la perdeva e si immaginava di seguirla anche in quel momento di buio. Ne calcolava la traiettoria, fissava come su un grafico il punto
esatto in cui sarebbe riapparsa, poi d'improvviso la piccola luce compariva di nuovo, ma mai dove se l'era immaginata Le lucciole, nel loro movimento scomposto, mascherato in parte dalle pause di buio, sembravano incarnare ogni pensiero dell'architetto. Idee che affioravano, si affermavano, un attimo dopo erano mutate e cos decisioni e discussioni, rapidamente cambiavano i toni e le argomentazioni. Un blocco di marmo senza venature un attimo prima gli sembrava un ottimo architrave, un attimo dopo un perfetto plinto d'angolo. Milioni di lucciole ora scaldavano l'aria cupa intorno al fiume, un esercito di grilli e qualche civetta malaugurante, accompagnavano il nero barcone verso la citt. Quando attraccarono allo scalo dei marmi adiacente il cantiere era notte fonda e la campana che annunciava a tutte le case l'ora di coprire il fuoco e soffocare le fiamme, aveva battuto gi da molto. Dopo il coprifuoco pochi si avventuravano in giro, ma Busketo non temeva gli impalpabili spiriti maligni o i pi materiali ubriachi e disperati della notte e si incammin verso la locanda. Ormai viveva alla Mescita del vino da oltre dieci anni, era considerato di casa e portava sempre con s la chiave del portone che si apriva sul retro.
Si sciacqu al pozzo del giardino togliendosi dalle membra la polvere di marmo impastata dall'umidit del fiume e dal sudore della camminata. Sal in camera e si coric rigirando fra le mani una inesistente coroncina di margherite che, facendo la cosa giusta, aveva donato alla persona sbagliata. Dalla finestra aperta verso l'Arno il rassicurante rumore del fiume lo cull lentamente verso il sonno. La campanella di Santa Cristina distava meno di due pertiche dalla sua finestra e suonava solo nelle ore delle funzioni, quando Busketo di solito era al cantiere. In tanti anni l'aveva sentita cantare pochissime volte e quel suono non gli era familiare. Si addorment mentre ancora la sua mente stava
ondeggiando sul fiume improvvisamente divenuto minaccioso e rapido. Sent un rumore secco, come se un piccolo sasso tondo sbattesse dentro un fiasco vuoto producendo un rumore deciso e sgradevole. L'architetto nel sonno lottava contro la furia della corrente, cercava di tener fermo quel fiasco per placare il rumore, ma ogni ondata faceva impennare la barca, ogni sobbalzo produceva un nuovo fastidioso suono. Si dest arrabbiato e impaurito, il fiume era scomparso e il suo letto era fermo e solido, ma il sasso tondo batteva ancora nella sua testa. Si affacci alla finestra, la piccola campana martellava le sue orecchie e sopra di essa altri suoni, altre campane e grida. A destra verso i monti di Calci, un pallore malsicuro accennava ad un'alba ancora lontana a venire. Nonostante il buio della notte gli occhi assonnati iniziarono a distinguere gente in strada che correva, barche agili in Arno, un vocio e una confusione che mai aveva immaginato. Url ad un gruppo di uomini che correvano in strada verso il ponte: Che succede?! Che passa?!
Hanno incendiato due navi di donna Cecilia. Sono stati i genovesi fuori dal porto!
Le grida per la strada parvero all'inizio confuse e stridule, poi il motivo si fece pi uniforme e deciso. Per le strade della citt echeggiava un solo motto. Guerra!


Capitolo 10.
Anno Pisano 1075 Indizione 12 Pisa, inizi di Giugno.

La citt si era svegliata con parecchie ore di anticipo. Il sole ancora non aveva scavalcato il Mons Manius e l'aria rarefatta e umida della notte estiva rendeva il paesaggio distorto come se osservato da dietro una lastra d'alabastro. Piazza delle Sette Vie straripava di gente armata e cittadini comuni, donne, ragazzi e bambini piangenti. Busketo si era vestito con calma, rifiutava l'idea di una guerra, rifiutava la violenza. Aveva visto morire suo zio durante i disordini ad Aleppo tra cristiani e musulmani, ma non aveva mai capito il senso di quella morte. Come se quella vicenda di navi e merci non lo riguardasse, scese a fare colazione in una cucina deserta come mai lo era stata. Si serv del latte e mangi del pane e del formaggio di Altea, poi con molta calma, come se fosse un giorno normale, si rec al cantiere evitando il centro della citt. Dentro il palazzo degli Anziani ogni stanza era affollata, uomini di ogni censo e costume sociale si affannavano e correvano da un crocchio all'altro. Le notizie erano ripetute da ogni bocca ed il racconto di quella notte di terrore assumeva, ora dopo ora, particolari nuovi, nuove precisazioni, nuove invenzioni. Di fatto per una tartana o forse due in formazione di paranza, fingendo di trascinare le reti da pesca e sfruttando la notte, si erano avvicinate a due galee pisane ormeggiate fuori dal porto. Le grandi navi colme di merci avrebbero scaricato le loro mercanzie al mattino successivo e nulla lasciava presagire
quel momento infausto. Forse a bordo dormivano o forse i marinai di guardia non avevano dato peso alle due piccole barche che pareva pescassero, ma dalle due tartane una ventina di armati erano scivolati in acqua e nuotando in silenzio, si erano portati sottobordo ad una delle due galee. Erano saliti ed avevano passato a filo l'equipaggio che dormiva, poi issate le vele avevano preso il vento di terra che spira la notte e fatto rotta verso il mare aperto. Sulla seconda galea invece si era combattuto e gli assalitori vistisi persi, avevano appiccato il fuoco, affondandola. I pisani sulle prime avevano pensato a pirati moreschi, ma uno dei nemici ucciso sul ponte portava sotto le vesti da marinaio saraceno le insegne di Genova. La nave in fiamme aveva attirato l'attenzione di tutto il porto e in breve la notizia era giunta a Pisa. Un affronto del genere non era tollerabile, era ora di prendere le armi ed assalire la citt di San Giorgio. Col Vescovo infermo e l'Imperatore lontano non c'era tempo di chiedere ausilio o conforto alle decisioni da prendere. Gli Anziani del Consiglio delegarono i Consoli al comando dell'operazione e quando le decisioni sulla tattica passarono nelle mani di Giovanni Orlandi ci fu un boato di acclamazione. Il Console scese svelto le scale del palazzo e attravers la Piazza di corsa seguito da uno stuolo di persone. In Cortevecchia sal sul pianale di un carro di frutta e sovrastando la folla assiepata fino all'inverosimile prese la parola: Pisani, fratelli. Questa notte lo scempio e la disgrazia si sono abbattuti su di noi. Genova ha varcato la soglia di casa nostra e Pisa non pu pi restare a guardare!
Ci furono grida di assenso e acclamazioni e non fu facile riconquistare il silenzio e l'attenzione.
Ogni cittadino maschio abile secondo i precetti del mare, si armi e si rechi al Porto. Ci conteremo, usciremo divisi in cinque flotte. Due stazioneranno nelle nostre acque a difesa della citt, una punter su Genova e le altre due prenderanno il largo verso ponente, verso la Provenza. Salperemo fra due giorni!
I pi anziani ed esperti in strategie di guerra ebbero subito chiaro quale fosse l'intento del Console, ai pi giovani non interessava altro che combattere. Ognuno col suo fardello di rabbia o d'interesse si mise in animo di raggiungere il Porto, c'era tutto il giorno davanti per lavorare, armare le navi, caricare armi e vettovaglie, acqua e frutta perch la guerra di mare poteva essere fulminea o poteva durare giorni e settimane. Come in un rito conosciuto da tutti, ognuno prese a muoversi verso una precisa direzione. Animali da governare prima di partire, negozi da chiudere, donne da salutare. Chi era gi stato in guerra aveva l'ardore e la paura, chi non era mai partito la scelleratezza della giovent. Nessuno ostentava timore, nessuno avrebbe mai osato tirarsi indietro. Il Console, sceso dal carro, si riavvi verso la Piazza fiancheggiato dai suoi uomini fidati. Mentre incedeva chiam a s uno di loro e gli sussurr poche parole ad un orecchio, poi spar nelle stanze del Palazzo degli Anziani. Il cantiere della grande chiesa era ormai in attivit, il sole era salito alto e Busketo stava controllando, immerso nell'Ozeri fino alla cintola, la ruota del ritrecine. Quell'opera d'arte girava incessantemente da anni e nonostante Bosio e i suoi uomini l'avessero costruita con legno resinoso e rinforzata in metallo, ogni tanto gli ingranaggi si inceppavano.
Ci vorrebbe nuova, disse un uomo riemergendo dall'acqua. Si era tuffato ed aveva controllato la parte della ruota che stava sott'acqua. Mentre gli operai ed il loro architetto analizzavano il problema, un uomo della guardia cittadina si avvicin al greto del fiume.
Architetto Busketo, disse con voce imperiosa, il Console Orlandi vi comanda di andare al Palazzo.
Nella mente di Busketo presero forma spettri e paure,
fu l per rifiutarsi obiettando che nessuno gli poteva dare dei comandi, ma si risolse di obbedire. Dette disposizioni agli operai, usc dall'acqua e grondante e fangoso, si diresse scalzo verso il centro della citt. Percorse le vie a fianco della guardia e nessuno gli rivolse uno sguardo. I Pellai di Via Santa Maria svuotavano le loro botteghe, ogni pezzo di cuoio bollito poteva tornare utile per confezionare un paracolpi, i cerai distribuivano palle di materiale resinoso che venivano accatastate sui pianali dei carri. Infine i maniscalchi della Porta Buoza facevano la spola verso l'armeria della citt recando o portando spade affilate o da affilare. Ogni lavoro, ogni professione si era convertita alla guerra. Anche i pi pacifici lavori si erano tramutati quella mattina in attivit finalizzate al combattimento. Busketo osservava incredulo tutta quella umanit indaffarata e concentrata e senza accorgersene arriv a Palazzo. Sal le scale quasi inebetito poi, con un moto di rabbia e orgoglio, prese a correre per il corridoio e si diresse nella stanza del Console. Senza farsi annunciare entr e chiuse la porta con violenza. Tutti i presenti si zittirono di colpo e si voltarono verso il nuovo venuto.
Eccomi, come osi comandarmi!
Il Console chin il capo e preg i presenti di lasciarlo solo con l'architetto. A malincuore gli uomini d'arme lasciarono la stanza e quando i due furono rimasti soli il Console tuon.
Non permetterti mai pi di rivolgerti a me con quel tono! Se mai ci sar un'altra volta, sarai messo ai ferri e legato ad un remo della mia galea!
L'architetto non aveva mai visto il Console ergersi con tanto ardore ed imperio e ne ebbe soggezione. Avrebbe voluto replicare, ma si era reso conto di non avere il potere e la forza per farlo. L'Orlandi gli volt le spalle e senza guardarlo gli impart un ordine.
Fra due giorni all'alba sarai come tutti al Porto. Decider dove imbarcarti e verrai con noi in battaglia. Trovati un'arma!
Busketo a quel punto accenn ad una reazione tentando di opporsi con decisione, ma il Console lo apostrof con parole dure e pesanti come macigni, che calarono sul cuore dell'architetto soffocando ogni tentativo di ribellione.
Quando molti anni fa in Chiesa presi le tue difese contro il Vescovo, feci di te un cittadino di Pisa. Hai fatto il tuo dovere in pace e ora devi fare il tuo dovere in guerra, come tutti gli altri. Vai al cantiere e lascia le consegne a Rimondino, domani non mancare!
Detto ci il Console si rec alla porta, la spalanc facendo entrare i suoi collaboratori ed ignaro dell'uomo infangato che come un povero ebete stava fermo in mezzo alla stanza, riprese a pianificare l'azione contro Genova. Rimondino, ingrassato e calvo nonostante fosse ancora giovane, preoccupato per le sorti della guerra e felice di non prendervi parte, ascoltava in silenzio gli ordini che Busketo gli impartiva. Alla Mescita regnava il caos totale, le provviste della cucina erano gi state spedite al Porto, alcuni barili di vino comparsi da una cantina interrata erano stati caricati a dorso di asini e cavalli. Disgustato da tutta quella frenesia Busketo si ritir nella sua stanza. Non era ancora passata l'ora del pranzo e gi era spossato e bisognoso di dormire. Si sdrai e piomb in un sonno profondo quanto agitato. All'alba prestabilita il Porto brulicava di uomini, donne e animali. Le scialuppe facevano la spola dalla terraferma verso le navi imbarcando gli equipaggi e le merci. Le galee che avevano ultimato il carico uscivano dal porto e lasciavano entrare altre imbarcazioni con le stive ancora vuote. Orlandi, affacciato alla finestra della Domus Magna, Passava in rassegna tutte le operazioni. Contava mentalmente gli uomini e le armi, alzava spesso la testa come se
volesse annusare il vento. Una leggera brezza spirava da terra verso il mare, ma presto il calore del sole avrebbe riscaldato la superficie dell'acqua e il verso del vento si sarebbe invertito. Era necessario sfruttare quella brezza per uscire dal porto ed attendere l'inversione gi in alto mare per veleggiare poi verso Ponente e verso Genova. Busketo aveva raggiunto il Porto a bordo di una delle tante barche che mulinavano su e gi per il canale. Era sceso ignorato da tutti, non era armato se non del suo piccolo coltello, non aveva bagaglio, sembrava si trovasse l per caso oppure per sbaglio. La campana della cappella del porto spieg il suo canto al vento. Era l'ora media ed era tempo di salpare. Pi di ottanta galee ed altre navi pi piccole oscillavano assiepate fuori del porto. Alcune di esse mostravano appesi ai parapetti gli scudi dei Consoli, dei cavalieri e dei facoltosi combattenti pisani. Quei pavesi incutevano timore e rispetto. Anche se Busketo detestava trovarsi l, il suo cuore e pure il suo spirito erano rapiti da tale manifestazione di potenza ed organizzazione. Credeva di essere un buon architetto, pensava di gestire bene gli oltre cento uomini che lavoravano per lui e con lui, ma in poco tempo si rese conto che la macchina bellica comandata dall'Orlandi era ben altra cosa. Detestava ammetterlo a se stesso, ma un attimo prima regnava la confusione ed il caos, ed ora tutto appariva in ordine. Era fra i pochi rimasti a terra e ancora due piccole lance attendevano coi remi alzati. Un piccolo corteo sfil dalla Domus Magna e si diresse nella sua direzione. Cerc di drizzarsi per apparire pi presentabile, cerc di sistemarsi le vesti lise e lacere da mesi di lavoro. Si sent fuori posto come e pi di prima perch a quello strano senso di inadeguatezza si era aggiunto anche un subdolo senso di colpa. Si tast il fianco, il piccolo coltello riposto in una tasca interna non bast a rassicurarlo. Il corteo con a capo il Console, si diresse alle lance e s'imbarc. Nessuno pareva aver notato Busketo che spinto da una remota e potente forza interiore si mosse verso le imbarcazioni. Orlandi lo vide e senza mutare espressione gli fece un semplice cenno col capo invitandolo ad imbarcarsi. Otto uomini remavano con lena e al loro fianco correva l'altra barca. A poppa e a prua delle due imbarcazioni, uomini e merci erano stivati fino all'inverosimile. Due scie di schiuma bianca e una miriade di piccoli gorghi cominciarono a formarsi sempre pi copiosi, sempre pi distanti dalla riva. A bordo il silenzio pi assoluto, si andava in guerra. Giunsero sotto il bordo di una delle galee pi grandi coi variopinti scudi in bella vista ed una fila di remi alzati quasi a formare il patio d'una villa. Accost prima l'altra barca, Orlandi sarebbe salito a bordo della galea per ultimo. Salirono tutti utilizzando una malferma scala di corda. Busketo osservava gli uomini arrampicarsi veloci, quasi smaniosi di riunirsi ai loro compagni; una figura incappucciata si alz a prua, si mosse incerta sul legno che ondeggiava, ma rifiut l'aiuto di uno dei rematori. Alz le braccia per afferrare la scala di corda e le ampie maniche scesero verso il basso rivelando due mani forti ma gentili, vigorose, ma piccole. Fu un attimo, un marinaio si sporse dal fianco della nave ed offr il suo braccio, la figura incappucciata spar alla vista. Anche il Console ed il suo seguito si imbarcarono, le lance tornarono al porto con soltanto due rematori alla voga. Le vele schioccarono, triangolari lembi di stoffa si tesero, assunsero forma e colore. File di remi si inabissarono sincrone per riemergere grondanti di lacrime salmastre. Era il momento della partenza e il Console dal castello di poppa della sua galea sal sulla travatura della copertura e url al mare e al vento: Per Pisa, alla vittoria!
L'urlo si perse nella brezza, ma torn ingigantito come un eco magica e potente. Busketo fu scosso dai brividi e nonostante il sole alto di giugno si rese conto di avere freddo.
Le imbarcazioni si separarono e presero forma e consistenza cinque pi piccole flotte; in breve si perse il contatto vi sivo con molti dei legni pisani, ma la galea sulla quale si trovava il Console veleggiava decisa insieme ad altre verso ponente. Le galee cambiavano spesso direzione, le vele venivano sciolte e serrate nuovamente ora ad un lato ora all'altro dell'albero. Il vento al largo si era fatto pi teso e deciso e lievi increspature di schiuma bianca segnavano qua e l il mare, gli uomini ai remi parevano non provare fatica. Il capovoga ritmava cupo e mesto emettendo un suono monotono e gutturale ed il suo viso riarso dal mare e dal sole non lasciava trapelare nessuna emozione. Busketo si era seduto a prua riparato dagli schizzi e dal vento da una stiva di barili d'acqua legati con cura. Riconosceva qualcuno degli uomini a bordo, li aveva visti al mercato, ai cantieri, alla taverna. Altri erano totalmente sconosciuti e pochi, pi trasandati, portavano catene ai polsi e ai piedi. Cerc di scrutare quegli occhi, cerc di capire chi fossero, ma tutti gli negarono lo sguardo. Si volt a guardare l'orizzonte dietro alle navi, le montagne degli antichi Apuani si ergevano alte, volse lo sguardo, davanti e a sinistra solo mare mentre a dritta la linea di costa si perdeva verso la Provenza ed ancora oltre. All'architetto non era chiaro l'obiettivo e l'intendimento dei pisani, se si doveva far guerra a Genova era necessario cambiar rotta anzich puntare verso ponente, invece in mare aperto la flotta si ricongiunse con altri legni amici e punt decisa sempre ad Ovest. Giovanni Orlandi apparve sul ponte, parlava coi marinai, sorrideva, dispensava pacche sulle spalle e trattava tutti come fossero suoi amici o forse fratelli, ma il rispetto per la sua persona era palpabile. Busketo non lo aveva mai visto in azione, aveva discusso e spesso litigato con lui, ma sempre sulla terraferma e sempre per argomenti che non riguardavano il mare. Ora tutto era diverso, come un eroe dei miti antichi volgeva
il suo sguardo al mare, fiero e forte. Si diresse verso prua e Busketo ne ebbe, per la prima volta, timore.
Cosa fai l nascosto, ancora non saettano le frecce. Alzati!
I due si trovarono spalla a spalla, l'unica cosa che venne in mente di dire a Busketo, fu sussurrata e tremula.
Scusa, non volevo offenderti davanti ai governanti di Pisa. Mi sono comportato da sciocco e da vigliacco.
Il Console non rispose subito, conosceva il buon senso dell'architetto e sapeva che si sarebbe ricreduto. Busketo non era un uomo d'arme ma certamente un uomo di mondo e confidava nel suo intuito e nel suo buonsenso.
Lascia perdere, anche se la prossima volta ti metto al remo incatenato come quelli.
Chi sono?
Sono tutti architetti maleducati!
I due risero e a Busketo si riempirono gli occhi di lacrime. Era commozione o forse riconoscenza, in fondo da quell'uomo aveva avuto solo aiuto anche agli inizi di quella sua vita a Pisa, quando nessuno si fidava di lui. Orlandi aveva ragione, Busketo era un pisano in mezzo ad altri cittadini di una citt potente e fiera, non sapeva e non voleva combattere, ma doveva comunque agire se non altro per difendere il privilegio di essere l'architetto della chiesa pi grande del mondo. Forse era questo che faceva grande Pisa, ognuno aveva allo stesso tempo interessi privati e interessi collettivi da difendere e la forza della citt risiedeva nelle armi, ma ancor di pi nell'orgoglio e nel senso di appartenenza. Tutti si erano tramutati in una cosa sola, persino i fornai, ora, remavano.
Perch andiamo a Ponente invece di salire verso Genova?
Parte della flotta  rimasta a tutela di Pisa e noi col grosso delle navi fingeremo di andare in Provenza. I genovesi ci
stanno gi spiando sotto costa, navi di San Giorgio stanno veleggiando a noi parallele, non hanno sguarnito le difese e temono comunque un attacco alla citt.
Il Console fece una pausa quasi soppesasse l'opportunit di rivelare quei segreti militari, poi prosegu.
Mentre noi facciamo vela verso il sole che cala, una parte dei legni sta aspettando il momento convenuto al largo del porto di Rapallo.
Non andiamo pi a Genova?
No, troppo rischioso troppa poca preparazione. Diamo una dimostrazione di forza, recuperiamo merci e ricchezze. Puniremo la loro arroganza, ma a Rapallo e non a Genova. Il loro porto  inattaccabile.
Pronunci le ultime parole quasi con rammarico, come se un velo di frustrazione permeasse i suoi pensieri, poi si riebbe ed il suo sguardo si fece di nuovo deciso e fiero.
Rapallo  un porto ricchissimo ed ora  quasi sguarnito. Si aspettano un attacco a Genova, fra poco invertiremo la rotta, torneremo indietro. Le galee genovesi penseranno solo ad un atto dimostrativo e quando ripiegheranno verso la citt noi ci ricongiungeremo ai nostri e sar guerra.
Si allontan da Busketo, poi torn sui suoi passi.
Ti ho voluto al mio fianco e so che non mi servirai a niente, ma la citt deve sapere che anche l'architetto greco  pronto a dare la vita. I pisani non accettano i codardi, non mi devi chiedere scusa, mi devi solo ringraziare! E non farti uccidere!
Pianse Busketo col viso volto a prua, con le lacrime salate mischiate alle gocce salmastre che salivano ad ogni affondo di remi. Pianse lacrime amare ma anche di gioia e di onore e affid a quelle perle tutta la tensione della notte, la paura, la rabbia, pianse e nessuno se ne avvide. Di colpo un comando, la galea vir e per poco il trasognato architetto non cadde in mare. La nave del Console seguita da altre
cinque si era staccata dal gruppo principale che continuava
a veleggiare verso ponente. Furono ammainate le vele, i rematori si fermarono. Di colpo solo il rumore del vento e lo sciabordio delle onde sulle carene. Orlandi torn a prua e si trov nuovamente a fianco dell'architetto.
Se Dio ci aiuta i genovesi continueranno a seguire le nostre vele verso la Provenza e noi torneremo indietro per congiungerci con le altre galee.
Fu distribuita acqua e cibo, ceste di frutta passavano di mano in mano cos come pane e formaggio, poi tutto mut. Bast un impercettibile gesto del Console e gli uomini ai remi ripresero la voga, in silenzio quasi si temesse di esser uditi dai genovesi. Le vele di San Giorgio sfilarono all'orizzonte, visibili in contrasto con la linea alta della costa su uno sfondo grigio come il piombo. Orlandi esult ma fu un attimo, subito torn a poppa e si piazz al fianco di uno dei due timonieri. Pass molto tempo, reso ancor pi lungo da un indecifrabile quiete spezzata solo dalla stridula voce dei gabbiani. Poi come per magia le vele si tesero di nuovo e il vento in poppa alle galee diede nuovo vigore all'andatura. Trascorsero ore in navigazione, altre vele si unirono e sul far del tramonto quindici galee rapide e sincrone si precipitarono verso la costa. Il ripido pendio dove secondo un'antica leggenda un terribile drago sorvegliava la sorgente di San Fruttuoso, divenne chiaro e netto e poco oltre il capo di Portus Delphini, la citt nemica era ormai a portata di mano. Vennero da ponente le navi pisane, vennero al tramonto e aggirarono il promontorio che celava alla vista l'abitato ligure e con una rapida virata verso Nord entrarono nella rada di Rapallo. Sulle aspre scogliere e nelle piccole insenature, i volti sconvolti di chi vede il diavolo comparire al proprio capezzale. Le madri trassero a s i propri piccoli, gli uomini Prossimi a rincasare per la cena tentarono di porre in salvo reti e barche. Qualcuno prov a dare l'allarme, risuonarono
rintocchi da una piccola cappella ma era ormai tardi. I pisani entrarono in porto con impeto e velocit impressionanti come solo le alte onde mosse dal Libeccio sapevano fare


Capitolo 11.
Anno Pisano 1075 Indizione 12 Pisa, met Giugno.

L'ospedale di San Giovanni ad ripam arni sorgeva sulle terre della nobile famiglia dei Caetani. Le piccole stanze adibite solitamente alla cura dei pochi viandanti bisognosi che arrivavano a Pisa via mare erano ora piene di feriti e moribondi. Gli uomini erano adagiati dappertutto, anche nel piccolo chiostro e negli orti del convento e i monaci correvano indaffarati dall'uno all'altro. Barelle intrise di sangue scaricavano e caricavano corpi; grida e lamenti sommessi, chi cercava un familiare chi serrava gli occhi al cielo in cerca di Dio. Barche di ogni tipo mulinavano intorno all'approdo del convento vomitando corpi come se non finissero mai. Le torce fissate a gabbie di ferro a prua e a poppa rimandavano rossi bagliori che giocavano coi volti dei vivi e dei morti. I riflessi di fuoco nell'acqua scura della notte parevano dita di diavolo che volevano sottrarre le anime a questo mondo. Ad ogni carico nuove grida, nuovi volti si sommavano a quelli gi presenti e gli spazi lasciati vuoti dai trapassati a miglior vita erano subito occupati da altri disperati. Non c'erano bende a sufficienza, pochi stracci ormai neri dal sangue rappreso circolavano da una ferita all'altra ed erano utilizzati per mondare, lavare e bendare le ferite. Il buio e la calda notte pisana mascheravano in parte gli orrori della guerra. All'interno del convento un grande paiolo di acqua bolliva al fuoco del camino ed un frate con la veste madida di sudore si affannava tra vasi e
ampolle impartendo ordini ad un giovane chierico. Gli altri monaci entravano ed uscivano da quella stanza, sciacquando i luridi cenci e portando via ad ogni viaggio impiastri lenitivi. Il monaco speziale ed il suo aiutante preparavano con energia cataplasmi di burro e semi di lino, unguenti di fieno greco e sego di bove. Per le ferite ancora sanguinanti dispensavano in piccole ciotole raschiatura di pergamena e chiara d'uovo che aveva il potere di fermare il sangue, oppure polvere di macina di molino mescolata a olio rosato e polvere di litargirio. A quelli che avevano gli arti amputati, le viscere esposte e per tutte le ferite pi gravi, un monaco addetto spalmava e fasciava le menomazioni con una pasta fatta di bianco d'uovo, incenso e fili di stoppa. La pozione a base di infuso di rosolaccio, distribuita per alleviare il dolore, fu esaurita in breve tempo. Anche il vino speziato con dittamo e assenzio era ormai introvabile. Il tanfo e il fetore erano insopportabili eppure nessuno ci badava. Fuori dalle mura del convento si andava accalcando una folla sempre pi numerosa di madri, spose e figli in cerca di una garanzia per sopravvivere. L'assalto a Rapallo era stato fulmineo, molte navi nemiche si erano arrese, la popolazione si era rifugiata nell'interno e Pisa aveva trionfato, ma a quale prezzo. Su alcune navi si era combattuto, altre erano state incendiate e molte rapinate o sequestrate, ma uscendo dal porto per tornare vittoriosi, i legni pisani avevano incrociato tre galee genovesi. Gli arcieri e i balestrieri di San Giorgio avevano riversato una immane quantit di dardi, quadrelli e bolcioni sulle navi pisane. Gli uomini ai remi morivano trafitti accasciandosi sui legni e tra le panche di voga, rompendo il moto sincrono dei compagni. Pi di una galea si era dovuta arrestare e due navi pisane erano state abbordate. Quella che pareva una facile impresa si era trasformata in una carneficina. Pisa aveva vinto, aveva recuperato merci e onori, ma pagando un grande scotto. Se il conto delle vite fra perdute e recuperate volgeva a favore del Console Orlandi, il numero delle vite perse e dei feriti era altissimo.
I primi verrettoni caduti sul ponte della nave del Console avevano seminato morte e terrore. Busketo, inorridito, aveva vomitato, ma poi si era ripreso e aveva cercato di dare sollievo ai feriti. Nei cantieri di Aleppo succedeva spesso che qualcuno cadesse dalle impalcature o si ferisse e l'architetto aveva una buona pratica nella cura delle ferite. Al cantiere era suo il compito, tra gli altri, di mantenere in salute i lavoranti e meccanicamente ripeteva gesti osservati molte volte, comprimeva ferite, estraeva schegge di legno.
Il suo piccolo coltello era sporco di sangue amico. Per tutto il viaggio di ritorno cerc di portare aiuto finch giunti in Porto tutti i feriti furono sbarcati ed inviati all'ospedale di San Giovanni, alla confluenza del Canale del Porto con l'Arno. Senza sapere come, senza volerlo, senza averlo mai immaginato, Busketo si era ritrovato in capo ad un giorno dall'avere le mani sporche di malta, all'averle lorde di sangue. Una volta sbarcato si era lasciato trascinare dal flusso dei lamenti, aveva accompagnato i feriti fino all'ospedale e poi senza avere la forza di abbandonare quei giovani morenti, era rimasto privo di volont e di idee al loro fianco. Arriv un ferito, fra gli altri pareva pi grave, una freccia gli trapassava il petto e spuntava sul retro, respirava ormai a fatica. Uno dei monaci spieg che avrebbe spinto il dardo per far uscire tutta la parte di ferro, avrebbe troncato la freccia e poi sfilata l'assicella di legno. Aveva bisogno di qualcuno che subito premesse sulle ferite. Fu avvicinata una torcia, i volti si delinearono arrossati e tutto intorno, il nulla. Il monaco dispose il giovane su un fianco ed esegu l'operazione velocemente. Un fiotto di sangue sulla schiena fu tamponato da una benda impiastrata di sugna, Busketo premette con forza sul petto. Non si accorse subito che le sue mani non erano le sole. Accanto alle sue, sopra le
sue, cementate da quel sangue caldo e scuro, dita forti premevano sulla ferita. Fu quasi sul punto di scacciare quelle palme intruse, ma poi percep una presenza al suo fianco cos vicina da sembrare un tutt'uno col suo corpo. Quelle mani vigorose erano troppo piccole per appartenere ad un marinaio, ad un combattente, quelle mani che ora stringeva fra le sue ed il petto del ragazzo le aveva gi viste. Alz lo sguardo e si trov a sfiorare ciocche di capelli biondi o forse rossi, affastellati dalla sporcizia e dal sudore. I respiri si erano fusi, le loro mani e le loro braccia parevano gli unici arti di un corpo deforme ed unito per i fianchi. Quel corpo accanto al suo emanava un forte afrore, l'odore del sangue e della sporcizia si mescolava a quello della paura, ma Busketo percep sommersa e lontana, la nota gradevole del muschio. Il ferito toss ed un rivolo di sangue gli usc dalla bocca e dal naso, respirava a fatica, chiam pi volte la madre, finch il respiro manc del tutto. Adagiarono il corpo, non era il primo che vedevano e non sarebbe stato l'ultimo, Busketo sent l'ennesima lacrima farsi strada sulle sue guance e per un attimo la vista si fece confusa. La torcia si allontan. Quelle mani che avevano serrato la ferita insieme alle sue si erano disgiunte, allontanate, scomparse dietro un acquoso mondo distorto, buio e malevolo. Quella morsa calda e vigorosa lasciava ora una sensazione di viscido e freddo, di lordura ed impotenza. L'architetto si alz scavalcando nella luce tremula i vivi e i morti, si port sulla sponda dell'Arno e si chin per lavarsi. Dapprima furono gesti lenti, poi pi veloci e frenetici, quasi a lavare la coscienza e tutti i suoi sensi di colpa. Afferr una manciata di sabbia finissima della riva, si strofin le mani, le braccia, il petto, si tolse la veste ormai nera e lacera, dalla quale mancavano molte pezze usate come bende. Chino sul pelo dell'acqua, vomit di nuovo verde fiele amaro e sgradevole, affidato alla corrente, via verso il mare.
Erano passati alcuni giorni dalla vittoria di Rapallo. La citt aveva pianto i propri morti e le celebrazioni per il successo avevano dato nuova luce ai volti. Il porto conquistato era presidiato da una ingente flotta pisana e da Genova erano arrivate ambascerie per trattare una pace. Molti erano morti, moltissime famiglie contavano feriti, pochi avevano fatto fortuna. Alcuni magazzini si riempirono di merci pregiate sottratte alle galee genovesi. Di molti prigionieri tenuti in catene nei pressi di Porto Pisano, venne richiesto un cospicuo riscatto, la vita si avviava a tornare normale, l'onta era lavata l'onore era salvo e ogni posto lasciato vuoto era stato rimpiazzato. Cos ai banchi del mercato, nelle fucine e ai cantieri navali, nuovi operai, nuovi volti. Busketo era chino su un mucchio di pietre e rivoltandole tra le mani, ne scartava alcune e ne sceglieva altre. Il bianco calcare di San Giuliano rifletteva l'accecante luce del sole e con gli occhi ridotti a due esili fessure, l'architetto non si avvide che un'ombra si frapponeva fra lui e il sole. La voce suadente di Ottavio lo colse di sorpresa.
Buongiorno Maestro, posso sedermi?
No, mi alzo io, ripariamoci alla tenda degli scalpellini.
Ottavio tese una mano all'amico che l'afferr per alzarsi. Camminarono in silenzio sotto il caldo sole di Giugno. Giunti alla tenda, Busketo trasse da una botola posta sotto il tavolo una fiasca e vers dell'acqua fresca in due bicchieri di coccio. Erano seduti uno di fronte all'altro, il contadino teneva le mani allungate sul banco degli scalpellini con le palme poggiate sul legno. Si sporse in avanti per afferrare le braccia di Busketo, ma questi si ritrasse. Il silenzio tra loro non era imbarazzante, ma complice. Era come se studiassero bene le parole da proferire, consapevoli per che ognuno dei due conosceva gi ogni cosa che sarebbe stata detta. Ottavio ruppe il silenzio.
Ti porto i saluti di tutta la famiglia, Tolomeo  arrabbiato con te, non lo vieni mai a trovare.
Busketo sorrise all'idea di abbracciare il nipote e si concentr sui lineamenti del piccolo ben impressi nella sua mente.
Ce la farai a tenere Tolomeo lontano dalla guerra?
Ottavio sorrise, scuotendo il capo. Le gesta dei marinai pisani erano giunte rapidamente nelle campagne, accresciute ed ammantate di onore e gloria ogni volta che cambiava il narratore. I ragazzi ascoltavano estasiati e poi correvano a combattere nemici invisibili scagliando frecce ai fichi ancora verdi o infilzando con spade di legno i cespugli di salvia.
Prego Dio ogni sera ma lo sai, non siamo mai andati molto d'accordo io e Lui e non so se esaudir le mie richieste.
Busketo sospir, serr le labbra come se disapprovasse, poi trov il coraggio per affrontare un argomento difficile.
Cosa facevi nella tua precedente esistenza, perch hai lasciato la citt?
Ottavio ruot sulla panca, trasse a s le gambe e poggi i piedi sul legno della seduta, cinse con le forti braccia le ginocchia nude e in quella posizione compatta e pur armoniosa il contadino sembrava una fortezza impenetrabile. L'architetto si era gi pentito di aver fatto quella domanda e stava per cambiare discorso, ma come per incanto guardando avanti a s verso il niente, Ottavio cominci a parlare.
Ero un ductor come mio padre e prima ancora mio nonno. Conoscevo le acque di tutti i porti del nostro mare e sapevo guidare all'ormeggio ogni tipo di nave. Ero ricercato, ben pagato e conosciuto in tutte le taverne anche in Terrasanta. Avevo amici fra i mori nei porti d'Africa, avevo conosciuto ragazze nelle isole greche, ma arriv la guerra.
Lo sguardo di Ottavio si perse ancora di pi in un passato lontano eppure ancora vivo.
Ci fu una spedizione, dovevo guidare le navi di notte in stretti passaggi fra la costa e le isole nel golfo del Gabes. Fu tentata un'impresa contro la ricca citt di Sfax. Conoscevo persone in quel porto, sentivo di tradirle, ma dovevo obbedire alla mia citt. Procedevamo a remi, con le vele ripiegate per non essere avvistati, ma la sorte non ci fu amica. I musulmani uscirono dal porto con le loro piccole barche, tra gli scogli non fu possibile manovrare e ci attaccarono con dardi infuocati. Quasi tutti i pisani morirono in combattimento. Di cinque galee e quasi trecento uomini, pochissimi restarono in vita.
Ottavio si rannicchi ancor di pi serrando le ginocchia al petto, quasi a far da schermo alla sua vulnerabilit. Dopo aver sorseggiato ancora un po' d'acqua fresca, riprese a parlare.
Ero certo di morire, desideravo morire. Avevo tradito i miei amici musulmani e non riuscivo a darmi pace. Avevo guidato i miei concittadini verso la morte e questo era anche peggio. Mi nascondevo come un codardo nella stiva fra le mercanzie, anzich combattere. Pensai di gettarmi nella mischia e farmi pugnalare per finirla velocemente, poi per, feci la cosa pi vergognosa della mia vita.
Busketo vers all'amico altra acqua ed attese in rispettoso silenzio comprendendo le difficolt di Ottavio ad aprire le porte della sua memoria. Il contadino si volt lentamente e poggi di nuovo le palme delle mani sul legno del banco. Busketo esit, ma dopo poco si fece avanti e si afferrarono reciprocamente all'altezza degli avambracci, come se si dovessero portare mutuo soccorso, quasi che quel contatto potesse permettere ai pensieri di fluire pi facilmente. Gli occhi di Ottavio iniziarono a brillare di lucidi riflessi, inspir lentamente e con la voce ferma e lenta continu a narrare.
Presi un pezzo di cima ritorta e sottile di quelle che si
usano per fare lo stroppo ai remi sugli scalmi. Mi legai i polsi meglio che potei. Mi sedetti a terra e nel cerchio delle braccia feci passare le gambe, poi mi alzai in piedi. Mi trovai con le mani legate dietro la schiena, come se fossi un prigioniero. Con tutta la forza e la rabbia che avevo in corpo, mi lanciai contro una botte d'acqua legata nella stiva e la colpii con la testa. Non so quando, non so come, mi risvegliai sulle pietre del molo. Steso a terra ancora legato, con la testa che mi doleva e riuscii piano piano a vedere quello che succedeva intorno a me. I miei compagni d'arme erano in ginocchio gli uni accanto agli altri e vidi i fieri pisani ridotti a larve impaurite. Uno dopo l'altro furono decapitati. Il sangue zampillava dalle loro teste cimate quasi a cercare altra vita altrove, ma solo per pochi attimi. Gli abitanti di Sfax capirono o credettero di capire che io ero un prigioniero, che mi trovavo l contro la mia volont. Due marinai, due mori mi avevano riconosciuto e questo mi valse salva la vita.
Ottavio lasci la presa, si alz e si strofin gli occhi cercando di far sparire le lacrime. Poi spostandosi sotto il sole e volgendo le spalle a Busketo, concluse il suo racconto.
Sono vivo grazie all'inganno, da quel giorno mi vergogno di me stesso, da quel giorno ho giurato di essere retto ed onesto e ripagare la sorte con la mia buona condotta. In citt pensano tutti ch'io sia un eroe scampato al massacro di Sfax, ma sono solo un peccatore, peggio di molti che sono morti per mia colpa. Vieni a trovarci Busketo, i tuoi nipoti ti aspettano.
L'architetto guard la sagoma di Ottavio sparire nel riverbero del sole a picco. Rimase ancora sotto la tenda a fissare il niente d'innanzi a s. Quell'uomo sincero che molto tempo addietro gli aveva salvato la vita era venuto a rincuorarlo e a dargli conforto sapendo della vicenda di Rapallo. Lui invece era stato scortese, sgarbato ed aveva volto
quell'incontro verso una meta indesiderata costringendo l'amico a confessare un innominabile segreto. Se ne dolse, avrebbe voluto richiamarlo e scusarsi, ma non lo fece. Quali immani tragedie segnano la vita degli uomini, quali segreti e quante meschinit si affastellano negli anni che scorrono! Quell'uomo dolce ed amabile sentiva di aver tradito amici e nemici, quel contadino prossimo alla vecchiaia aveva vissuto met della sua vita portando un macigno sul cuore, in silenzio e fra l'indifferenza di tutti. Ora Busketo era parte di quel grande segreto e anche se era rimasto turbato dal racconto dell'amico, sent di amare Ottavio ancor di pi. Quel sentimento di unione e pace lo distrasse. Vag con la mente alla sua terra, alle case grigie dai tetti piani usati come terrazze nelle calde sere estive. Pens alle file di scure melanzane infilate da sottili spaghi come grani di rosario e messe a seccare al sole. Ai mulinelli di polvere generati dal vento dell'ovest, alle carovane di mercanti provenienti da Palmira e a sua madre. Che ne era stato della sua famiglia? Perch lui non aveva ancora una famiglia? Forse amava la sua chiesa pi di ogni altra cosa al mondo? Non era capace di amare? Non era amato? Si guard intorno terrorizzato, quasi temendo di essere scoperto, con la paura che qualcuno potesse leggere i suoi pensieri, ma gli operai erano tutti al lavoro e nessuno badava a lui.
Venne la sera e il cantiere si ferm. Busketo ripose alcune pergamene e chiese a Rimondino come stesse il Vescovo. Il ragazzo si strinse nelle spalle scuotendo la testa e la sua risposta fu sufficiente. L'architetto parlott un po' con gli scalpellini musulmani. Amava ogni tanto dialogare con loro usando la sua lingua d'origine e quella sera in particolare, aveva voglia di casa sua, di cose conosciute ed accoglienti. Poi rimasto solo, contempl la sua opera. L'abside Est era ormai completata ed anche i transetti erano a buon Punto. Le coperture provvisorie permettevano di usare gli
spazi per celebrare le funzioni e cos era da tempo iniziata la demolizione della vecchia chiesa. La navata maggiore e la facciata avrebbero dovuto attendere ancora molto, ma i pensieri che si affastellavano nella mente di Busketo erano tutti positivi. Si incammin verso la sua abitazione percorrendo meccanicamente la stessa via, come ogni giorno e ripetendo mentalmente calcoli e misure. Giunto in riva all'Arno si incurv lievemente in avanti per affrontare il dosso del ponte, quando una voce imperiosa lo distrasse dai suoi pensieri.
Busketo! Busketo, aspetta.
L'architetto trasal al suono di quella voce amica e temuta al tempo stesso, rallent l'andatura, ma non si ferm. Il Console Orlandi lo raggiunse quando ormai aveva varcato il ponte e si accingeva a voltare a destra, verso la Mescita.
Che fai, scappi?
No, non scappo,  che non mi va di parlare con te in mezzo alla strada.
Il Console rimase stupito e forse offeso da quella risposta, ma decise di essere condiscendente e si avvi con Busketo verso la sua locanda. Camminarono in silenzio e giunti alla facciata di Santa Cristina Busketo esit un poco, ma poi entr nella piccola chiesa. Due donne col capo velato mormoravano soffuse preghiere, ma alla vista dei due uomini si segnarono velocemente ed uscirono. La piccola navata ad aula unica era pregna del fumo delle candele. Le spesse mura di tufo mantenevano una penombra fresca e gradevole. Da una finestra rotonda posta sopra il portale d'ingresso, un cono di luce rossa e calda del tramonto pisano faceva danzare milioni di minuscole particelle leggerissime. Busketo si inginocchi verso l'altare e guardando il crocefisso chin il capo.
Quanti pisani avete fatto morire a Rapallo?
Il Console stavolta percep tutto l'astio di Busketo, ma nonostante fosse irritato dal suo tono, non pot fare a meno di rispondere da uomo, anzich da condottiero.
Speravo in una operazione militare meno complicata, forse ho sottovalutato i genovesi, forse  stata la sorte. Mi dispiace, lo sai che mi dispiace.
L'uomo di mare aveva parlato puntando lo sguardo verso il Cristo nero scolpito in qualche raro legno orientale, pi timoroso di incrociare gli occhi severi dell'architetto che quelli immobili del Salvatore. Pronunci quelle parole usando un tono sommesso, consapevole di aver costretto l'amico a vivere le miserie e gli orrori di una battaglia.
Non ti scusare con me, siete gente strana. Questi tuoi cittadini vanno alla morte ma ti seguono lo stesso, dovresti chiedere scusa alle vedove, agli orfani.
L'ho fatto, abbiamo offerto dei rimborsi a chi ha avuto un lutto, di pi non posso fare.
L'Orlandi si inginocchi accanto all'amico e si volt, quasi liberato e pronto a guardarlo in volto.
In citt si parla di te, non sei un combattente, ma hai dato il tuo aiuto a tutti, hai mescolato il tuo sangue con quello di molti uomini, la citt  fiera di averti avuto sulla galea e io sono pi fiero di tutti loro.
Giovanni, Giovanni, sospir Busketo dondolando il capo non permettere che l'orgoglio e il bisogno di sentirsi un eroe mascherino i tuoi veri sentimenti. So che ne avresti volentieri fatto a meno, so che avresti voluto vivere i tuoi giorni futuri senza sognare di notte i morti di questa battaglia. So che sei un buon padre di famiglia e che ami il tuo lavoro, ma so anche che faresti volentieri a meno di far Macellare i tuoi concittadini. Eppure sei stato un perfetto, cinico, ottimo condottiero e capo e le ragioni della politica sono andate avanti a quelle umane. Voi avete nella testa solo le merci e la guerra e se per le prime sono d'accordo Per la seconda no!
Busketo aveva alzato la voce ed istintivamente si volt nella speranza che nessuno li avesse uditi. Anche il Console si volt verso il portone, ma la piccola chiesa era deserta. Nella pace di quel recinto sacro il silenzio consentiva di udire il proprio armonico respiro e nessuno aveva ora la voglia di profanare quella quiete. Giovanni Orlandi trov il coraggio di proseguire.
Siamo avidi e smaniosi di combattere, ma te non sei diverso da noi. Ami il tuo cantiere pi di te stesso, non hai una famiglia e pensi solo al tuo prestigio. Saresti disposto ad uccidere per la tua chiesa e la cosa buffa  che ti  concesso di costruirla solo perch io vado a saccheggiare porti e terre di costa per arricchire questa citt. Sei colpevole come e quanto me e la tua anima  scura come la mia.
Busketo rimase turbato, non aveva mai visto le cose da quella prospettiva e si pentiva di essere stato tanto brusco. Cerc parole di scusa ma non le trov, era in chiesa e non si sentiva di mentire o ingannare l'amico. Decise allora di spostare la conversazione su un altro piano.
Forse  come dici te e forse no, io non avrei mai deciso di far macellare tanti uomini e ragazzi e poi per cosa, e per chi. Chi sar mai questa Donna Cecilia da mobilitare una citt per il suo vezzo. Tutti i morti e i menomati valevano il valore delle sue merci?
Il Console allora si alz e nel profondo del suo cuore trov le parole da dire, per la sua e l'altrui pace: Chi sia Donna Cecilia se lo chiedono tutti, io non so dare risposte.  moglie di un mercante potente al quale Pisa deve molto. Suo marito gode del favore di tutti gli Anziani e di tutti i marinai. Di lei si sa poco, sta sempre rinchiusa nei suoi magazzini e spesso non si vede per mesi, o parte o si rinchiude. Ora so che ha perso il suo unico fratello, trafitto da una saetta genovese.  morto l'altra notte all'ospedale del Catano, malgrado lei e un altro uomo, gli tenessero premuta al petto, la ferita.
Fra i due cal un pesante silenzio e ognuno, preso nella morsa dei propri pensieri, reput inutili altre parole. Bugiato si segn al petto con la croce.
Devo andare.
S, vai pure. Tra qualche giorno ci saranno i fal di San Giovanni, vedi di smettere presto di lavorare, pulisciti e renditi presentabile per il tuo censo, ti aspetto a cena a casa mia. Anche questo  un ordine, l'ultimo.
L'architetto guard l'amico allontanarsi ma prima che sparisse inghiottito dalla lama di luce che filtrava dal portone gli url: Lei era sulla nave?
Il Console chin il capo in segno affermativo e spar.


Capitolo 12.
Anno Pisano 1075 Indizione 12 Pisa, vigilia di San Giovanni.

La vigilia di San Giovanni era trascorsa come tutti gli altri giorni ed ognuno, preso dalle proprie occupazioni, aveva svolto i consueti lavori. Nel tardo pomeriggio decine di ragazzi e giovinetti riuniti in bande o gruppi, avevano preso a tuffarsi dalle sponde nelle chiare acque dell'Arno. Tutti quei ragazzi si spostavano a monte della citt, i pi grandi ed abili a nuoto e chi camminando lentamente sugli argini. A monte della citt il fiume, quasi un miglio fuori dall'abitato, compiva una grande curva verso destra. L la corrente nella parte interna dell'ansa era quasi nulla e nella stagione estiva, quando il livello delle acque si abbassava di molto, compariva una spiaggia di finissima sabbia bianca. L'acqua era cos bassa che al limite della spiaggia, si poteva attraversare l'Arno senza dover nuotare, era la zona del Guato Longo e come se quei giovani obbedissero ad un ancestrale richiamo, migravano verso quel punto. Un branco disordinato, uno stormo indisciplinato, nessuno poteva dare una descrizione precisa, ma lentamente ed inesorabilmente tutti quei giovani pisani si spostavano a monte della citt. Nel tardo pomeriggio i banchi dei mercati cominciarono a ritirare le merci, le imbarcazioni venivano poste a rimessa, ogni lavoro pareva dovesse concludersi prima del solito ed in ogni casa fervevano i preparativi per la cena. Gi dal mattino le tovaglie buone erano state messe ad arieggiare e chi aveva cantine pregiate si era preoccupato di scegliere il
vino migliore. Per quelli che avevano meno possibilit era comunque una sera speciale e qualcosa in pi per la cena era stato trovato. Un banditore scortato da due armati circolava da ore per le vie della citt annunciando che per quella sera e solo per quella sera, l'ora del coprifuoco andava rispettata solo per i fuochi delle cucine, ma che era abolita per i lumi esterni e le candele. Nelle cucine molte donne di nascosto da occhi indiscreti gettavano sui fuochi mazzetti di erbe medicinali o magiche che fossero: erano i resti delle erbe vecchie, raccolte l'estate precedente. Il giorno dopo le stesse donne sarebbero andate a cercarne di nuove da far seccare e da usare per tutto l'anno a venire. Madri premurose preparavano mazzetti con nove fili di erbe varie fra cui l'iperico e li ponevano sotto il guanciale dei figli per poter donare loro felici sogni premonitori. In ogni casa, condite con abbondanti dosi di aglio, cuocevano lumache da mangiare con le loro corna per esorcizzare e dominare ogni male futuro e imprevisto, mentre in grandi ceste, le noci raccolte ancora acerbe e avvolte nel loro verde mallo attendevano di essere sapientemente lavorate per preparare il nocino, tanto amato dai pisani. Le ricette di quell'amabile liquore erano state portate a Pisa da alcune famiglie nordiche, forse sassoni o forse bretoni molti anni addietro. La tradizione esigeva che le noci venissero colte a mano alla sera prima di San Giovanni e nessun attrezzo di ferro doveva essere usato per separare i malli dalle noci, pena la perdita dell'efficacia magica del liquore. Per le vie alcune giovani correvano svelte da una fontana all'altra per raccogliere acqua di sette zampilli diversi. Nella notte, usando albume d'uovo e quell'acqua, qualche vecchia avrebbe potuto predire loro il futuro. Al cantiere della grande chiesa Busketo lasci liberi gli uomini assai presto, si rec a far visita al Vescovo ormai moribondo e fu felice di uscire dalle stanze del vescovado dove aleggiava la morte. Nella luce dorata del tardo pomeriggio si incammin verso la Mescita fermandosi per in via Santa Maria alla bottega dei sarti del vescovado. Dopo l'invito del Console, si era risolto di ordinare una tunica e delle brache nuove e decenti. Pag il dovuto e si avvi passando per i cantieri navali a far visita a Bosio. Lo trov seduto sotto una tettoia di paglia con la gamba destra alta su una catasta di legna e con l'alluce gonfio e tumefatto.
Cosa ti  capitato, Maestro Bosio?
Il legno di castagno  traditore. Lo tendi e lo lavori,  forte e rigido, ma se esageri si schianta, ti abbandona di colpo. Anche nel fuoco si comporta male, non brucia con armonia e rispetto, esplode, scoppia, si torce come se nelle fibre fosse imprigionato il demonio.
E stato il demonio allora a spaccarti il piede?
Ridi, ridi, pazzo di un greco,  stata mia moglie che mi ha fatto costruire uno scaffale per seccare le forme di formaggio, ma l'impalcatura di castagno non ha retto e sono precipitato.
Bosio trov il modo di ridere e nonostante il malanno convers amabilmente con l'altro Maestro.
Sono vecchio ormai, chiss se ci sar ancora quando dovrai costruire il tuo tetto.
Certo che ci sarai, come faccio senn. Ho bisogno di lavoranti esperti e nessuno  pi bravo di voi carpentieri navali.
Allora sbrigati Busketo, non sono pi un ragazzino. A proposito, ho fatto una proposta ai Consoli del mare.
Racconta.
Vedi greco, il lavoro  aumentato, io sto invecchiando e non ce la faccio a tenere tutto sotto controllo. Allora ho proposto di formare due distinti collegi di fabbri navali. Ognuno dovrebbe avere squadre formate da dieci uomini, con decemviri e casomai decurioni. Verrebbero stabilite per scritto tutte quelle regole del cantiere che oggi rispettiamo
come regole tramandate da maestri ad apprendisti. Due collegi distinti potrebbero avere compiti diversi, io credo che per il cantiere possa essere un bene.
Sei un uomo saggio e sai qual  il partito giusto da prendere. Io ho circa cento uomini, ma sono gi divisi in gruppi: gli scalpellini, i posatori, i cementari, i cavatori. Ogni gruppo ha un suo caposquadra, non faccio fatica a tenerli in riga.
Beato te, i fabbri navali sanno e devono saper fare tutto, per questo c' chi pensa di essere il migliore, chi si adombra per un dispetto, chi fa finta di lavorare e chi lavora per due. Non  facile, credimi! Sai che nell'antica Roma alcuni fabbri navali diventavano Pontefici ed avevano grandi onori nel loro senato?
Pontefici? Ma non chiamate il Papa di Roma con questo nome? Che sia un carpentiere?
Risero ancora insieme e la discussione and avanti. Parlarono di macchine da sollevamento, di pulegge e incastri, di dove reperire il legname per le travature del tetto che prima o dopo doveva essere posato. La campana della chiesa di San Nicola annunci il vespro e i due uomini si congedarono. Busketo era in ritardo, doveva lavarsi e prepararsi e anche se il suo animo era combattuto, in fondo era felice di partecipare a quella cena. La sua solitudine era una buona compagna, ma talvolta gli pesava. C'era la locanda della Stella e le ragazze facili da far ridere, oppure le lunghe passeggiate tra i banchi del mercato dei mori, ma l'architetto cominciava a sentire la mancanza di un rapporto vero, forse di una famiglia vera. Si lav al pozzo, si fece aiutare dal proprietario della Mescita a spuntare la barba, si sfreg i capelli e le membra con olio di sandalo che molto tempo prima gli era stato donato e che non aveva mai usato. Poi indoss la nuova tunica corta al ginocchio, il tessuto con la trama a saia che dava l'idea di tante lische di pesce affiancate e parallele. Il lino leggero gli dava piacere e donava un gradevole senso di freschezza. Usc in strada e si incammin verso la zona della Pera, pochi passi lo separavano dalla meta. Fuori dalla casa del Console Orlandi ardeva una torcia ed un servitore sorvegliava l'accesso. Entr e sal al piano di sopra dove in una sala ampia ed occupata da due distinti tavoli apparecchiati con candide tovaglie, sedevano i commensali. Con un rapido colpo d'occhio Busketo not che gli uomini erano una quindicina ed occupavano il tavolo pi grande. Conosceva la gran parte di loro, chi meglio, chi in modo superficiale, tranne un paio di giovani che apparivano forestieri. Ad un tavolo pi piccolo poco discosto e messo in modo perpendicolare al primo, stavano la moglie del Console, l'anziana vedova dell'Ammiraglio Ciurmi ed altre quattro dame. Intorno un via vai di servi e anziane donne che si affaccendavano a mantenere l'ordine nella sala. Busketo si fece avanti ed attir l'attenzione del padrone di casa che senza rimproverarlo del ritardo, lo accolse con benevolenza.
Signori, ecco il nostro architetto. Accomodati ti serviranno subito.
Tutti gli ospiti si voltarono verso l'impacciato Busketo che sent salire un'ondata di calore. Il lino non gli appariva pi cos fresco e quegli occhi volti verso di lui gli sembrava che spedissero tante punture di spine. Si accomod e con un gesto del capo salut la moglie del Console, poi abbass lo sguardo e si risolse di mangiare il muggine ripieno di spezie e cotto al forno. Pian piano la sua tensione and stemperandosi, il Console parlava di traffici e commerci, alcuni lo ascoltavano in silenzio, i pi facevano a gara per compiacerlo. Busketo prest attenzione solo quando uno dei due forestieri chiese al padrone di casa lumi per capire come la citt di Pisa si reggesse e fosse governata. Il Console assunse un'aria compiaciuta ed attacc un lungo discorso.
Per volere dell'Imperatore Arrigo I ormai molti anni addietro, fu signore di queste terre il Conte Bonifacio Longobardo di Toscana, che venuto a mancare, lasci il comando alla moglie sua, la gran Contessa Beatrice. Per loro conto e per la nostra gloria abbiamo combattuto in Africa, nelle terre campane, in Sicilia ed in Sardegna. L'esercito pisano si  scontrato tanto coi Normanni che coi mori e anche contro le truppe del Papa quanto contro quelle dell'antiPapa.
Dove c'era da combattere Pisa andava e tanta fu la gloria delle nostre genti che la citt riusc ad avere privilegi ed un governo indipendente o quasi, dai Conti di Toscana. Vero  che tra qui e Lucca risiedono ed hanno possedimenti i Conti della Gherardesca, i Conti di Donoratico e pure la figliolanza di Teudice che fu vicecomites, ma a loro non spetta il governo della citt, amministrano solo la giustizia nei casi estremi dell'omicidio.
L'interesse dei forestieri era aumentato e, incuriositi, alimentarono la discussione.
E dunque quale sarebbe il privilegio di questa citt senza un reggente?
Non c' bisogno di un reggente,  il popolo che governa!
Questa  bella e come farebbe, dai banchi del mercato?
La battuta fu mal accolta dall'Orlandi che comunque continu: Un primo privilegio stabiliva che nessun Marchese potesse essere inviato a governare Pisa senza l'approvazione di un Consiglio di dodici buonomini o anziani della citt. Nessun nobile dunque ha mai reclamato diritti sulla nostra gente ed allora a fianco di questi Dodici si sono affiancati anche dodici Consoli, esperti armatori, gente di mare, allo scopo di dirimere ogni problema della marineria. Abbiamo sottoposto da appena un mese all'approvazione del nostro Papa, una regola che autorizzi Pisa a governare con soli dodici consoli eletti dal popolo.
E l'Imperatore secondo voi accetterebbe tale soluzione?
Prima  necessario che si ottenga la benedizione da Gregorio settimo, all'Imperatore penseremo poi. Baster promettere di versare a lui e non ad altri, le tasse della citt. Ma come sapete  per ora colto da scomunica e non ci  possibile perorare questa causa.
Quindi di fatto avete un governo indipendente?
Di fatto s, sogniamo, per Pisa, un futuro da novella Roma, una grande repubblica!
La discussione si spost su altri temi e per Busketo perse d'interesse. Gli uomini al tavolo producevano una gran confusione sovrastando il lieve mormorio delle dame, comunque troppo lontane per essere udite distintamente. Il vino bianco proveniente dalle terre di San Martino in Loco Vinaia, apr a Busketo un mondo nuovo. Il solido sapore di quel nettare importato dagli antichi romani dalle terre di Siria e Persia cattur tutta l'attenzione dell'architetto, riportandolo con la mente nella cucina di casa sua ad Aleppo. Non prest pi ascolto ai discorsi dei commensali, il vociare divenne ben presto un rumore di sottofondo che lo isol e gli permise di osservare la scena, come fosse immerso in una vasca d'acqua. Diversi candelabri a pi braccia erano collocati su mensole e sporgenze del muro, l'odore del sego era solo in parte mascherato da alcuni piccoli e insufficienti bracieri che emanavano un gradevole odore d'incenso. Alcune lampade ad olio spandevano poca luce e molto fumo. Le mani unte di cibo, che Busketo strofinava in continuazione alla tovaglia, avevano un forte e insopportabile odore di pesce. Erano state portate in tavola le chiocciole cotte con aglio e quelle viscide palline che lasciavano le mani scivolose non piacquero all'architetto. Le abitudini che pi gli Mancavano fra quelle apprese nella sua giovinezza erano Quelle della pulizia e dei trucchi ingegnosi che nella sua terra si mettevano in atto per mascherare gli odori sgradevoli Nonostante fosse a casa di un Console, tutti mangiavano con le mani e alcune posate di grosse dimensioni servivano solo per spartire il cibo. La mente per la seconda volta nella giornata gli corse alla propria famiglia, ma fu solo un attimo. A Busketo sembr che il suo lavarsi e spargersi d'olio profumato fosse stato inutile, sentiva appiccicarsi alla pelle lo sgradevole odore di quella stanza affollata. La tensione lo port a provare ancor pi caldo di quanto non ne avesse. Di colpo si pent di aver accettato l'invito. Si sentiva ignorato, straniero in terra ed anche in casa straniera, ma non voleva e non poteva disonorare il suo ospite. Cerc di distrarre i sensi osservando in modo discreto le donne sedute lontano da lui. Dal posto che gli era toccato arrivando in ritardo non godeva di una buona visuale, ma sporgendosi un po' di lato riusciva a vederle quasi tutte. Tranne la moglie dell'Orlandi ed un'altra donna che gli dava le spalle, le altre vestivano di semplici tuniche lunghe fino ai piedi. Tutte portavano delle leggere cuffie di tela chiara che nascondevano solo in parte crocchie di capelli raccolti. La donna di spalle portava una stola di colore scuro che le ricadeva sulle braccia. La stessa stola saliva come il cappuccio di un mantello a coprirle il capo. Se a Busketo quella foggia parve molto elegante, d'altra parte pens al caldo insopportabile che doveva provare quella povera donna. Era ormai buio e dalle finestre aperte iniziava a trapelare un leggero soffio rinfrescante. La cena volgeva alla fine, Busketo non aveva dialogato con nessuno e si sent molto sollevato quando, in seguito ad un richiamo giunto da fuori, tutti gli invitati si alzarono. Chi si affacci alle finestre, chi usc su una sorta di bertesca in legno dotata di parapetto che aggettava verso il vuoto. Le piccole casupole ed i magazzini di Via dei Mori non impedivano alla vista di ammirare tutto il corso dell'Arno dalla curva dopo la chiesa di San Matteo verso monte, fino alla platea di San
Nicola, verso mare. I giovani che nella tarda serata avevano raggiunto il Guato Longo, avevano cenato con pane e formaggio messo a disposizione dai monaci del convento in Orticaia, poi quando le tenebre ebbero il sopravvento sulla calda luce crepuscolare, ad ogni ragazzo fu affidato un piccolo lume in cera ed una piccola tavoletta di legno. Furono portate alcune torce fiammeggianti ed una lunga fila di mani protese accesero a poco a poco centinaia di piccole fiammelle. Inclinando i piccoli moccoli, ognuno faceva cadere sulle tavolette calde e malferme gocce di cera fusa per poi poggiarci il lume saldandolo al legno. Fu cos che al cenno di un monaco pi anziano, i ragazzi si immersero in Arno fino alla vita e poggiarono delicatamente uno ad uno i lumi sul pelo dell'acqua che, tremuli ed instabili, iniziarono a fluire verso valle seguendo il lento andare della corrente. La citt era tutta riversata sul ponte e sugli argini. Come una lontanissima e lunghissima processione i lumi si allinearono, vorticarono, invasero tutto il letto del fiume e la loro luce venne amplificata mille e mille volte dai riflessi della sua superficie. Nell'oscurit totale in cui era immersa la citt, lo spettacolo dei lumi che fluttuavano nell'acqua appariva meraviglioso, al passaggio delle fiammelle che lentamente sfilavano e si dirigevano verso il mare, qualcuno recitava sommesse preghiere, qualcuno pregava per i defunti cari, qualcun altro esprimeva desideri pi o meno puri. Il silenzio e la suggestione avevano contaminato tutti, ma ecco che mentre il buio si impadroniva di nuovo delle acque, la moltitudine di giovani fece ritorno dal Guato Longo e in ogni slargo e in ogni canto, fu dato fuoco a cataste di legna vecchia preparata nel pomeriggio. La citt sui suoi argini e nelle sue vie, prese ad ardere di luci brillanti. Si intonavano canti e si ballava intorno ai fuochi. Ovunque gli uomini saltavano i fal mentre esprimevano desideri e convincimenti. L'allegria si impadron di tutti, il Console
dette l'ordine e tutti gli invitati scesero in strada. Passando per Via dei Mori giunsero sul lungarno e poi traversarono il ponte unendosi ad una moltitudine di altre persone. Si doveva consumare ancora l'ultimo atto della festa. L'Orlandi ed i suoi invitati imboccarono Via delle Colonne e si diressero seguendo la corrente di quello che era ormai divenuto un fiume umano, verso il lato Nord della citt. Busketo aveva gi preso parte gli anni precedenti a quella festa ed anche se lo spettacolo non era nuovo, ne era comunque rapito. Gli era tornato il buonumore e faceva di tutto per non allontanarsi troppo dal suo ospite; solo quattro delle dame presenti alla cena erano scese e i due giovani forestieri facevano a gara ad intrattenerle. Giunsero alla Porta del Parlascio, uscirono dalle mura e traversato il ponte sull'Ozeri la moltitudine dei pisani si sparpagli per i campi di grano ormai falciato. Una freccia infuocata fu scagliata in alto nel cielo, era il segnale. In lontananza dalla torre di Tabbiano e Cornazzano perse nell'oscurit della notte si levarono altre frecce. Il messaggio era stato recepito e poco a poco, la conca naturale dei monti pisani che circondavano come corona la citt marinara prese ad illuminarsi di mille e mille fuochi. In ogni fattoria, ogni casa sul monte e lungo ogni sentiero gli abitanti delle campagne dettero fuoco a stoppie e potature riunite in posti sicuri per evitare incendi e danni. La notte nera scomparve e come se il cielo stellato avesse trovato in terra uno specchio, prese a riflettersi sui monti di Pisa. Busketo era emozionato, immaginava Ottavio e la sua famiglia danzare intorno ad un grande fuoco. Immagin i suoi nipoti correre e giocare felici, poi se li figur imbronciati perch forse a loro non era ancora permesso di saltare le fiamme, pens fugacemente a Sista ma con un sentimento di pace e serenit, felice per lei e per Gerto. Pens nuovamente alla sua famiglia, a sua madre, ai suoi fratelli perduti dall'altra parte del mondo, ma non permise alla tristezza di impadronirsi del suo cuore. Poi qualche fuoco scomparve, i punti illuminati sui monti iniziarono a diminuire e la folla si mosse a piccoli gruppi discutendo e vociando, ognuno prese la via di casa. Orlandi raggiunse Busketo, era raggiante ed un ampio sorriso si allargava sul suo volto.
Bello, vero?
Quelle due parole pronunciate con immensa allegria dettero all'architetto il modo di vedere il ragazzo entusiasta che dormiva sopito nel corpo del Console. Se lo immagin giovane, impavido e forte, lo ammir.
Bellissimo, rispose Busketo, ogni volta che viene San Giovanni mi emoziono.
Il Console batt forte una pacca sulle spalle dell'amico, evidentemente considerava ormai sanata la faccenda dei dissidi per via della battaglia di Rapallo; a Busketo rest invece una vena di malinconia, la serata volgeva al suo termine e si era ritrovato un'altra volta da solo. Camminava insieme agli altri, non pi molto attento alla posizione dei suoi commensali, meditando se andare al suo cantiere per rimirarlo alla luce delle stelle o rientrare alla Mescita, quando un impercettibile impulso ridest i suoi sensi. Sulle prime non cap bene cosa fosse, poi percep in mezzo alla moltitudine, la nota decisa del profumo al muschio. Fu l'emozione di un attimo ma fu subito persa, si sporse in avanti, si alz in punta di piedi, prese nervosamente a spostarsi a destra e sinistra nel tentativo di rintracciare quell'aroma. Torn indietro di qualche passo perdendo contatto coi suoi amici, niente. Ancor pi mesto di pochi attimi prima riprese la sua lenta marcia verso casa. Al Canto del Diamante gruppetti di persone si intrattenevano per gli ultimi saluti. La maggior parte dei cittadini era gi giunta alla propria casa, ma molti abitavano in Kinsika e l'unico modo per raggiungere la parte a Sud dell'Arno era attraversare il ponte. Gli ultimi barlumi di un fuoco acceso all'inizio di Via dei Rigattieri
illuminavano malamente un crocchio di persone tra cui il Console col suo seguito. Busketo si avvicin furtivo, quasi che quelle persone gli fossero ostili. Quando ancora non aveva raggiunto i suoi conoscenti, di nuovo l'aroma del muschio si insinu in lui, fu per retrocedere ma l'Orlandi che pure continuava a parlare, l'aveva scorto e salutato con una mano. Si avvicin malgrado desiderasse ardentemente scomparire e l'odore del muschio si fece ancora pi intenso. Ormai a pochi passi, Busketo percep gli ultimi frammenti di una conversazione ormai avviata ...comunque sia, la prossima volta non potr tollerare un vostro diniego, dovr essere per forza mia ospite.
Va bene Console, la mia  una promessa, la prossima volta far parte della vostra compagnia.
La voce che aveva pronunciato quella rapida frase si mosse e con s la veste scura e frusciante che rimandava riflessi del fuoco acceso poco oltre. La donna fece un passo e muovendo le braccia fece oscillare le ampie maniche della tunica, strette dalla spalla al gomito e poi svasate e morbide fino al polso. Una cuffia dello stesso colore del vestito, forse nera, teneva imbrigliati i capelli che spavaldi debordavano. Busketo poteva ammirare solo i contorni che contrastavano contro i bagliori del fuoco e non riusciva a percepire fattezze e lineamenti. La sinuosa figura si pieg lievemente in avanti e forse pieg leggermente un ginocchio, inclinando poi delicatamente il capo. Fu il suo congedo, i movimenti lenti e studiati divennero decisi e rapida e sicura si spost seguita da altre tre dame. Quella farfalla aveva sbattuto le sue ali armoniose e si era portata poco oltre il gruppetto di persone. Ci che streg l'architetto fu l'aroma di quel profumo che penetrando nei suoi polmoni e nella sua mente, lo aveva pietrificato.
Busketo, ma dove eri sparito!
Il Console aveva appena lasciato un dialogo e stava per avviarne un altro, ma l'attenzione dei presenti fu attirata dalla farfalla che aveva appena spiccato il volo e subito, udendo il Console, si era irrigidita. Fermandosi d'improvviso, una delle dame in sua compagnia le aveva sbattuto addosso e di colpo da leggiadra presenza, urtata e quasi caduta, divenne zimbello. Sui volti dei presenti si dipinsero risa pi o meno mascherate, Busketo fremette sentendosi la causa di quell'accidente e decise che sarebbe stato meglio morire. La donna, dalla veste lucida, riprese il suo incedere e le braccia larghe del Console inglobarono l'architetto, affranto e sudato.
Valente architetto, non ci avete degnato di una parola questa sera, questi miei giovani ospiti di Perpignano hanno sentito molto parlare delle vostre invenzioni meccaniche.
Busketo, che in quel preciso istante avrebbe desiderato scomparire, fu invece irretito in una trama di discorsi, battute e risate sguaiate. Non poteva sottrarsi e non lo fece. Passo dopo passo il gruppetto oltrepass il ponte, il Console ed i suoi ospiti voltarono a sinistra, Busketo salut e prese a destra. Aveva fatto pochi passi quando la voce dell'amico Giovanni lo costrinse a fermarsi.
Mi dispiace per questa tua serata un po' strana. Avevo in mente tutta un'altra faccenda, ma come avrai potuto capire, Donna Cecilia non ha risposto al mio invito.
Volevi combinare un'incontro?
Busketo sorrise all'idea ed un sottile senso di allegria gli imped di arrabbiarsi col Console.
Non ti preoccupare Giovanni, sono stato bene e ti ringrazio, il muggine e le chiocciole erano buonissime.
Si lasciarono e l'architetto si incammin verso la Mescita, ma davanti alla porta esit. Decise di proseguire e all'angolo del palazzo volt a sinistra nello stretto vicolo che si allontanava dall'Arno. Fatti pochi passi lo spazio si allargava e si apriva in una via che scendeva verso i canali e che i pisani da un po' di tempo avevano preso a chiamare la Strada delle Belle Donne.


Capitolo 13.
Anno Pisano 1076 Indizione 13 Pisa, fra San Pietro e Paolo e San Lorenzo.

Era passato ormai pi di un anno dalla battaglia di Rapallo e per tutti ormai era solo un ricordo. A Busketo invece, sempre pi oppresso dalla sua solitudine, pesavano gli incubi della notte che lo portavano di solito in un mare in tempesta popolato da enormi galere genovesi. Poi c'era quella donna, ogni tanto ne sentiva parlare, ogni tanto andava alla ricerca di quel profumo che aveva suscitato in lui tanta emozione, ma niente, sembrava svanita nel nulla. Aveva ottenuto indicazioni su dove abitasse e quali fossero le sue attivit, ma nulla di pi. Non voleva far capire a nessuno che quella curiosit era diventata morbosa e lo lacerava soprattutto di notte, quando le mani insanguinate di quella donna gli apparivano pi nitide, unite alle sue sullo sfondo della battaglia di Rapallo. Talvolta quelle mani lo raggiungevano, lo traevano dalle fiamme della battaglia, lo accoglievano. Si aprivano allora squarci di sogni pi beati, dove le mani della donna non erano pi macchiate di sangue e le palme forti e sicure apparivano come porte socchiuse, le porte del paradiso. Dopo un lungo periodo di agonia il Vescovo era morto verso la fine di Aprile. Guido non aveva mai avuto un ottimo carattere, ma in fondo per tutta la sua vita aveva cercato di far prosperare Pisa, la novella capitale contesa ed ammirata dal Papato e dall'Impero. Ai solenni funerali del Vescovo Guido avevano partecipato signori e cavalieri ed anche la Gran Contessa Beatrice di Toscana. Nei giorni seguenti al funerale, la Contessa Beatrice si era ammalata ed era stata accudita in gravissima condizione nel gran palazzo imperiale annesso alla chiesa di San Nicola. Pisa aveva vissuto due mesi d'apprensione e le feste per San Giovanni erano state soppresse finch, alla fine di Giugno, Beatrice era spirata. La giovane Matilde, da poco vedova del marito Goffredo il Gobbo, aveva raggiunto la madre morente e dopo il tragico trapasso avvenuto nel giorno dei Santissimi Pietro e Paolo, era divenuta, a sua volta, Contessa. Quel giorno Busketo aveva ricevuto una visita ed era stato convocato al palazzo dell'Imperatore. Un viavai di persone a capo chino animava le stanze, ma il silenzio regnava ovunque. In una grande sala sguarnita di mobili e con sei enormi finestre che aggettavano verso l'Arno, sedeva la Contessa su di una semplice sedia, portava una tunica ed un mantello neri e nonostante il caldo, aveva il capo coperto da un cappuccio che quasi la nascondeva.
Mi hanno riferito che siete l'architetto della nuova chiesa.
Sono Busketo, ai vostri ordini.
Mia madre amava la vita libera, lontano da regole e consuetudini. Sapeva leggere e scrivere e mi ha lasciato le sue volont. Vuol essere sepolta nella nuda terra, col viso rivolto al sole del mezzogiorno. Parimenti, non posso accettare n pensare che il suo sepolcro sia condiviso con altri. Dovete trovare un'adeguata posizione nella vostra chiesa ed un onorevole sacello.
Con il vostro permesso, potrei utilizzare come degna sepoltura un sarcofago in marmo molto antico, con fregi e scene scolpite che rappresentano la storia di Ippolito e Fedra. Lo abbiamo rinvenuto insieme ad altri quando abbiamo scavato le fondamenta. Fu certo usato dagli antichi padri di questa citt per dare sepoltura ad un'illustre donna del passato.
Busketo, preavvisato di quella convocazione, aveva gi elaborato il discorso. La povera Fedra, innamorata del figliastro Ippolito, era stata una donna con forti passioni e forse la sua storia si poteva ben sovrapporre a quella della grande Beatrice. Matilde rest in silenzio per molto tempo amplificando l'enormit di quello spazio, poi come rianimata da quell'opprimente immobilit riprese a parlare.
Potrebbe essere il sepolcro giusto, ma dovete anche trovare una giusta collocazione.
Scaveremo una fossa adiacente al transetto Sud, quello che volge a mezzogiorno e guarda la citt. Sar uno spazio sacro attaccato alla chiesa ma fuori da essa e, con cippi e catene, sar delimitato e tutti gli renderanno il giusto omaggio.
Questa volta la risposta fu rapida e concisa, accompagnata dal gesto di una mano che congedava Busketo.
Fate in modo che per il giorno del corteo funebre, tutto sia pronto!
L'architetto si allontan e percorse tutta la sala, ma mentre stava per varcare la soglia la Contessa lo ferm.
Aspettate, sapete leggere?
Certamente, mia Signora.
Prendete questa pergamena,  l'epitaffio scritto di pugno da mia madre. Era suo desiderio ed ora anche mio che queste parole fossero scolpite sul suo sepolcro. Tuttavia, anche se non posso disubbidire le volont di mia madre, fate in modo che una lapide con queste parole sia calata nella tomba, ma non sia visibile a nessuno.  un ordine!
Busketo afferr con mano tremante il rotolo legato con un nastro nero. La ceralacca che lo teneva sigillato era gi stata rotta e violata. Sono vostro fedele srvo, Contessa.
Col cuore in gola e con le gambe tremanti, Busketo si allontan dal palazzo, percorse tutto il lungarno risalendo la corrente e traversato il ponte sal velocemente nella sua
camera alla Mescita. Una volta solo, srotol la preziosa pergamena e lesse con profonda emozione le parole della defunta Contessa Beatrice. Sebbene peccatrice, io, Beatrice, sono chiamata Signora. Giaccio nel sepolcro io che fui chiamata contessa.
Quella notte Busketo rest al cantiere. Scelse la pi pura delle lastre di marmo e con abilit e commozione, scolp per sempre quelle parole nella pietra. I funerali della Contessa furono solenni, la fossa fu predisposta proprio al muro del transetto Sud e Busketo fece in modo di calare il grande sarcofago facendolo poggiare su quattro pietre e una di queste, capovolta e nascosta alla vista, recava le parole di Beatrice. Matilde aveva lasciato la citt pochi giorni dopo, sottoscrivendo una donazione a favore del cantiere per la nuova chiesa. Tutte le terre appartenenti alla grande fattoria di Papiana e tutti i raccolti e le genti di quelle fattorie diventavano cos di propriet del cantiere che poteva disporre di quelle ricchezze a piacimento. Busketo era raggiante, nuove entrate, nuove risorse, nuove genti da poter arruolare. Pens ad Auro, a Sista al suo amico Ottavio. Per qualche giorno fu felice, dimentico di solitudine e navi incendiate.
Pisa, orfana del suo Vescovo, aveva pronto un sostituto. Il nuovo Papa per, aveva emanato da poco un documento il Dictatus Papae, dove tra le altre regole si vietava che ad eleggere un Vescovo fossero i laici. La nomina spettava solo al Papa o comunque al clero e il candidato doveva aver studiato teologia e non essere ammogliato. Il successore designato non aveva compiuto studi ed aveva gi tre figli, per cui pareva imbarazzante disubbidire in modo tanto palese. In pi con Papa Gregorio settimo non si poteva scherzare, aveva scomunicato da tempo l'Imperatore Arrigo quarto e Pisa si era vista riconoscere proprio dal Papa maremmano l'ordinamento che mercanti ed anziani erano riusciti ad elaborare. Appellandosi alla tradizione e alle abitudini che gi
regolavano la marineria e la citt cos come alle regole per i commerci e alle norme per le controversie marittime, furono stilate le Consuetudines quas pisani habent in mari. Il privilegio di avere un governo autonomo doveva essere sottoposto all'attenzione dell'Imperatore che dopo l'umiliazione di Canossa aveva di nuovo acquistato la sua autorit. Pisa si doveva barcamenare tra i due poteri, ma non poteva certo rischiare di perdere i propri privilegi. Busketo aveva approfittato di quel periodo di indecisione per ritirare parte degli operai dal cantiere del nuovo vescovado e li aveva utilizzati per demolire definitivamente la vecchia chiesa, ormai ridotta ad un ammasso informe di pietre e vecchio legname. Nel tardo pomeriggio del giorno di San Lorenzo Martire, gli operai stavano riponendo i loro arnesi e la campana del vespro aveva gi fatto sentire la sua voce. I turni di lavoro in estate iniziavano presto al mattino e nelle ore pi calde il cantiere si fermava, poi nel pomeriggio i quasi cento lavoranti si rimettevano in movimento fino alla sera, al calar del sole. Rimondino, sempre pi calvo e pallido, era seduto con Busketo a fare il rendiconto delle entrate e delle uscite. Le cose andavano assai bene perch gli scalpellini musulmani si erano rivelati abili anche nello scolpire fregi e decori e l'Architetto aveva destinato loro uno spazio dove poter lavorare i marmi. Non c'era stato bisogno di assoldare altri operai e questo fatto aveva determinato un notevole risparmio nelle uscite. Molti scultori itineranti che prestavano la loro opera nei cantieri, consapevoli di essere i migliori nel loro campo, si facevano pagare in modo oneroso. Alla spicciolata sparirono tutti ed anche Rimondino fece per congedarsi.
Allora vado, stasera cercher di trovare un posto tranquillo dove poter guardare le stelle in pace.
Diciamo che cercherai di trovare il modo per vedere quella ragazza, la figlia del sellaio.
Quella  difficile anche da vedere, figuriamoci da prendere, la madre non la lascia sola mai un attimo, chiss se stasera la faranno uscire. Piuttosto, voi guarderete le stelle?
Guarder voi che guardate le stelle, l'anno passato un sacco di gente venne al cantiere, qui c' pi buio che dentro le mura e se ti ricordi combinarono un sacco di guai e rubarono anche del legname. Dai, vai a mangiare.
Giunse alla Mescita, attinse acqua dal pozzo e si lav come ogni sera nel giardino sul retro. Anche se disponeva di denaro a sufficienza per permettersi una casa propria e della servit, quella sistemazione gli andava bene. Il letto era sempre in ordine e pulito, poteva entrare ed uscire a piacimento perch ormai da anni conosceva il modo di alzare il chiavistello anche dall'esterno, se serviva portava la chiave che apriva la porta sul retro e soprattutto il cibo era sempre abbondante e vario. Alla Mescita in fondo molti cittadini si affacciavano per bere un bicchiere di vino, per fare due parole e l'architetto talvolta si avvaleva di quella possibilit. La Mescita, prima che fosse costruito il ponte nuovo, si trovava proprio alla rampa dell'antico ponte di legno e tra chi entrava per un brindisi, chi per ringraziare Iddio di aver fatto buon viaggio, il locale era sempre pieno ed animato. Ora era un po' in disuso e a Busketo piaceva quella quiete e quella calma. Cen da solo come spesso accadeva, si pass sui denti un bastoncino di liquirizia che andava a comprare al mercato dei mori quando ne aveva bisogno. Era stato educato fin da piccolo a pulirsi i denti dopo i pasti e non capiva come i pisani non sentissero quella necessit. I pi dopo aver mangiato non facevano niente, qualcuno al massimo si sciacquava la bocca con acqua o anche con vino. Il crepuscolo coi suoi colori indaco e violetto lasci il posto ad un mantello pi scuro e l'architetto lasci la sua stanza. Le strade erano animate, molte donne riunite in
gruppo stavano sedute fuori dalle soglie di casa, i bambini facevano chiasso ovunque. Qualcuno prendeva refrigerio dal gran caldo della giornata sdraiato sulle sponde sabbiose dell'Arno, ogni tanto alzando lo sguardo al cielo in attesa della prima stella cadente. Ma le vie della citt, almeno le principali, erano illuminate da torce e il cielo non si svelava volentieri. Busketo passeggi lentamente per tutta Via Santa Maria ed usc sullo spiazzo del cantiere. Non ci andava mai di sera, il tenue bagliore della volta stellata ammantava le bianche pietre della chiesa di una tenue tinta azzurra e anche al buio la cattedrale si vedeva, si percepiva, se ne potevano misurare le ampiezze. A parte il transetto Sud, quello rivolto verso la citt quasi completamente edificato, il resto delle mura era di poco elevato dal terreno. In alcuni punti, verso la zona che avrebbe visto nascere la facciata, la costruzione era poco pi alta di un uomo. Gruppi di giovani si aggiravano nello spiazzo e pi rari, crocchi di donne anziane con giovani fanciulle al seguito. Busketo sost un poco, tutto era tranquillo e si diresse allo scalo dei marmi dove molti anni prima aveva conversato con Sista. L'acqua era scura e buia, ma non appariva minacciosa, la superficie era liscia e pareva d'olio: non una increspatura, non un movimento. Si sdrai sulle assi di legno del pontile. Suo padre ed il suo vecchio Maestro astronomo, gli avevano insegnato a riconoscere le stelle, per un architetto era importante saper leggere il cielo e pi di una volta si era intrattenuto con esperti marinai a discutere di astri, non essendo in questo secondo a nessuno. Scrut il cielo e fiss la sua attenzione sulla Grande Cammella. Ismail, l'astronomo di Aleppo gli aveva parlato a lungo di quelle stelle. Si ricord la leggenda di Callisto, una delle compagne della Dea Artemide, che aveva perso la propria verginit a causa di Zeus. Artemide, irata, aveva trasformato Callisto in orsa e l'aveva costretta a girovagare per i boschi. Un giorno il figlio di Callisto,
Arcas, ignaro e a caccia di orsi, stava quasi per uccidere la madre. Zeus lo vide e lo ferm, ebbe piet e pose tutti e due in cielo sotto forma di stelle, la Grande Orsa e la Piccola Orsa. Rise fra s, pensando come i cammellieri del deserto vedessero invece in quelle sette stelle una grande cammella dal lungo collo e come i romani vedessero nelle sette sfavillanti luci sette buoi, i Septem Triones, che trainavano un carro. Cerc e trov altre costellazioni, ognuna racchiudeva segreti e storie di mondi lontani, prov a cercare stelle pi rare a vedersi. Aveva talvolta nostalgia di alcuni punti luminosi che nelle notti di Axum brillavano poco sopra la linea dell'orizzonte e che l, a Pisa, non era mai riuscito a vedere. Assorto nei suoi pensieri non si cur di un gruppo di donne e ragazzini che si era avvicinato alla riva. Non badando all'uomo sdraiato e invisibile in quel buio, si erano sdraiati a pancia in su a guardare il cielo. Qualcuno parlava a bassa voce, qualcun altro rideva in modo sguaiato. Ad un tratto un bambino fece una domanda ed una voce di donna prese a narrare mentre gli altri si zittirono poco a poco.
C'era un uomo d'Aragona che and a Roma perch era molto devoto a nostro Signore Ges Cristo. Si chiamava Laurentius. Divent una persona importante e donava le ricchezze ai poveri, ma l'Imperatore di quel tempo lo fece catturare e torturare. Voleva farsi dire dove teneva nascoste le sue ricchezze ed i soldati dell'Imperatore misero al fuoco una grata di ferro e per quattro giorni e quattro notti lo arrostirono. Poi, siccome non moriva, gli tagliarono la testa. Da quel tempo le scintille che erano uscite dal corpo di Lorenzo ed erano salite in alto vagano per il cielo e in questa notte scendono a ricordarci il suo sacrificio.
Il silenzio ora era totale, Busketo non conosceva quella storia e rimase impressionato, volt il capo verso il cielo e si sent quasi schiacciato da quell'immensa volta. Si sovvenne per di un racconto che aveva sentito molti anni prima
sulla nave che lo aveva portato dalla sua Aleppo fino alle coste adriatiche di quella terra. Apr bocca senza volerlo, il cantiere in fondo era casa sua, quel pontile era suo e forse questo gli dette sicurezza.
In questo momento, in quel mare che vede il sole nascere anzich tramontare sulla costa di levante di questa vostra terra, le genti si bagnano in acqua per sette volte.
Le persone sul pontile non avevano notato l'architetto e sulle prime si spaventarono.
Chi siete?, chiese la stessa voce di donna. Lui cap il loro disagio, si tir su e si mise seduto con le gambe piegate e le ginocchia al petto Vengo da una terra lontana, ma in questa citt mi chiamano Busketo, sono l'architetto della chiesa.
Un mormorio appena accennato si lev dal gruppetto di persone, poi fu di nuovo silenzio e allora continu il suo racconto: Molti anni fa, su una nave che mi conduceva in questa terra, faceva freddo e tutti ci lamentavamo. Allora un vecchio marinaio cominci a parlare del caldo, della bella stagione e fra molte storie ne narr una che parlava di una ragazza gravemente ammalata. Una notte le apparve in sogno San Lorenzo che le indic la via del mare e le promise la guarigione se si fosse bagnata sette volte nelle acque. La giovane ubbid e guar e da allora in questa notte, contadini, pastori e tutte le genti si recano al mare e di notte si bagnano sette volte.
Nessuno apr bocca e il silenzio torn padrone della notte. Nell'oscurit era come se quelle persone lo stessero guardando, ma Busketo non poteva esserne certo, sentiva addosso gli sguardi e percepiva il rumore dei loro pensieri, ma non riusciva ad immaginare chi fossero quelle genti. Pens di averli offesi, un senso di paura si impadron di lui e si sent di nuovo straniero fra stranieri. Decise di andarsene. Si alz, cammin verso di loro e li oltrepass. Porse
un cenno di saluto e prosegu, quel silenzio di condanna non gli era piaciuto. Aveva ormai guadagnato diversi passi, quando una voce di donna diversa da quella che aveva narrato la storia di San Lorenzo, lo chiam.
Architetto Busketo, fermatevi un momento.
Si trovarono uno di fronte all'altra, mentre il resto di quella comitiva era rimasta sul pontile.
Forse vi siete offeso, la vostra era una bella storia ma vedete, il vostro nome ci ha tolto il fiato e ci ha fermato il cuore. Di voi parliamo sempre in casa mia, non vi avevamo per mai incontrato.
La donna che aveva parlato era appena visibile, portava un abito scuro come la notte e Busketo faceva fatica a percepirne le fattezze, dato che stava a capo chino col mento poggiato sul petto.
Chi siete?
Anche io vengo da molto lontano, ma in questa citt mi conoscono come Donna Cecilia.
Se poco prima sul pontile regnava il silenzio, ora pareva che tutto l'universo, preso dall'emozione, stesse trattenendo il respiro. L'aria era immobile, Busketo mosse un passo di lato poi un altro ancora, un piccolo refolo sal dal fiume carezzando le ciocche dei capelli della donna per arrivare poi alle narici dell'architetto. Ebbe quasi un senso di vertigine, la sua caccia si era conclusa, quella donna senza volto che aveva occupato molte sue notti era l in piedi davanti a lui. Neanche ora la poteva scorgere, i suoi lineamenti non potevano imprimersi nei suoi occhi, ma era l reale e profumata. La donna riprese a parlare e l'incanto si spezz.
Noi tutti volevamo ringraziarvi. Siete salito sulla galea ed avete onorato la nostra citt, avete onorato la mia famiglia, vi siete occupato dei feriti e di mio fratello.
Fece una pausa, poi riprese.
La battaglia  un momento di follia, si vive o si muore,
ma se si vive, quando la lotta  finita si fugge dalla morte e dalla sofferenza. Nessuno mai segue i feriti, per quelli ci sono i monaci e gli speziali. Voi siete rimasto, avete bagnato le mani nel sangue della nostra famiglia. Grazie.
Mi dispiace per vostro fratello, non ho fatto niente, per lui non ho, non abbiamo potuto.
La donna alz il capo e all'architetto parve di veder luccicare sulle sue guance, il respiro un po' scomposto di quella misteriosa apparizione lo convinse che stava piangendo. Fu solo un momento, quel nero vestito si mosse, parve allontanarsi poi ci ripens.
La mia condizione non mi consente di intrattenermi da sola e in pubblico con persone che non siano della mia famiglia, non avrei mai osato avvicinarvi, ma sono felice che ci siamo incontrati. Vi chiediamo scusa se non vi abbiamo ringraziato al giusto momento, io e tutta la mia famiglia. Buonanotte architetto.
Busketo fu lesto e le afferr un polso, lei non oppose resistenza e rest immobile. Un mormorio li distrasse per un attimo. Una stella cadente di grandi dimensioni aveva solcato il cielo e le molte persone sdraiate per tutto lo spalto del cantiere avevano emesso un suono di meraviglia. Quando le due figure in piedi ripresero a scrutarsi nell'oscurit, si avvidero con imbarazzo che la mano dell'uomo era scivolata poco oltre e teneva quella della donna. Busketo avrebbe voluto bloccare il tempo e cap che quel momento sarebbe svanito nel battito di un ciglio. Di tutti i discorsi che forse inconsciamente si era preparato, di tutte le frasi gentili che usavano i cantori per conquistare le dame, di tutti i pensieri che riguardavano quella donna, quello che sal alle labbra di Busketo, fu forse il meno appropriato.
Ricordo le vostre mani premere con le mie, sulle mie, sul petto del vostro amato fratello. Avete mani forti, Donna Cecilia.
Mamma!?
Una giovane voce aveva ricondotto ogni cosa al proprio posto, l'universo aveva ripreso a respirare. Ora Donna Cecilia ammirava il cielo in compagnia dei sui familiari e Busketo stava tornando solo come sempre alla sua stanza. La malinconia si era impadronita di lui, aveva sfiorato la mano di una donna, una mano pensata e vista molte volte nei suoi sogni. Ma di chi era e quale mano poteva essere cos potente come quella che aveva, sia pur per un attimo, tenuta stretta nella sua? Quella amorosa di una madre, quella forte di una donna di commercio, quella armoniosa e candida di una donzella di cui innamorarsi? Non c'era rimedio a quel dilemma, non c'erano risposte alle mille domande, non poteva farsi ossessionare da un profumo e da una mano. Dita sottili ma energiche, mobili e impetuose eppure armoniose con nocche definite e unghie forse scure di lacca d'oriente. Fu una notte agitata fatta di poco sonno e molte ore di veglia, mille pensieri si affastellavano nella mente dell'architetto che al canto del gallo aveva comunque preso una decisione. Avrebbe rivisto quella donna.


Capitolo 14.
Anno Pisano 1076 Indizione 13 Pisa, per l'Assunta.

Il giorno dell'Assunta pass come gli altri giorni di festa e al cantiere non ci fu lavoro. Gli unici indaffarati erano i preti del Vescovado intenti a riporre i grandi ceri usati la sera prima per la processione. Busketo dette una mano a smontare le grandi impalcature di legno a forma di tabernacolo o di palma, che erano state portate in giro per la citt in onore della Vergine Maria. La processione era poi confluita in quella sua grande chiesa ancora da costruire e per l'architetto tutto quel trambusto generato dalla moltitudine dei pisani era soltanto una gran perdita di tempo, oltretutto in quella settimana, fra San Lorenzo e la festa della Dormienza di Maria, si erano perse quasi tre giornate di lavoro, una catastrofe. L'unica speranza che aveva nutrito era andata delusa, nessun corteo familiare, nessun profumo, nessuna veste nera aveva recato tracce di Donna Cecilia. Aveva cercato nuove informazioni su dove abitasse e chi fosse, ma se le prime erano certe, sull'identit di quella donna nessuno sapeva granch. Venne la domenica, gli scalpellini di Sidone si misero presto al lavoro sotto la loro tenda, dato che osservavano un pomeriggio di riposo al venerd, secondo le consuetudini della loro religione. Busketo quindi visitava il cantiere anche nei giorni di festa, si assicurava che il fuoco alla fornace continuasse anche se basso a mantenersi vivo, sceglieva con gli scultori i marmi migliori e senza difetti per ricamare le cornici o i capitelli che aveva intenzione di
utilizzare. Di solito all'ora di pranzo tornava alla Mescita e nei giorni di festa ingannava il pomeriggio progettando nella sua stanza adibita a studio o passeggiando per la Citt. Raramente si prendeva cura della sua persona facendosi radere o tagliare i capelli, dall'oste della locanda. Quella domenica dopo pranzo, Busketo sembrava pi giovane di diversi anni, rasato, coi capelli riavviati indietro con olio profumato e con in dosso la veste comprata per la notte di san Giovanni.
Quando il ponte nuovo ancora non esisteva, chi si metteva in viaggio uscendo dalla citt per la Porta d'Oro traversava l'Arno passando sul vecchio ponte di legno. A mezzogiorno del fiume la chiesetta di Santa Cristina offriva l'occasione di recitare una preghiera per garantirsi un viaggio senza pericoli, la Mescita offriva invece il pretesto per bere un beneaugurante bicchiere di vino. La vecchia Via Aemilia, voltava subito al fianco della chiesetta e piegava a sinistra, verso Est. Correva dapprima abbastanza vicino al fiume, poi si faceva obliqua e si allontanava man mano che procedeva. Dopo circa mezzo miglio la chiesa dedicata a San Martino e le casupole che la circondavano erano l'ultimo scorcio di citt che oltrepassava, prima di tuffarsi in mezzo ai campi. La zona di San Martino era abitata per lo pi da mercanti stranieri, soprattutto mori e levantini, le casupole erano tutte basse e affastellate le une alle altre, ma fra la Via Aemilia Scauri e l'Arno, sorgevano anche costruzioni di notevoli dimensioni, fondaci e magazzini con annesse le case degli armatori. Quella domenica l'architetto ripos un poco dopo pranzo, poi stimolato da una brezza fresca che risaliva dall'Arno, si risolse di uscire. Prese d'istinto verso San Martino, si intrattenne ai banchi dei mori, mangi pistacchi freschi avvolti nella loro sottile pellicola viola, sostando sotto i grandi tigli di fronte alla chiesa. Raccolse da terra un rametto che portava i frutti e si estrani dal mondo circostante notando come le piccole noci del tiglio riunite in grappolo avessero la forma di cinque spicchi saldati insieme, separ delicatamente quel grappolo dal resto del ramo e riprese a camminare, rigirando il gambo ormai quasi essiccato tra le dita. Oltrepassata la chiesa volt a sinistra e passando per un vicolo pieno di cordami e cesti, sbuc sulla riva dell'Arno. Dall'altra parte a tramontana la piccola chiesa di San Matteo mostrava al sole i suoi tre piccoli absidi di pietra scura. Busketo risal per un po' la riva del fiume avviandosi verso il Guato Longo. Non si era mai spinto da quella parte e not che dal fiume, poco dopo il grande arenile si dipartiva un canale che lambiva la parte a Sud della citt ed andava verosimilmente a collegarsi col grande canale di Porto Pisano. Era un'opera ingegnosa, merci e uomini provenienti dall'entroterra potevano volgere verso il Porto Pisano senza dover traversare tutta la citt ed in pi per un buon tratto, la corrente del fiume aiutava le barche cariche di merci a discendere verso la darsena pisana. Nel punto dove il canale si staccava dall'Arno, sorgeva un magazzino basso e ampio che aggettava sulla riva. Era dotato di due moli di legno, alcune barche erano ormeggiate e altre in secca sulla riva. Si poggi al fasciame di una barca capovolta e rimir la costruzione che aveva davanti. Appariva solida, di pietra e mattoni con ampie aperture verso il fiume per l'ingresso delle merci. Nella parte pi lontana dalla riva si notava una zona rialzata, una sorta di piccola torre abbozzata, forse Donna Cecilia viveva proprio in quelle stanze. Busketo risal l'argine convinto che l'essersi avvicinato a quella casa non fosse stata una buona idea. Aggir i magazzini e scopr che dall'altro lato ce n'erano addossati degli altri. Si ritrov dopo poco ancora sulla riva dell'Arno, ma questa volta pi a monte. Il vento di maestrale che talvolta nei pomeriggi di agosto spirava dalla Provenza, quel giorno faceva sentire la sua forza anche lontano dal mare, la superficie del
fiume era appena increspata e l'aria mossa e fresca portava i profumi del salmastro. L'architetto scese quasi a lambire l'acqua coi piedi nudi, scansando le rade cannelle inspir la brezza fresca e quasi cadde in acqua quando una fragranza composta da vari aromi lo colp. Anice, cumino, coriandolo zafferano, il vento portava con s le essenze pi disparate Ora primeggiava una ora l'altra e a Busketo parve di essere tornato bambino, di correre per il souk coperto di Aleppo e sorrideva. La sua ragione lo comandava di allontanarsi da quel richiamo, ma i suoi sensi erano tesi e decise di avvicinarsi di nuovo a quei magazzini. Due giovani di otto o nove anni si affacciarono sulla porta del magazzino pi grande, portavano in grembo qualcosa che era difficile da distinguere, ma pareva ne avessero molta cura. Si sedettero dando le spalle all'architetto che curioso si avvicin per vedere meglio. Busketo pens istintivamente ai suoi nipoti, ai figli di Gerto e Sista e si sent in colpa per trascurarli continuamente. Preso dai suoi pensieri si spinse vicino ai due ragazzi e vide che coccolavano due donnole dal pelo fulvo
Salute a voi.
I due bambini si alzarono e scapparono all'interno. Subito comparve una donna anziana e robusta.
Chi siete, cosa cercate?
Sono Busketo, l'architetto della chiesa grande.
La donna ammutol e fece per rientrare, poi torn sui suoi passi e con fare rispettoso preg l'uomo di varcare la soglia, mentre lei scompariva nella penombra del magazzino. L'architetto avanz e l'odore familiare delle spezie lo rap. Nel grande spazio, impilati su scaffali e baggeri di legno, stavano ordinate file di sacchi che costituivano un arcobaleno dai toni cangianti della canapa e del lino. Le merci si arrampicavano in alto superando l'altezza di tre uomini, l'odore di tutte quelle aromata era fortissimo e ora non si riusciva a distinguere le varie spezie o essenze. Su alcuni
cebi erano dipinti i numeri indiani ed altri recavano scritte nella lingua del Profeta, Busketo era estasiato e talmente preso ad osservare e a nutrire il suo animo di quel bagno di aromi, che non si avvide che la donna di prima era ricomparsa con un seguito di altre persone. Buongiorno architetto, benvenuto. Una cascata di riccioli rossi incorniciava due occhi svegli ed un sorriso aperto. Sulla pelle abbronzata spiccavano delicate lentiggini. Lo sguardo attento ed allegro si aspettava una risposta dall'uomo, che per tardava ad arrivare. Due donne pi anziane sostavano qualche passo pi indietro, tenendo per mano i due ragazzi. Busketo abbass lo sguardo.
Mi dispiace, io non volevo,  stato il vento e questi profumi. La donna rise.
Abbiamo anice, cannella, cardamomo, coriandolo da questa parte, di qua invece pepe di tutte le variet, sesamo, zenzero e zafferano in partenza per l'oriente. Cosa comprate?
No, niente, io...
Fate almeno la parte del mercante, cosa comprereste? Di sicuro della noce moscata, anche se non mi dovesse servire a niente,  l'aroma che pi di tutti mi ricorda la mia infanzia.
La donna si muoveva con sicurezza ed eleganza. Una tunica luminosa dai toni cangianti del verde dritta fino alle caviglie lasciava immaginare il corpo di donna e uno scollo quadrato che si adagiava sul seno lasciava percepire il ritmo del suo respiro. Quegli aromi e quei colori facevano sentire Busketo a casa, era come se avesse fatto un enorme balzo indietro nel tempo e nello spazio, ma ora in pi c'era lei.
Sono Cecilia.
Se l'avesse incontrata per strada, non l'avrebbe mai riconosciuta. Tutto ci che conosceva di lei era la forza e la grazia delle sue mani, ma era troppo poco e in quel momento non aveva profumi in dosso oppure tutte quelle fragranze confondevano i sensi. La voce per, argentina e fresca e con strani ma armonici saliscendi di tono, era inconfondibile
Non volevo entrare, non volevo disturbare e poi so che portate ancora il lutto e pensavo che, insomma...
Pensavate di trovarmi vestita di nero, affranta e desolata? Piango mio fratello nel profondo del cuore, non riesco a consolare mia madre che giace malata nella sua stanza, ma uso il nero solo per questi sconvenienti pisani che si sentono in diritto di giudicare sempre e comunque. La vita  dura e non posso soffermarmi a compiacere i benpensanti.
La voce di Cecilia si era fatta dura e nel suo volto si era dipinta una maschera altera.
Io non volevo offendervi, mi dispiace. Di voi conosco solo quel poco che la notte mi ha concesso.
Scusate voi, Maestro Busketo, venite. Sediamoci all'ombra di fronte al fiume, i ragazzi ci porteranno biscotti e da bere.
Si sistemarono su di una panca di legno all'ombra di un salice, i due giovani portarono biscotti con semi di anice e una piccola bottiglia di rosolio, mentre le due anziane donne parlottavano fra loro, non perdendo mai di vista la scena.
Questo  mio figlio Vittore, ha otto anni e lui  mio nipote Fabias, il figlio del mio povero fratello. Sua madre era morta di parto, ora  come se fossero fratelli.
Lo sguardo di Cecilia si era perso verso l'Arno e quando torn a guardare Busketo, riflessi d'acqua parevano brillare nei suoi occhi. Non era bravo con le parole. Avrebbe voluto consolarla, prendere il suo dolore su di s e farla sorridere. Al tempo stesso avrebbe voluto farle mille domande,
dov'era suo marito, perch era tanto potente quanto misteriosa, chi era veramente. Mentre la osservava guardare l'acqua mesta e silenziosa, si sovvenne delle parole della madre che lo ammoniva sempre di non infastidire le persone con domande dirette. Era meglio girare intorno con le parole, discutere di argomenti cari a quelle persone, farli parlare molto parlando poco, ma non sapeva da quale parte cominciare. Come altre volte scelse alla fine le parole meno adatte, anche se forse le pi sincere ed accorate.
Tutte quelle spezie, tutti i vostri commerci, valevano la morte di vostro fratello?
Cecilia reclin il capo all'indietro ed il suo sguardo puntava ora dritto verso il cielo afoso di agosto. Dissimulando il suo vero stato d'animo, provava a ricacciare indietro le lacrime che salivano agli occhi. Pianse, poi si tolse una pezzuola di stoffa leggera da dentro una manica e tent di ricomporsi.
I commerci della mia famiglia erano stati minati dall'incursione dei genovesi. Per noi era stata una grande perdita, era in gioco l'onore della nostra casa ed anche quello di questa citt.
Prima mi era parso di capire che trovate i pisani un poco sconvenienti.
Mi riferivo alla gente del popolo che ama parlare e sparlare, ma  indubbio che la gloria e la forza di questa citt non abbia eguali. Forse quando ho preso la decisione di rivolgermi al Consiglio degli Anziani e chiedere vendetta, ho agito male.
Busketo non si capacitava di come una donna giovane e da sola avesse potuto prendere parte a decisioni politiche o addirittura chiedere e pretendere, chi la tutelava e perch le si dava tanto ascolto? Cecilia osservava ora il volto dell'architetto, il suo sguardo vigile pareva la interrogasse e comunque quell'uomo non si decideva ad aprir bocca. Non
resse molto a quell'imbarazzante silenzio.
Ho agito avventatamente e la cosa peggiore  che la mia richiesta  stata come la fiamma avvicinata all'olio della lanterna. Tutta la citt ha preso fuoco in un attimo, mi sono trovata su quella nave senza neanche rendermene conto No, non ne valeva la pena, vivo ogni giorno nel rimorso, sento in ogni momento il respiro di mio fratello che si fa pesante e poi scompare, sento ogni notte il pianto di mia madre.
Cecilia pianse sotto gli occhi attoniti di Busketo e lo sguardo preoccupato delle due anziane donne. I ragazzi giocavano sulla riva del fiume ed i loro pensieri erano altrove. L'architetto vers un po' di liquore e lo porse alla donna, urgeva cambiare discorso, la vista di quelle lacrime lo intenerivano ed al tempo stesso lo avevano indispettito. Guerra, vendetta, commercio, onore, erano concetti abbastanza vaghi e comunque lontani dai suoi miseri problemi di cantiere.
Non piangete, ormai il passato  dietro di noi, gli errori commessi devono farci migliorare, non possiamo vivere eternamente nel rimorso e nello sconforto. Avete un figlio, anzi ormai due da mantenere, crescerli in questo mondo e tenerli lontano dai pericoli non sar cosa facile. Vi dovete concentrare su quello.
Il volto di Cecilia era pi disteso anche se il rossore causato dal pianto era ancora evidente. Sorrise, si sistem la tunica sotto le gambe ponendosi pi comoda a sedere, Busketo not il repentino cambio di umore, il passaggio dalla disperazione alla leggerezza di quello sguardo perso sul pelo dell'acqua. Non aveva mai nominato il marito o comunque il padre di suo figlio, l'assenza di un uomo in quella famiglia e in tutta quella storia pareva all'architetto una nota stonata, ma era l'unico a preoccuparsene. Ora Cecilia osservava i ragazzi lanciare cannelle in acqua come fossero
giavellotti da guerra scagliati contro invisibili nemici. Rideva Cecilia, o era una brava attrice o era una donna dotata di una forza straordinaria che sapeva soffrire ma anche reagire. In ogni caso la trov immensamente bella. La seta del vostro vestito cambia colore come le foglie di quest'albero che si muovono al vento.
Cecilia squadr l'uomo in malo modo tanto che Busketo si era gi pentito di aver aperto bocca.
Vi intendete di stoffe? Che forse in Grecia gli uomini si intendono di tele?
Busketo rise di gusto e si schern.
Non sono greco e mia madre faceva la sarta. Portava spesso del lavoro a casa. Stoffe e ricami, mi spiegava cose che a quel tempo trovavo noiose, ma che ora dopo tanti anni ricordo con piacere. Lavorava anche tela di bisso per le favorite della corte, ma era delicata e ci vietava di toccarla.
Ho anch'io una tunica di bisso, fu quella del mio matrimonio, ma non l'ho pi messa.
Pi voleva essere galante e pi i discorsi portavano sempre nella stessa direzione e Busketo si agit sulla panca.
Buoni questi biscotti, disse cambiando ancora discorso.
Sono facili da farsi e in casa nostra l'anice non manca, ma dite. Come sarebbe che non siete greco? Non siete l'architetto greco?
Quando arrivai in questa citt ero solo un ragazzo, non fu facile farmi accettare e le cose all'inizio si misero molto male. Per fortuna trovai anche degli amici e mi suggerirono che era meglio far credere che venissi dalla Grecia. Mi chiamo Sahl ibn Fares, figlio di Fares l'architetto e vengo da Aleppo. Non sono mai stato a Dulicchio, non so neanche se esista, quando partii dalla mia terra, mi imbarcai ad Accon.
Cecilia sbianc in volto, il pallore si diffuse in un attimo e piccole perle di sudore le segnarono la fronte.
State male?
Non  niente,  gi passato.
Siete pallida. Volete tornare dentro? C' pi fresco.
No, sto bene qui, beviamo questo liquore, viene da Palermo.
Busketo volse lo sguardo alle due anziane donne, parlavano per i fatti loro e si erano momentaneamente distratte Allung una mano e prese quella di Cecilia. Lei non si ritrasse, l'architetto ne fu felice e cerc le parole giuste.
 la terza volta che le nostre mani si trovano.
Perch mi avete detto che ho mani forti?
Perch lo sono veramente, la passione, il coraggio l'animo di una persona risiedono nel cuore, ma fuoriescono con lo sguardo, con le azioni e col tocco delle mani. Le vostre mani comunicano tutto questo.
Cecilia alz gli occhi verso le sue parenti che ora avevano ripreso ad osservare la scena, ritrasse la mano.
Perdonatemi Maestro, non posso concedervi di pi.
Ma il vostro desiderio quale sarebbe?
Se io potessi vorrei forse fuggire da tutto questo, lasciarmi dietro i doveri, gli obblighi e le imposizioni di questa vita. Forse sarebbe solo sufficiente tornare bambina, ero felice al castello di Beau, sarei rimasta l per sempre. Io non ero pronta per fare la madre, avevo bisogno di fare ancora la figlia. Vedete Maestro Busketo, se fosse per me, non vorrei tutte le responsabilit che ho, invece molte persone dipendono da me, i miei familiari senza me sarebbero persi, non posso abbandonare, neanche per un momento, questa mia vita.
E se cercaste di renderla migliore? Perdonatemi Cecilia, ma voi siete sola, vivete sola oppure...
Lasci la frase a met mordendosi il labbro inferiore.
Ne parleremo un'altra volta. Invece vi volevo dire un'altra cosa.
Ditemi, vi ascolto.
Sulla nave, ero nascosta a poppa sotto l'impalcatura del castello, ma vi ho osservato per tutto il tempo. I vostri occhi hanno riso, hanno pianto, hanno avuto paura ed hanno combattuto. Forse io avr mani forti, ma voi avete occhi bellissimi.
Un golabio risaliva la corrente. Quattro rematori a torso nudo mulinavano armoniosamente i legni mentre una voce scandiva il tempo della voga. In vista degli approdi rallentarono e virarono verso i moli di Donna Cecilia. Quando questa se ne avvide si alz di scatto e si port sulla riva. L'imbarcazione attracc e fu assicurata con una cima. Solo un uomo scese e confabul con quell'esile figura fasciata dalla tunica di seta. Poco dopo anche gli altri sbarcarono recando con loro una cassa piccola ma pesante che li costringeva a muoversi lentamente.
Allez allez, vite!
La voce imperiosa ed energica era giunta a Busketo come un colpo di frusta. Cecilia comandava i quattro uomini con piglio e autorit. Camminava eretta e si infil nel magazzino, seguita dai rematori seminudi. Prov un moto di gelosia, gli sembr un affronto ma dovette ricredersi dopo poco, quando gli uomini uscirono e tornarono alla barca manifestando un chiaro atteggiamento di sottomissione e reverenza. Cecilia sorrideva, si sedette di nuovo con Busketo. I suoi occhi ora brillavano di una luce nuova, faville di fuoco scuro su un volto radioso.
Corallo! Corallo capite?
Ma Busketo non capiva. L'aveva preso per mano e condotto nel magazzino. Legno, pietra? Non lo sapeva, non aveva mai visto quella roba rossa e rosa, con ciuffi di alghe secche attaccate e minuscole case di minuscoli pesci, ovunque a formare intricati labirinti. Non capiva e non gli importava. Era l accanto ad una donna enigmatica eppur
trasparente, idealizzata ma di solida carne. Lei parlava, i ragazzi ridevano, le due vecchie donne rigiravano tra le mani quel legno pietrificato e tutto intorno voci e brusii in una lingua incomprensibile. Ancora straniero tra stranieri ancora muto in un mare di parole, ancora al buio se pur inondato di luce. Ma stavolta era diverso, c'era lei, sarebbe naufragato, sarebbe morto, lei era l. Per un po' non badarono a lui che con qualche passo si fece indietro ad osservare la scena. Poi Cecilia lo intravide e lo raggiunse.
Volete andare?
S, devo tornare, passare dal cantiere, devo andare.
Non vi trattengo, ci ha fatto piacere vedervi, forse dovevo presentarvi mia madre, forse. Comunque chiss.
Appunto, chiss, vado.
Usc dal magazzino e si incammin a destra, da dove in effetti era giunto.
Busketo, la Mescita  dall'altra parte!
La voce di Cecilia lo aveva bloccato, si gir su se stesso e si riavvi, questa volta verso valle costretto per a transitare dinnanzi al magazzino come se stesse sfilando. Gli occhi di lei lo fissavano luminosi, lui impacciato camminava pi eretto che gli potesse riuscire. Come un maldestro pavone inciamp e prosegu infiammato da un'ondata di improvviso calore. Ma non importava, la sua mente continuava a ripetere le ultime parole di Cecilia. Sapeva dove alloggiava, sapeva dove alloggiava e dunque aveva preso informazioni. C'era un interesse? Voleva rivederlo? Ma il marito chi era? E soprattutto, dov'era? Salut con un cenno della mano ormai perso nei suoi pensieri e non sent quando Cecilia affid al vento le sue parole: Busketo, tornate a trovarci, dobbiamo parlare di Accon! Ma fate in fretta, dovr partire per la Provenza!
Se il Console Orlandi non sapeva chi fosse Donna Cecilia, se gli anziani del Consiglio ascoltavano la sua voce, se
una citt intera difendeva i beni di quella donna, chi poteva avere informazioni? Busketo si rec al cantiere, deciso e risoluto si diresse verso lo scalo dei marmi sull'Ozeri. Nessuna imbarcazione passava nelle vicinanze in quel momento, allora si sfil la tunica nuova, la nascose tra le cataste di travi del cantiere e senza indugiare si tuff nell'acqua limpida. Nuot con forza e con poche bracciate raggiunse l'altra sponda. Le calze brache gli si appiccicavano in dosso, ma non ci bad e sempre pi convinto della sua decisione, si inoltr nel quartiere ebraico alla ricerca dell'ormai vecchissimo rabbino. Shalom rabbino Mordecai.
Gli occhi del vecchio Maestro senza ormai pi luce, annasparono nel vuoto alla ricerca di un indizio, poi il rabbino chin mestamente il capo, dispiacendosi di non aver riconosciuto la persona che lo salutava.
Porti l'odore del fango del fiume, chi sei?
Sono il greco, saggio Mordecai, sono venuto a farvi visita.
Non hai avuto la pazienza di aspettare una barca che ti portasse dalla nostra parte, quale demonio ti corre dietro, giovane greco?
Busketo si confid con il rabbino, che a sua volta lo mise al corrente di quanto sapeva. Donna Cecilia era una provenzale figlia di un noto commerciante di vini di Beau, sulle colline nei pressi di Avignone. Giovanissima era stata data in moglie ad un mercante di Marsiglia che aveva magazzini ed attivit in ogni porto di qua e di l dal mare. Aveva attivit anche a Pisa ed aveva deciso di fissare nella potente citt marinara la sua dimora. Disponendo di moltissimo denaro aveva armato e finanziato pi volte le spedizioni di guerra che i pisani portavano contro i mori, in Sardegna ed in Africa. Pisa era debitrice a quell'uomo dallo strano accento, irrequieto ed ombroso che dopo pochi anni aveva lasciato la moglie ed un figlio piccolo per ripartire alla volta della Terrasanta dove si narrava, vivesse circondato di ogni lusso ed ogni ricchezza. La donna allora aveva richiamato il fratello e mandava avanti gli interessi del marito che mai aveva rinunciato ai traffici con Pisa. Donna Cecilia abbandonata ma con enormi mezzi economici a disposizione, aveva mantenuto ed incrementato i commerci, arrivando ad essere una delle persone pi ricche e misteriose, ma stimate della citt. Erano nate storie e leggende, la sua bellezza era declamata, molti avrebbero voluto appropriarsi con le buone o le cattive dei suoi beni, ma tutti nutrivano per quella donna altera e caparbia un sincero rispetto. C'era da aggiungere che per la natura dei suoi commerci, spesso scompariva da Pisa a bordo delle sue navi, nessuno ne sentiva parlare per molto tempo fino a che nuove chiacchiere la davano di ritorno. Alcuni l'avevano corteggiata, qualcuno aveva anche attentato alla sua vita, ma i motivi profondi non si erano saputi. Il rabbino concluse il suo racconto che poco o niente aveva aggiunto alle informazioni di Busketo.
Mi dici che ha pianto pi volte mentre parlavate. La gente in citt dice che per la morte del fratello, non abbia versato neanche una lacrima. A chi dovrei credere? L'immagine che tutti hanno di lei  quella di una donna temprata dalla forgia della vita. Forse  una donna sola e avida, forse una madre affettuosa, chi pu dirlo, non si lascia avvicinare da nessuno.
A me  sembrata una donna disperata ma piena di risorse ed energie, forte.
Attento, giovane Busketo, stai in guardia. Sotto la pietra pi levigata pu nascondersi l'aspide.
Ma per avere buoni raccolti  necessario mischiare la terra col letame.
Il vecchio sorrise.
Ormai hai un'idea tua, non la cambier mai un povero vecchio rabbino. Io poi di faccende di donne non ho mai
capito pi di tanto. Ti chiedo solo di stare in guardia. Sei un bravo navigatore, non lasciare che la tua nave cambi rotta per seguire le sirene. Ricordati di Ulisse.
Far tesoro delle tue parole, rabbino Mordecai, cercher di fare come Ulisse, ma non metter cera nelle orecchie, vorrei sentire il canto di quella donna.
Se dici di far tesoro ma poi decidi di fare di testa tua, hai gi preso il passo sbagliato. Comunque io non ho niente contro Donna Cecilia. Per il dolore genera dolore e troppo dolore porta alla follia. Forse Cecilia de Beau  semplicemente una pazza.


Capitolo 15.
Anno Pisano 1077 Indizione 14 Pisa, alla met di Marzo.

L'inverno era stato inclemente, la neve aveva imbiancato la citt a Novembre e tranne qualche raro giorno di tregua il freddo si era sempre mantenuto pungente, cos i lavori al cantiere erano andati a rilento. Pi che procedere con le opere murarie si cercava di mantenere ci che fino ad allora era stato realizzato. L'acqua dei violenti acquazzoni si infiltrava tra le commessure dei muri in costruzione e le gelate della notte non facevano altro che produrre schianti. Come zeppe di ferro nelle ciocche di legno, le infiltrazioni gelavano ed il ghiaccio allontanava i lembi delle fessure. Busketo girava in continuazione per la citt elemosinando la cenere residua dei fuochi di cucine e focolari e ogni giorno al cantiere la mescolava in grandi mastelli di legno, insieme a letame e paglia e la sostanza densa che si ricavava veniva spalmata sulle murature, sui monconi dei pilastri, sulle pareti incomplete ma ormai molto alte. Era l'unico sistema per impedire all'acqua di gelare e provocare danni. Tutto quel lavoro di spalmatura costava un'enorme fatica, il vento sibilava tra le impalcature, gli operai salivano malvolentieri in alto, il pericolo di cadere era costante e pi di un operaio si era ferito scivolando dalle travi instabili e fradice. Le giornate iniziavano ad allungare, la neve lasciava ovunque ampie chiazze di terra fangosa e coi primi raggi di sole si poteva rimettere mano a lavori abbandonati da troppo tempo. Busketo si stava sfregando le mani, i geloni
sulle nocche delle dita davano un prurito insopportabile. La fornace per produrre la malta aveva avuto seri danni a causa della neve che cadendo aveva appesantito la struttura. Urgeva ripararla e con altri operai si stava discutendo di come procedere coi lavori. Di colpo un urlo spezz la quiete del cantiere, Rimondino correva come se fosse seguito da mille demoni e nonostante la sua grassa mole, arriv veloce come il fulmine.
Busketo! Maestro Busketo!
Giunse senza fiato e piegato in due sibil alcune parole incomprensibili. Lo fecero sedere, respir un poco e poi ebbe la forza di parlare.
Arriva il nuovo Vescovo!
Si sa chi ?
 Landolfo da Milano, pare sia vecchio ed arrogante. Il Papa in persona l'ha nominato e si crede gi un Dio in terra.
Busketo alz le spalle e guard i suoi operai, nessuno disse niente, erano consapevoli che quella era la loro chiesa, il loro lavoro, la loro vita e nessun Vescovo giovane o vecchio che fosse, poteva metterli a disagio. Ma si sbagliavano.
Il corteo dei prelati, giunto da Roma, sbarc a Porto Pisano da una grande galea. Il Vescovo si era lamentato per tutto il viaggio ed i marinai informarono i pisani che era meglio acconsentire alle sue richieste piuttosto che sentirlo lagnare di continuo. Due grandi bauli furono sistemati su un leuto ed il Vescovo coi suoi preti al seguito furono imbarcati su una veloce sagitta. Le due barche risalirono il Canale del Porto. Da Pisa intanto una delegazione di Consoli si era avviata verso il canale montando a cavallo ed i due cortei si incrociarono nei pressi della darsena di Pisa.
Chi sono quegli uomini a cavallo?
Sono i Consoli del governo pisano venuti a rendervi omaggio. Vedete, vi salutano.
Non tengo colloqui stando seduto su una barca!
Le cose non partivano bene, non rimaneva agli uomini a cavallo che seguire da lontano gli spostamenti del nuovo Vescovo. Le due barche si insinuarono nel canale che dalla darsena portava verso la citt e sbucava in Arno nei pressi dello spedale del Catano. I rematori faticarono a risalire la corrente ma finalmente approdarono sulla riva destra all'altezza dello spalto di San Nicola, ai cantieri navali. Il Vescovo scese ma si rifiut di proseguire a piedi. Comparve un carro, furono caricati uomini e bagagli che si inoltrarono per le vie della citt. I Consoli e i loro scudieri si guardarono l'un con l'altro, mai un Vescovo si era comportato in quel modo. Di solito l'elezione del Vescovo avveniva in citt, c'era un'acclamazione, una festa. Con l'ingresso di Landolfo in Pisa pareva che l'inverno fosse tornato a dispensare gelo con immensa forza. Il Console Orlandi sal le scale del Palazzo degli Anziani e gett con rabbia il mantello su di una panca.
Ma chi si crede d'essere quel rimbambito.
I notabili occuparono la sala e passato un primo momento di rabbia e di silenzio reagirono. Si levarono una ad una le voci di tutti i presenti. Andiamo domani a trovarlo.
Per fargli credere di essere importante?
Sar lui a chiamarci, lasciamolo isolato
S, giusto, lasciamo che secchi nel suo vescovado!
E assai avanti con gli anni, vedrete che non ci vorr molto.
Avete tutti ragione, ma non dimenticate che  stato inviato dal Papa in persona, ed  lo stesso Papa che ci ha concesso il privilegio di governare questa citt.
Le concessioni ormai ce le abbiamo, non dobbiamo niente a questo Vescovo.
Giusto.
Giusto!
La discussione and avanti per tutta la sera, nessuno era
disposto a concedere spazi al milanese. La voce della venuta del Vescovo aveva ormai fatto il giro della citt, Busketo convoc Rimondino che aveva libero accesso alle stanze del vescovado.
Allora?
Allora? Ha trovato sgradevoli le stanze, la posizione del vescovado, l'illuminazione del suo studio e soprattutto si  lamentato di non avere una cappella privata tutta per se!
Ma se il nuovo vescovado  stato progettato intorno a San Giorgio! Ha una chiesa intera tutta per s.
Sostiene che non  comunicante con la sua residenza e per pregare alla liturgia delle ore sar costretto ad uscire all'esterno.
Ma quando mai un Vescovo rispetta le ore della liturgia. Pensano tutti a mangiare e a chiss cos'altro.
Busketo conged Rimondino, era ormai buio e si incammin verso la Mescita. Nelle case, nelle taverne, davanti ad ogni focolare, nei postriboli e nelle cucine, l'argomento di discussione era sempre lo stesso, Landolfo. I bene informati assicuravano che fosse stato un patavino e avesse guidato la rivolta di Milano a favore della riforma della Chiesa. Era un uomo tutto d'un pezzo che aveva combattuto, era stato esiliato e dopo molto tempo la sua opera tesa ad eliminare simonia e lassismo nei costumi della chiesa, era stata premiata. Per alcuni giorni il Vescovo non si fece vedere per le vie della citt. Rimondino rifer che Landolfo aveva voluto controllare tutti i registri del cantiere, i contratti di donazione, verificare i beni e i possedimenti e per un giorno intero si era fatto chiudere nella stanza dove era riposto il tesoro della chiesa. I due giovani preti che lo avevano accompagnato gli servivano personalmente i cibi e le bevande, forse per paura che fosse avvelenato. Un alone di mistero cominciava a circondare quel vecchio Vescovo, ma al tempo stesso le genti di Pisa avevano posto di nuovo attenzione alle proprie faccende, che stesse rintanato per sempre, cos andava bene a tutti. Ma sotto la cenere di quel silenzio, covava un fuoco di risentimento che non avrebbe portato gioie ai pisani. Il papa, dopo la sua consacrazione a Vescovo di Pisa, gli aveva confidato le sue preoccupazioni per quella citt. Era vero che aveva reso servigi anche alla causa del Papato, ma una citt senza un capo e con dodici teste poteva essere pericolosa. Il potere era in mano di molti e le responsabilit delle scelte alla fine potevano essere di nessuno. Non era come per le altre citt dove un Conte o un Marchese aveva il diritto di governare e lo esercitava. I Vescovi e i nobili nelle altre citt si fronteggiavano, si opponevano oppure si alleavano, ma almeno c'era chi rappresentasse i poteri. Gregorio settimo aveva messo in guardia Landolfo, l'aveva pregato d'essere cauto ma di non lasciare trapelare debolezza. Inoltre se i pisani avessero mantenuto salde le conquiste delle terre di Corsica, il Papa aveva promesso di nominare il Vescovo di Pisa Vicario Pontificio per quelle terre. Il vescovo Landolfo aveva preso come un'offesa personale il fatto che nessuna delle autorit pisane si fosse presentata alla sua porta ed era intenzionato a vendicarsi. Al tempo stesso era obbligato ad uscire allo scoperto, rimanere ancora per molto rinchiuso fra quelle mura, in uno stato d'assedio che si era scelto da solo, era di fatto controproducente. La festa dell'Incarnazione della Vergine Maria era alle porte e la messa andava celebrata in modo solenne. Doveva appropriarsi della grande chiesa, doveva impossessarsi delle redini del cantiere di quella grande nave di marmo che iniziava a veleggiare e doveva essere sua. Il mattino seguente Busketo usc come sempre dalla Mescita e trov ad attenderlo un infreddolito Rimondino.
Cosa fai qui a quest'ora?
Il vescovo ha chiesto di voi, dovete venire. Subito.
I due camminarono fianco a fianco senza proferire parola, solo le nubi di vapore testimoniavano l'esistenza di un respiro, ma la stretta nel petto era capace di bloccare anche il battito del cuore. Il nuovo vescovado era stato progettato per essere un grande palazzo, ma solo una piccola parte dell'opera era completa. L'architetto e Rimondino entrarono decisi, bussarono alla porta del Vescovo ed un untuoso prete pallido come la morte venne ad aprire.
Sono Busketo, sono atteso dal Vescovo.
La porta fu spalancata ed il Vescovo con la tiara in testa nonostante si trovasse al chiuso, lo accolse con un rigido sguardo. Con un cenno della mano conged il suo aiutante che usc chiudendosi la porta dietro le spalle. Ci fu un attimo in cui lo sguardo dei due si incroci, poi Busketo si ricord del proverbio che Ottavio gli ripeteva spesso, chi pi ne ha pi ne metta e pensando di avere pi cervello di quel vecchio rinsecchito, abbass gli occhi. Landolfo dal canto suo studiava la preda, intenzionato ad aprire e chiudere una volta per tutte la questione di chi comandasse al cantiere.
Dove  stato sepolto il mio predecessore, il venerabile Vescovo Guido?
Nel cimitero, a fianco del battistero ottagonale.
Un Vescovo che ha progettato quella chiesa deve essere sepolto dentro la chiesa. E necessario provvedere immediatamente a trasferire il corpo e preparare una lapide per ricordarlo. Prendete quel rotolo sul tavolo!
Busketo volse lo sguardo e vide un piccolo rotolo di pergamena, lo prese e lo porse al Vescovo.
No, no, leggete!
Questo grande edificio non lontano dalla citt, cos bene e cos meravigliosamente  stato costruito dal presule Guido pavese, noto per la sua fama al Re e allo stesso Papa. Ma cosa significa?
Significa che voi dovete scolpire quelle parole su una lapide ed apporla sul luogo di sepoltura del Vescovo Guido,  tutto, potete andare.
Busketo strinse il rotolo con tutta la forza che aveva increspando la pergamena. Voleva rispondere, voleva anzi spaccare la testa a quel vecchio pidocchioso ma riusc a controllarsi e se ne and riuscendo almeno a sbattere la porta. Gli sembr di essere tornato ai tempi passati, quando aveva questionato anche con Guido di Pavia, ma questo affronto gli bruciava, il vecchio aveva premeditato tutto e pensava di dettare le leggi. Usc infuriato dal vescovado e si rec in Piazza delle Sette Vie a cercare l'Orlandi.
Guarda che cosa dovrei scolpire secondo Landolfo. E poi perch spostare Guido in chiesa? Ancora  un cantiere, la sua tomba sarebbe calpestata, dissacrata! Cosa passa per la testa di quel vecchio scemo!?
Calmati Busketo, cos non otteniamo niente. Diamo pane al pane e vino al vino. Questo nuovo Vescovo vuole un tumulo in chiesa per il suo predecessore? E sia, ma la chiesa non l'ha costruita il Vescovo Guido,  frutto delle azioni dei pisani,  il frutto delle lotte dei cittadini,  cosa nostra!
E anche cosa mia!
La voce di Busketo era uscita potente come il ruggito di una fiera. Fu stabilito che all'ora sesta, sarebbe suonata la campana che chiamava a raccolta i dodici Consoli e sarebbe stata valutata la richiesta del Vescovo. Busketo torn al cantiere e nel pomeriggio ricevette la visita del Console Giovanni.
Ebbene? Sai che quella zecca mi ha mandato a dire che la lapide dovr essere pronta per la festa dell'Incarnazione?
Abbiamo valutato la richiesta del Vescovo. Ci  parsa ragionevole, ma quello che dovrai scolpire nel marmo  scritto qui su questo rotolo.
Busketo tese la mano e lesse. Le sue labbra si piegarono in un perfido sorriso, poi si rabbui.
Manco ancora io!
Lo so, ma non sei ancora morto e quindi devi aspettare.
L'architetto sciolse la sua tensione e rise abbracciando l'amico. Era la seconda lapide che gli veniva commissionata, ma questa l'avrebbe scolpita pi volentieri. Venne il giorno dell'Incarnazione e i cittadini si recarono nella grande chiesa e invasero la parte del transetto Sud, per assistere alla messa. La finestra aurea che Busketo aveva progettato proprio al centro dell'abside lasciava trapelare una lama di luce fioca a causa di un sole ancora malato d'inverno. La copertura provvisoria del transetto, fatta di legno e paglia, creava un ambiente sufficientemente buio per poter apprezzare quel raggio di sole. La chiesa era gi piena anzitempo, molti dovettero sistemarsi fuori e nessuno sapeva se a celebrare la funzione e a decretare l'inizio del nuovo anno sarebbe stato il nuovo Vescovo o uno degli altri preti. La campana annunci l'inizio della messa, si apr una delle porte del transetto, quella che guardava verso il vescovado ed il corteo con Landolfo in testa fece il suo ingresso in chiesa. Un brusio si diffuse, era la prima volta che i pisani vedevano il loro Vescovo, ma nessuno ebbe l'ardire di acclamare o gridare alla gioia. Davanti all'altare del transetto, sul pavimento che ancora era di terra battuta, Busketo aveva poggiato al suolo, quasi fosse la prima tessera di un enorme mosaico, una piastrella di marmo bianco e nero, quadrata e col lato grande un palmo. Il Vescovo non dette adito a nessun commento particolare. Fu una messa come tante e non pronunci nessuna omelia. In molti cominciavano a pensare che la fama negativa di quell'uomo era ingiusta e immeritata. La messa era finita da poco ed il Vescovo alz le mani con le palme rivolte verso il popolo. Il raggio di sole passava sopra la sua tiara e dopo pochi attimi si poggi a terra proprio sulla mattonella posta da Busketo. Nelle prime file serpeggi un commento di meraviglia che subito si sparse a tutta la comunit riunita. Fu allora che il Vescovo scocc la sua prima freccia.
Per ordine del santissimo nostro Papa Gregorio settimo, sono stato inviato in questa citt in qualit di vostro pastore. Come pecora smarrita la gente di questo luogo necessita di ritrovare una guida ed essere ricondotta all'ovile. Non pi Vescovi eletti dal popolo, gli uomini di Dio vengono consacrati a questo ministero e voi, Landolfo lasci la frase a met soppesando l'effetto, tutta la citt pendeva dalle sue labbra, voi siete stati posti sulla terra per ubbidire al successore di Pietro e prosecutore del disegno del Signore nostro Dio.
La frase era piombata come un macigno, non ancora compresa aveva per suscitato le prime istintive reazioni. I Consoli si agitarono sulle loro panche e il nervosismo fu contagioso. Landolfo riprese godendo del fatto di aver seminato dubbio e fermento.
Le vostre gesta marinare che tanta afflizione hanno causato ai miscredenti saraceni, sono state gradite agli occhi di Dio e del Papa nostro. Si comanda dunque affinch a maggior gloria di Dio, il popolo di Pisa si cimenti nella lotta per espandere la vera fede. Voi pisani dovete scontare i vostri peccati navigando per mare per convertire il mondo alla buona novella, perch questo  il volere di Dio.
Busketo era in piedi dietro le panche riservate ai Consoli. Si pieg leggermente in avanti e a bassa voce si rivolse ai notabili cittadini: Ma voi capite il senso di quelle parole?
Anche troppo bene, ma se crede che uno soltanto di quanti sono radunati in chiesa gli presti fede si sbaglia di grosso!
Lo sproloquio del vescovo continu col solo effetto di generare il malumore. Non aveva annunciato l'inizio dell'anno e tutti lo interpretarono come un segno di cattivo auspicio. Continuava a parlare di peccato e fiamme dell'inferno ed esortava a conquistare terre e tesori, come se poi le guerre si potessero fare senza uccidere e commettere peccato. La gente era stufa, ma vedendo che i Consoli non si opponevano, nessuno ebbe il coraggio di prendere iniziative. Dopo altre invettive il Vescovo si accinse a concludere.
Noi Vescovi del Signore siamo in mezzo a voi per guidarvi ed ammonirvi e voi dovete tributare a noi, quali servi di Dio, ogni onore in vita e in morte. Annuncio a voi, genti di Pisa, che il mio predecessore, il venerabile Vescovo Guido,  stato sepolto cos come si conviene al nostro rango, dentro la sua chiesa.
I Consoli all'unisono quasi comandati da un gesto magico si voltarono verso Busketo che sorridendo e sottolineando le parole rimarc: La sua chiesa!
Risero, ma nessuno intorno comprese fino a che due operai recarono davanti all'altare una lastra di pietra e la poggiarono a terra in modo che si potesse leggere ci che vi era scolpito. Cos come era stato comandato dal Vescovo, Busketo si fece avanti e lesse ad alta voce quanto aveva inciso su quella pietra: Questo grande edificio non lontano dalla citt, cos bene e meravigliosamente  stato costruito dagli stessi cittadini, al tempo del presule Guido pavese, noto per la sua fama al Re e allo stesso Papa.
Landolfo vacill, la voce possente e decisa di Busketo aveva spazzato via tutte le chiacchiere del Vescovo. Come un colpo di libeccio aveva sgombrato la chiesa dalle nuvole create da quel vecchio arrabbiato e meschino. Quando il popolo cap che la lapide rendeva onore ai cittadini di Pisa, le grida di giubilo parvero far esplodere la chiesa. Il Vescovo ormai aveva perso il controllo, scese dal presbiterio e tent di rompere la lapide, ma gli operai ben istruiti si opposero ed ebbero facilmente ragione del vecchio Landolfo. La moltitudine dei pisani vacill e si mosse come un'unica grande onda che inizi a defluire verso l'esterno. Come una trota arrancando contro la corrente, un giovane dallo sguardo disperato tentava di entrare in chiesa lottando con la fiumana in uscita. Disperatamente chiamando a raccolta tutte le sue forze riusc ad entrare e a forza di spinte e gomitate raggiunse l'incrocio della navata coi transetti urlando con quanto fiato aveva in gola.
Maestro Busketo, Maestro Busketo una disgrazia!
Raggiunse il crocchio formato da Busketo e alcuni Consoli e senza complimenti stratton l'architetto afferrandolo per una spalla. Maestro! Una disgrazia.
Parla!
La nave che veniva dall'Elba con le prime due colonne per la chiesa  entrata in porto. Allo scarico un cavo si  spezzato e una colonna  scivolata sul ponte.
C' stato qualche lutto, abbiamo perso degli uomini?
No, Maestro. Abbiamo perso le colonne.


Capitolo 16.
Anno Pisano 1077 Indizione 14 Pisa, dalla Santa Pasqua a Pentecoste.

Pioveva a dirotto. Chi non aveva casa cercava almeno un riparo visto che ormai si era prossimi alla notte. Quella pioggia proprio al terzo giorno di aprile, aveva gettato nello sconforto i contadini. Secondo un vecchio detto, il tempo del terzo aprilante sarebbe durato quaranta giorni. Ci sarebbero state vie piene di fango, il grano e l'avena sarebbero stati invasi dalle erbacce e i frutti sarebbero marciti sugli alberi ancor prima di arrivare a maturare. Due guardie armate della citt avevano bussato pochi giorni prima alla casa di Ottavio. Era stato convocato a Pisa dai dodici Consoli, ma le guardie non ne conoscevano il motivo. Da Orsiniano Ottavio era partito col cuore gonfio di tristezza ed apprensione, non aveva voluto essere accompagnato e Altea si era stretta nello scialle vedendolo allontanare. Al Palazzo degli Anziani ebbe quasi un moto di liberazione quando cap che la causa della sua convocazione non riguardava la sua vita passata e le vicende dolorose di Sfax. Il compito che gli era stato assegnato era complicato e doloroso, ma sapeva di potercela fare. Si era diretto verso il Porto Pisano e non gli era stato difficile trovare ci che cercava. Da quasi una settimana Busketo stava accucciato su uno dei moli ad osservare il mare. N il sole picco n la pioggia, n il vento o la notte lo avevano convinto a spostarsi. Mangiava quello che gli portavano i suoi operai quando i gabbiani avevano il buon cuore di lasciargli qualcosa. La sua pelle abbronzata e tesa
sui muscoli era ora grinzosa e secca, sullo zigomo destro si era aperta una piaga causata dalle intemperie. Nessuno era riuscito a farlo ragionare, avevano anche provato a portarlo via con la forza, ma si era opposto con tale violenza che lo avevano lasciato dov'era. Ottavio lo vide subito, quasi un mucchio di stracci appiccicati ad un relitto d'uomo. Si era seduto accanto a lui e per molto tempo avevano osservato il mare insieme, in silenzio. Poi il vecchio contadino si era alzato pronunciando poche misurate parole Non sono venuto qui per vedere un morto, io curai un ragazzo ferito perch potesse vivere la sua vita, non perch si lasciasse morire. Ottavio era risalito sul carro e dopo poco Busketo, traballante e curvo come se avesse avuto cent'anni, lo aveva seguito. L'architetto ora riposava in quel giaciglio che lo aveva visto ferito molti anni prima e aveva dormito un giorno ed una notte interi. Alternava momenti di sonno ad un dormiveglia nel quale il corpo si sarebbe voluto alzare, ma la mente gli comandava il contrario. Fingeva di dormire, ascoltava la pioggia battere sul tetto e Altea e Sista chiacchierare sottovoce o sgridare i chiassosi nipoti ai quali era stato proibito di salire a vedere lo zio. Pioveva a dirotto e Busketo desiderava che quella pioggia continuasse a cadere per l'eternit. Venne la sera e tutta la soffitta fu avvolta dalle tenebre, un odore di minestra e fagioli saliva dal basso accompagnato dai tenui riflessi dei lumi ad olio. Il rumore di passi delicati che salivano lenti ed una voce melodiosa lo carezzarono: So che non dormi, apri gli occhi. Voglio davvero vedere se sei quello che mi ricordo o l'avanzo di quell'uomo.
Busketo sorrise mantenendo gli occhi chiusi.
Non ti voglio vedere.
Perch mai?
Mi vergogno di me stesso.
Il fatto che tu ammetta di essere uno scellerato mi conforta,
ma io voglio che tu mi veda.
Sista, con il viso in carne che pareva una luna piena ostentava un pancione enorme.
Sei incinta!
Sono quasi al tempo del parto!
Dal basso avevano sentito parlare Busketo e tutta la famiglia pi o meno velocemente era salita. Tolomeo si era gettato addosso allo zio, gli altri si sedettero a terra. Busketo trasse a s anche Sigerato che a undici anni sembrava gi un uomo, poi mangi con volutt la minestra che Sista gli aveva portato.
Senza di voi sarei morto su quel molo, grazie.
Devi ringraziare i Consoli che si sono preoccupati per te e mi hanno mandato a chiamare. Pensavano che tu fossi impazzito.
Chiss, c' mancato poco, io volevo andare via, ma la mia mente era attaccata alle colonne.
Lascia perdere le colonne, ne caveranno di nuove.
No, le devo recuperare, le devo strappare dalle acque e devo vincere questa battaglia.
Era meglio se continuavi a far finta di dormire, al mio bimbo, qui nella pancia, non posso far sentire queste stupidaggini.
Risero. Busketo chiese di scendere nella stalla per liberarsi. Poi torn di sopra nel suo nido, mentre la pioggia continuava a cadere. Di sotto avevano ormai finito tutte le faccende del giorno, salirono le scale recando le lucerne ad olio e sparirono nelle loro stanze. Ottavio serr la porta con i chiavistelli e poi sal per ultimo.
Mi hanno detto che ti sei innamorato di una donna.
 una menzogna.
Ho capito, allora  vero. Domani ne parliamo.
Scordatelo!
Ottavio si diresse verso la sua stanza, ma l'architetto lo
chiam sottovoce: Ottavio.
Dimmi.
Grazie per tutto quello che hai fatto.
Prego, ma domani mi racconti di quella donna.
L'oscurit si impadron di ogni cosa, il corpo dell'architetto era riposato e la sua mente vigile ed attenta. Come in passato quel nido caldo e sicuro, quell'odore dolce di stalla che saliva dalla botola lo cullavano e lo alimentavano. La pioggia poi creava una frattura netta col mondo esterno. Il cantiere, la citt, la sua stanza alla Mescita, il pazzo Vescovo, era tutto lontano, diluito. Disteso e sereno si cullava negli occhi svegli di Tolomeo, nel viso tondo di Sista, nell'abbraccio forte di Ottavio, quella era la sua famiglia, si pentiva di trascurarla cos tanto, ma sapeva che c'era ed era l con loro al sicuro. Prov a dormire, ma tutto quello che appariva distante, pian piano prese forma nitida e corpo come se fosse solido. Le colonne erano sotto due pertiche d'acqua, il mare era sempre stato mosso da un caldo vento di scirocco che poi aveva portato la pioggia, doveva vederle e capire come sollevarle. Fossero state sul prato della chiesa non avrebbe avuto problemi, ma in mare! Cerc nella mente la macchina da sollevamento idonea a quel lavoro, prov e riprov a calcolare leve e pesi, ma pi il tempo passava e pi la soluzione si allontanava. Gli occorreva un aiuto, ma da chi? Gli occorreva una mano salda a cui aggrapparsi, gi, una mano. Una lama sottile si insinu nella sua mente, una piccola sensazione che pian piano cresceva e dava corpo a sogni, speranze, delusioni. Si meravigli di quanto naturalmente pensasse a Cecilia ora che si trovava proprio nella casa di Sista. Si stup a pensare quanto l'una gli accendesse il corpo di desiderio e quanto l'altra invece lo facesse sentire amato, rispettato, ma in modo ormai solo fraterno. Lasci che la mente vagasse fra le due colonne sommerse, due come le donne che in fondo sentiva di amare, anche se in modo diverso. Avrebbe recuperato le colonne e segretamente in fondo al suo cuore avrebbe anche dato loro un nome. La casa si anim alle prime luci dell'alba, tranne Sigerato e Tolomeo che ancora dormivano, gli altri si ritrovarono in cucina a bere latte appena munto e a mangiare pane scuro con miele. La casa di Ottavio era dignitosa e grazie alla collaborazione di tutta la famiglia non mancava di nulla che si potesse desiderare. Busketo aiut l'amico a sistemare gli animali, con paglia pulita fece il letto alle bestie nella stalla mentre la campana suon l'ora terza. I bambini si erano svegliati ed Ottavio, presa una grossa vanga li condusse con s. Splendeva un chiaro sole di primavera e perle umide brillavano adese ai rami degli alberi e ai fili d'erba. Nell'orto dietro casa Ottavio piant la vanga e rivolt una grossa zolla di terra. Tolomeo e Sigerato vi infilarono le mani e frantumarono la terra prendendo i lenti lombrichi che si dimenavano infastiditi. Ripeterono l'operazione pi volte finch un vaso di coccio non fu pieno di vermi. I bambini corsero al pozzo e si lavarono le mani imbrattate di terra, poi Ottavio prese con s varie canne e dei pezzi di tela. Vieni con noi o fare l'architetto ti impedisce di pescare?
Dove andate? Al fiume, oggi  buona per le anguille.
Scesero l'antica via tracciata dai romani per far correre i cavalli ed arrivarono al fiume. I ragazzi erano felici e tempestavano lo zio di domande. Sigerato era stato esonerato dal lavoro al molino e quello per lui era un giorno speciale. Ottavio scelse un posto dove la riva calava dolcemente, alla confluenza del fiume con un piccolo canale che raccoglieva le acque piovane dai campi circostanti. Le acque dei due corsi d'acqua si mischiavano con vigore e il tutto assumeva un cangiante colore marrone.
 la torba, la terra maschera tutto ci che  in acqua. Le
anguille si muovono indisturbate per andare a mangiare
Busketo seguiva la preparazione meticolosa del necessario per la pesca. I lombrichi erano stati infilzati uno ad uno con un grosso ago fissato ad un sottile spago. Ottavio aveva ottenuto una collana di vermi e ne aveva fatta una matassa grande come un pugno. Poi l'aveva fissata all'estremit di un altro spago ed aveva aggiunto una pietra forata delle dimensioni di una pera. Il tutto era legato ad una canna che era stata poggiata su un ramo di alloro che portava verso l'alto una forcella.
Vedi Busketo, il peso porta i lombrichi sul fondo, ma  essenziale che non lo tocchi. La canna poggia su questo supporto di legno in perfetto equilibrio.  come costruire una bilancia, da un lato i lombrichi e la pietra restano sospesi immersi nell'acqua, dall'altro la canna col suo corpo ed il suo peso bilancia il tutto. Si chiama pesca con la mazzacchera.
L'architetto osservava con attenzione.
E le anguille come ci restano attaccate?
Quando l'anguilla si muove e morde i lombrichi questa bilancia pende immediatamente verso l'acqua. Io non devo far altro che tirare su delicatamente, l'anguilla non molla la preda e la posso trarre sull'argine. Poi ci pensano i ragazzi. Guarda!
In religioso silenzio Ottavio immerse i lombrichi che scomparvero nell'acqua melmosa e bilanci la canna sulla forcella fissata a terra. Per un po' non successe niente, poi lentamente la canna si mosse come trainata da una forza invisibile verso il pelo dell'acqua. Ottavio afferr con decisione la canna e trasse verso l'alto lo spago, i lombrichi e con essi un'anguilla che pareva un serpente. Busketo era ammaliato e spaventato. L'anguilla non lasciava la presa e Ottavio fece in modo che si adagiasse sull'erba dell'argine. Sigerato e Tolomeo si erano sporcati le mani di terra per
avere una presa migliore sullo scivoloso animale e appena l'anguilla fu nell'erba l'afferrarono vicino alla testa urlando eccitati e la infilarono in un sacco che chiusero con un legaccio. Tutto si era svolto ad una velocit fulminea, ma in modo perfetto.
Capito come si fa?
Perfetto, tecnicamente perfetto! Fallo ancora.
Ancora, mica dipende da me, dipende dall'anguille!
Va bene, ma ricomincia!
Ottavio non si capacitava del perch Busketo manifestasse tanto entusiasmo e fu quasi per arrabbiarsi. Poi ricolloc la mazzacchera in acqua e si mise ad attendere. L'architetto si acquatt nell'erba osservando pi Ottavio che l'attrezzatura per la pesca. La canna si inclin di nuovo, questa volta in modo deciso. Ottavio trasse la preda dall'acqua senza sforzo alcuno, ma quando l'anguilla fu completamente fuori dall'acqua una smorfia di sofferenza affior sul suo viso. I ragazzi stavolta gridarono anche di paura, il corpo della bestia era grande come il polso di un uomo e di certo era lunga due braccia. Tolomeo si fece indietro inorridito, Sigerato prov ad afferrarla ma le si attorcigli alle braccia e prov un attimo di terrore, finch Ottavio venne loro in aiuto e riusc a ficcarla nel sacco insieme all'altra. Col petto gonfio d'orgoglio si volt verso Busketo che raggiante corse ad abbracciarlo.
Perfetto, ora provo io!
L'architetto imit i gesti dell'amico e colloc i lombrichi in acqua. Il silenzio torn a circondare i quattro. La canna si mosse di nuovo, Busketo misur ogni gesto con perizia. Sembrava che fosse un pescatore esperto, tanta era la calma e l'attenzione che impieg per estrarre la preda dall'acqua. Stavolta l'anguilla era pi piccola ma la soddisfazione fu immensa.
Visto? Ho capito tutto.
Non c' molto da capire.
Invece s, la pietra forata, i lombrichi e l'anguilla finch stanno in acqua ricevono una spinta dal basso verso l'alto e per tirarli su fino alla superficie occorre poca pochissima forza. La canna neanche si flette. Appena per escono all'aria il peso diventa insostenibile e sia io che te abbiamo fatto fatica ad estrarre l'anguilla dall'acqua.
Ottavio lo guardava attonito.
E allora? Non ce la fai a tirare fuori le anguille?
Ma no, zuccone di un contadino, voglio dire che posso tirare fuori le colonne fino al peso dell'acqua senza troppo sforzo, poi dopo si complica la cosa. Ma anzich una macchina da sollevamento, ne devo progettare due, una per alzarle dal fondo e una per portarle poi fuori dall'acqua.
Se ti dico che sei matto?
Mi fai felice, grazie alla mazzacchera ora ho di nuovo speranza.
La pesca fu eccezionale, anguille di tutte le dimensioni si dimenavano nel sacco. Giunti a casa Ottavio trasfer gli animali in un grande mastello di legno pieno d'acqua limpida tratta dal pozzo e lo copr, collocando poi una grossa pietra sul tappo.
Le anguille ora sanno di terra, le lasciamo un paio di giorni a spurgare. Ogni tanto cambiamo l'acqua e poi le faremo alla brace, fritte e anche seccate sotto sale. Rimarrai qui per assaggiarle?
No, Ottavio, riparto oggi stesso, ho fatto il folle per troppo tempo. Devo riprendere il lavoro, devo mandare avanti il cantiere e ripescare le colonne. Dopo mangiato, torno a Pisa.
Corri dalla tua innamorata?
Busketo guard a terra e di colpo si fece triste.
Non esiste nessuna innamorata, vivo sempre solo come un cane e non ho una famiglia. Questa donna, Cecilia si
chiama,  maritata, ha dei commerci, non  certo il tipo di femmina ch'io mi possa immaginare di sposare. Per?
Per  bellissima, forte, sembra non abbia bisogno di niente poi di colpo la senti fragile. Non so se sono innamorato, in fondo non la vedo mai, ma so una cosa, ne sono ossessionato.
Altea aveva lavato i vestiti di Busketo che, ripresi i propri abiti e alcune vivande avvolte con cura in un fazzoletto di tela, fece per partire. Sista si avvicin per salutarlo, si guardarono a lungo negli occhi poi scoppiarono a ridere. Quello sguardo sincero e leale aveva detto tutto quello che c'era da dire: Ti voglio bene.
Anch'io ti voglio bene, Busketo, abbi cura di te.
L'architetto mosse un passo, poi ebbe un ripensamento, allung una mano e carezz il pancione di Sista.
Come lo chiamerai?
Spero che sia una femmina e la chiamer Rosa, nascer a maggio.
E se invece  un maschio?
Non lo sappiamo, Gerto vorrebbe chiamarlo, Destro.
Come sarebbe, cosa vuol dire chiamare un figliolo, Destro?!
Gerto vuole che sia Destro e che venga destro e prega affinch il Signore gli conceda la grazia, non vuole un'altro mancino come Tolomeo.
Tolomeo  intelligente e sveglio e se  mancino  un dono di Dio. Gli scalpellini mancini battono la pietra meglio dei destri!
Ma Tolomeo non vuol battere la pietra e neanche legare i sacchi di grano, pensa tutto il giorno alle sue faccende e pi lo punisci e peggio !
E allora prova una volta a prenderlo con le buone invece di farlo sentire diverso. Te la prendi con lui perch  come
te, siete impastati nello stesso modo.
Sista tacque per un attimo, Busketo aveva ragione e non era il caso di litigare, il suo viso si allarg in un dolce sorriso.
Comunque se Gerto decide che si chiami Destro, cos sar.
E allora sia fatta la volont di Dio, Destro va bene, sono d'accordo!
Te non c'entri un bel niente e non importa se sei d'accordo oppure no e poi, sar una femmina, me lo sento.
Si separarono, l'architetto era arrabbiato e cammin sbuffando a grandi falcate cos che giunse velocemente allo scalo dei marmi a San Giuliano. Colse l'occasione per visitare la cava, parl con gli operai, poi a sera si imbarc insieme ad un carico di pietre gi sbozzate su di una grossa e lenta chiatta.
Alcuni giorni dopo Busketo era di nuovo al porto. Aveva messo al soldo i nuotatori pi resistenti che Pisa poteva offrirgli. Li aveva reclutati fra i lavoranti dei cantieri, e agli scali della darsena, aveva scelto i migliori. Gli uomini si tuffavano e riemergevano. Ognuno descriveva lo scenario subacqueo e l'architetto prendeva nota, disegnava, orientava i suoi elaborati ai punti cardinali. Dopo due giorni di immersioni, conged e pag gli uomini e torn a Pisa recandosi da Bosio ai cantieri navali.
Lo so che ti sembra una follia, ma ho fatto calcoli e calcoli, sono certo che si possa fare.
Te sei matto, come far un tronco di abete anche se forte e sano a reggere il peso di quelle colonne?
Non far un grande sforzo, appena quei cilindri di granito affioreranno al pelo dell'acqua li imbracheremo e il loro peso sar sopportato da altre strutture.
Va bene, proviamo. Le giornate di lavoro degli operai le paghi direttamente ad ogni sera, saranno scettici e penseranno di fare una pazzia ma i soldi li tratterranno.
E sia.
Quella notte il cielo vide sorgere una limpidissima luna piena. Era il primo plenilunio dopo l'equinozio di primavera. La domenica successiva sarebbe stata Pasqua. Il Vescovo non si era fatto pi vedere e sicuramente covava vendetta, ma al momento non costituiva un problema. La messa della Pasqua fu celebrata da Landolfo che prima di congedare l'assemblea dei fedeli, comunic che aveva scritto una lettera al Papa, chiedendo la revisione di ogni privilegio ed anche la scomunica per i Consoli pisani macchiatisi del reato di insubordinazione al loro Vescovo. Quelle parole generarono il panico, ci furono imprecazioni e lamenti, la diplomazia cittadina si mise al lavoro, ma Landolfo si era gi rinchiuso nel suo Vescovado. Seguirono giorni febbrili, furono inviati messaggeri a Roma e anche all'Imperatore Arrigo quarto, ormai riabilitato in ogni sua funzione politica dopo l'umiliazione di Canossa. A Busketo tutto quel frastuono non riguardava, passava tutto il giorno ai cantieri e spesso passava la notte a progettare e rivedere i calcoli. Era come indemoniato, mangiava poco e aveva solo una preoccupazione, le sue colonne. Se i notabili pisani sembravano sfrigolare al fuoco delle invettive del Vescovo, la gente comune si stava appassionando alla follia dell'architetto. I cantieri divennero il teatro di un nuovo spettacolo, tutti osservavano, ognuno diceva la sua. Si era creato il partito dei favorevoli e quello di chi scommetteva che non ce l'avrebbero mai fatta. Poi venne il giorno: travi, carrucole, cordami, strani oggetti fabbricati ai cantieri, tutto fu portato al Porto Pisano con l'aiuto di carri e imbarcazioni. Ci volle una settimana per assemblare la grande macchina. L'idea di Busketo era quella di far azionare una grande leva sfruttando la forza dei rematori di una o due galee pisane. La forza della trazione orizzontale generata dalle imbarcazioni, sarebbe stata trasformata in una verticale attraverso due grandi carrucole. Da lontano pareva una catapulta, una di quelle usate per gli assalti militari, ma osservandola da vicino ci si rendeva conto che fosse invero molto strana. Dalle descrizioni dei nuotatori ingaggiati da Busketo si era potuto capire che le colonne non poggiavano direttamente sul fondo, ma erano ancora assemblate ai supporti sui quali erano state calate all'Elba. Questo permetteva di poter passare cavi o funi sotto i fusti in modo da poterle imbracare. Busketo stesso si era tuffato pi volte ed aveva avuto conferma delle descrizioni. L'architetto aveva chiesto espressamente di usare sott'acqua delle catene di ferro, giacch la resistenza delle funi, una volta bagnate, diminuiva di un terzo delle proprie capacit ed era molto pericoloso sospendere grandi carichi. Come una grande canna da pesca per le anguille, il mastodontico trave di abete fu montato e bilanciato intorno ad un perno. Il fulcro somigliava alla forcella di alloro che aveva usato Ottavio, ma era costituita da una complessa struttura di ferro e legname. Quella leva era fortemente inclinata e la parte pi corta, quella fissata alle catene che imbracavano le colonne, si immergeva addirittura nell'acqua. Oltre il fulcro il tronco si alzava sbieco verso il cielo e questa parte era lunga almeno cinque pertiche. All'apice del tronco Busketo aveva fissato due resistenti anelli di ferro. Dal mare si inoltrarono nel porto due galee che a vele ripiegate muovevano solo a forza di remi, manovrarono e si disposero con la poppa verso quella strana macchina che Busketo aveva progettato. Una galea agganci l'altra come se dovesse trainarla in mare, la nave pi vicina alla leva dell'architetto cal da poppa una lunga e spessa cima. I marinai fecero attenzione a non bagnarla e fu fatta passare attraverso un sistema di ruote e carrucole e infine fissata ai grandi anelli. Quando l'architetto in piedi sul molo alz il braccio destro, in molti si allontanarono dai paraggi. Fino a quel punto era stato
tutto un gioco di ipotesi e scommesse, ma era giunto il momento della verit. Abbass il braccio e sulle navi riecheggi un comando, i remi si tuffarono sincroni e la grossa cima si tese per la forza esercitata dalle due imbarcazioni. Le grandi carrucole gemettero e Busketo chiuse gli occhi temendo lo schianto, ma non successe niente. Poi poco a poco quegli ingranaggi ruotarono di qualche grado, la cima agganciata ai grandi anelli ora traeva verso il basso l'apice del grande tronco d'abete. I rematori furono spronati, aumentarono il ritmo di quella strana voga che li incatenava a terra, la leva di Busketo inizi a cambiare inclinazione, il braccio lungo si abbassava sempre pi e le catene pian piano riemergevano dalle acque. Schiuma e sabbia smossa impedivano di vedere cosa succedesse, ma dopo poco la sagoma scura della prima colonna si deline sott'acqua. Un grido di giubilo usc dalle gole dei presenti, ma non si era ancora a met dell'opera. I rematori ora mantenevano un ritmo di voga costante, le galee erano ferme e solo una lieve oscillazione faceva un poco abbassare e salire la colonna. Alcuni operai si gettarono in acqua, legarono con possenti corde l'apice del fusto e passarono i capi liberi a due squadre di lavoranti che attendevano sul molo. Inizi una sorta di tiro alla fune, da una parte gli uomini, dall'altra due navi ed in mezzo una complicata macchina da sollevamento. La colonna si mosse verso terra tenendosi a pelo d'acqua, quasi galleggiasse, si avvicin al bordo della banchina e finalmente si adagi su una rampa a scivolo che Busketo aveva fatto piazzare nei giorni precedenti. Fu dato il comando per cessare la voga, le galee rincularono pericolosamente verso terra e ci furono attimi di paura, ma la colonna giaceva come una enorme preda sullo scivolo di legno. Ora si trattava solo di farla scivolare e metterla in secca. Il resto sarebbe stato lavoro ordinario. Busketo pianse, la prima colonna, quella dedicata a Sista era in salvo. Ora doveva recuperare
l'altra, la pi difficile, giaceva su uno spuntone di roccia e temeva che si spezzasse. Avrebbe perso un pezzo di chiesa ma soprattutto un pezzo di vita e non poteva permetterselo. La prima colonna giaceva immobile ormai a terra, i bambini presero a saltarci sopra e la gioia contamin tutti. Ma Busketo richiam tutti all'ordine, fu calata una nuova cima asciutta e fu ripetuta l'operazione di aggancio. I marinai che si erano accollati il compito di imbracare sott'acqua la colonna si immergevano uno dopo l'altro dandosi il cambio, ma pareva che quella granitica massa non ne volesse sapere di farsi domare. Gli uomini cominciavano ad essere stanchi, manovrare le catene di ferro sott'acqua non era cosa semplice, faceva freddo e molti stavano ormai per desistere, ma la colonna fu agganciata. Il sole stava per raggiungere il pelo dell'acqua, molti uomini distrutti e infreddoliti furono condotti nelle locande del porto o intorno ad un grande fuoco che era stato acceso. Busketo alz il braccio e guardando la galea pi vicina, sussurr una preghiera. Il braccio cal, i remi si alzarono e ricominci quello strenuo gioco di forze e resistenze. A dispetto delle previsioni l'operazione fu pi veloce, la colonna era ancora legata ai supporti di legno che le erano stati fissati al momento del carico e quel legname aiut il granito a sollevarsi dal fondale. La luce rossa del tramonto illuminava ormai in modo appena sufficiente quei visi contratti, quelle mani serrate, quegli occhi increduli. La colonna emerse, fu agganciata e tirata verso lo scivolo, dove giunse con un tonfo sordo. Al comando dell'architetto due uomini si gettarono in acqua con piccole asce e liberarono i cordami che tenevano stretti alla pietra i supporti di legno, la colonna era come una enorme anguilla rigida e innocua, si fece tirare in secca e senza danno fu interamente a terra, Busketo perse i sensi. Che fosse stata la fame o il freddo, la fatica o la tensione non importava. Ora era alla Taverna della Formica e intorno a
lui era tutto un roteare di boccali di vino. Bosio aveva offerto da bere a tutti, il porto era in fermento, uomini di ogni terra e colore si accalcavano alla taverna per vedere e toccare quel genio, quel meccanico che era riuscito a strappare dalle acque due colossali colonne. Busketo ringrazi dei cori e delle attenzioni, usc fra pacche e sorrisi, poi da solo si avvicin alle due prede. Le due immense colonne giacevano l'una di fianco all'altra. Perfettamente tornite, sapientemente levigate, nascondevano storie e segreti di mani che le avevano toccate e carezzate. Ma ora erano l, sue! Torn alla Locanda della Formica, pag una stanza senza accorgersi di quanto fosse umida e sporca, ma dopo notti e notti insonni, un velo nero gli imped di percepire altro. Il sonno fu popolato di incubi e visioni e solo all'alba, nel dormiveglia, si trov a sorridere pensando che se aveva strappato a Nettuno due immense colonne di granito, avrebbe sicuramente ritrovato Cecilia e l'avrebbe fatta sua.
Sista aveva partorito a met Maggio, il battesimo fu fissato per il giorno dell'Ascensione di Nostro Signore e fu considerato un buon auspicio. Busketo era andato ad Orsiniano a far visita alla vecchia amica ed aveva portato doni per i tre nipoti. Durante la celebrazione per l'ascesa al cielo del Signore Ges, il piccolo con altri sette neonati era stato consacrato con acqua e olio santo. A casa di Ottavio regnava la confusione. C'era anche Auro e sua moglie, avevano per il momento una sola figlia ma pensavano di averne altri, il piccolo Destro strillava e si calm solo quando la madre lo attacc al seno. Con tutto quel rumore Busketo osservava la scena di quella famiglia con un po' di distacco e in fondo al cuore, anche con un velo di tristezza. Era la sua famiglia e al tempo stesso era un perfetto estraneo. Il cappone che era stato cucinato aveva reso un ottimo brodo e carne saporita. Nel pomeriggio Busketo salut ed approfitt del passaggio su di un carro che andava a Pisa seguendo l'antica Via delle Prata, non aveva voglia di parlare e si sedette sul pianale Dal canto suo il contadino rispett il silenzio del famoso architetto e genio delle colonne. Dopo l'episodio del Porto i pisani e le genti tutte avevano riconosciuto in quell'architetto un uomo dalle infinite capacit e conoscenze. Costeggiarono la bianca chiesa di Papiana poi la strada pieg a Sud in direzione di Pisa. Busketo seduto sul carro teneva le gambe ciondoloni come moltissimi anni prima nel suo viaggio di ritorno verso Aleppo. Si perse nei ricordi, cerc disperatamente il volto della madre e di suo padre, cerc di ricordare i suoni della sua terra, il timbro di voce dei fratelli, si smarr fra mille visioni.
Maestro?
La voce del contadino lo riport alla realt: Che volete?
Voltatevi, guardate la vostra chiesa.
Busketo si gir e si mise in piedi sul traballante carro. Pisa distava meno di un miglio, si intravedevano casupole e tetti addossate alle mura, ma le costruzioni erano talmente basse che non coprivano in alcun modo il corpo della chiesa. Da quel punto si poteva osservare il lato Nord della costruzione con l'abside a sinistra verso Est, ed il massiccio profilo della chiesa verso il mare. Mancava ancora la facciata e mancava la copertura, ma quella solida e possente costruzione riemp d'orgoglio l'architetto. D'improvviso si sent grato verso il carrettiere e gli poggi una mano sulla spalla.
Grazie.
Di niente. Io faccio questa strada tutte le settimane da molti anni. Ho visto nascere la chiesa, crescere, farsi grande. E un po' come veder crescere un figlio, mi capite?
Lo capiva certo, si stup di come quell'uomo del quale aveva rifiutato anche il dialogo, avesse colto in modo sublime il senso di appartenenza che lo legava alla chiesa.
Quando potete venite a trovarmi alla chiesa, vi mostrer alcune cose che nessuno conosce, voi lo meritate.
Il giorno dopo al cantiere, un operaio annunci all'architetto che aveva una visita. Chi ?
Non lo so, due mocciosi.
Busketo usc dalla chiesa e si trov sullo spalto, sulle prime non vide nessuno poi gli si fecero incontro due ragazzi secchi e alti con le ginocchia nodose.
Sono Vittore, figlio di Bertrand di Marsiglia e di Cecilia de Beau, questi  mio cugino, fratello Fabias.
All'architetto si piegarono le gambe, ma cerc di darsi un tono ed intavol un dialogo distaccato.
Salute a voi, cosa cercate? Nostra madre vi manda questo.
Vittore allung la mano e porse a Busketo un piccolo involto di tela. I due ragazzi salutarono e scapparono senza dare il tempo per ulteriori discorsi. Come un fuggiasco, Busketo cerc il posto pi inaccessibile del cantiere e soltanto quando fu sicuro di essere solo apr la tela legata con un nastro sottile. Tre biscotti all'anice ed una bacca di noce moscata. Il giorno dopo Rimondino si present ai magazzini di Cecilia con l'ordine di consegnare a lei soltanto un prezioso plico. La donna accett l'involucro, ma finse sdegno davanti al messaggero e conged con un gesto il sudaticcio Rimondino trascurando volutamente il dono appena ricevuto. Poi molto lentamente sal in camera sua. Appena tir la tenda e fu sicura di essere sola, tolse il tappo di legno odoroso a quello strano cilindro di cuoio rigido estrasse una pergamena e si mise a leggere i caratteri decisi.
Che faccia ha fatto?!
Nessuna!
Rimondino,  importante, ripetimi le parole esatte che ha detto.
Ma non ha detto niente, non ha neanche aperto bocca.
Busketo era disperato, non si capacitava di come un cos elaborato dono non avesse suscitato in lei nessuna reazione. Prov rabbia, ricordando quanto imbarazzo gli era costato la sera prima entrare dagli speziali di Kinsika per acquistare quel cilindro. E dire che aveva pensato di regalarle un'ampolla di profumo al muschio e che poi si era risolto di non farlo perch provava vergogna ad acquistarlo ed anche perch arrossiva al solo pensiero di come quel profumo, pur chiuso in una fiala, riuscisse ad eccitarlo. La misura era colma, doveva incontrare Donna Cecilia. A sera prima del vespro, usc dalla Mescita e si incammin sul lungarno. Questa volta non fece nessun periplo, si present direttamente di fronte ai magazzini. Fabias stava strigliando un asino, vide arrivare l'uomo del cantiere e rimase fermo e muto al suo posto.
Dov' tua zia?
Dentro, ve la chiamo.
Cecilia usc poco dopo, accaldata e rossa in volto. Si piant davanti all'architetto con i pugni poggiati sulle anche ed uno sguardo minaccioso che non prometteva niente di buono.
Che cosa volete?
Busketo balbett: Ho ricevuto i biscotti e allora credevo che...
Avete creduto male! Sono in collera con voi.
E cosa avrei fatto per farvi arrabbiare?
Vi avevo chiesto di tornare, siete sparito ormai da un anno!
Voi siete sparita, sono tornato qui ad Ottobre ma non c'eravate e nessuno mi ha voluto dare notizie!
Ottobre! Sono dovuta tornare in Provenza come vi avevo detto e poi mia madre  morta poco dopo e poi...
Non mi avevate detto niente di tutto questo.
Ve l'ho perfino urlato e ora sparite! Cecilia si volt e rientr in casa. L'architetto tentenn un po' indeciso sul da farsi, poi si incammin lungo l'argine allontanandosi da quella casa. Aveva ragione Mordecai, quella donna era pazza ed era necessario dimenticarla immediatamente. Pentecoste era prossima, Busketo meditava di trascorrerla a casa di Ottavio. Era l'unico posto dove poteva sentirsi a casa e sorrise all'idea di coccolare Sigerto, Tolomeo e il piccolo Destro che piangeva in continuazione. Al mattino dopo al cantiere c'era tensione. La chiave di volta di una delle arcate cieche del transetto Nord si era frantumata durante la posa e tutta la messa in opera del sesto d'arco doveva essere rimandata. Busketo dall'alto dell'impalcatura imprecava per la malasorte. Tutto quel lavoro andava ripreso da capo. Scese a terra, strigli gli scalpellini che avevano a suo dire scelta la pietra sbagliata e poi si incammin verso il Battistero di San Giovanni. Piccolo, di forma ottagonale e realizzato in pietra scura, non era bello, ma era l da tantissimo tempo e ci sarebbe rimasto fino alla realizzazione del nuovo battistero a pianta circolare che sarebbe sorto di fronte alla facciata della chiesa. Busketo si poggi alle pietre della vecchia costruzione scaldate dal sole e alz lo sguardo verso la sua chiesa. Da quel punto poteva scorgere tutto il lato Nord fino al transetto. Peccato per quella chiave di volta, avrebbe potuto completare quel livello per la fine della settimana. A naso in su assorto nei suoi pensieri, non si accorse che qualcuno lo stava osservando. Due anziane donne col capo coperto da uno scuro mantello, lo fissavano. Dapprima non le riconobbe, poi ebbe un moto di sorpresa
Donna Cecilia vi manda a dire che sarebbe grata di avervi ospite per la cena di Pentecoste.
Busketo aveva solennemente giurato a se stesso che sarebbe andato da Ottavio, ma le parole uscirono da sole e
senza controllo: Dite a Donna Cecilia che sono onorato e accetto l'invito.
La festa di Pentecoste aveva origini antichissime. Nell'Antico Testamento si riportavano le storie di Mos, della mietitura e delle feste contadine del popolo ebraico. Alla gente semplice piacevano pi quelle storie di quelle che raccontavano sulla discesa dello Spirito Santo. Busketo si present ai magazzini di Donna Cecilia verso il tramonto. La grande porta del fondaco era socchiusa e non c'era nessuno ad attenderlo. Entr e richiuse la porta dietro di s. Il potente odore delle spezie lo lasci quasi senza fiato. Prov a chiamare e solo dopo aver salito i gradini che conducevano agli alloggi ebbe risposta.
Venite Maestro, benvenuto!
L'uomo era sospettoso e timoroso, l'ultimo incontro si era rivelato un vero fallimento. Sal ancora tre scalini e si trov in un ampio spazio che fungeva da abitazione, era suddiviso da tende e tramezzi di stoffa tesi su corde fissate alle pareti, un sistema ingegnoso ed economico per ricavare stanze. China dinnanzi ad un piccolo focolare stava Cecilia. Busketo avanz lentamente quasi ciondolando e a pochi passi dalla donna ebbe un sussulto. L'aroma dolce e penetrante del muschio si insinu nel suo cervello, il cuore acceler i battiti e la gola si fece secca. Cecilia si volt sorridente ed affabile fece cenno all'uomo di sedersi, si comportava in modo nuovo, era completamente diversa da poche sere prima e Busketo azzard: Sento nell'aria l'aroma del muschio.
Vi piace il mio nuovo profumo?
 soave, dolcissimo, si addice alla vostra persona. Nell'antichit era destinato solo a donne di stirpe reale, era considerata un'essenza sacra.
Chi vi dice ch'io non possa essere regina?
Busketo abbass il capo e sorrise, poi annu. Fu di nuovo invitato a sedersi.
Non sono una brava cuoca, sono pi a mio agio nella confusione dei mercati, vi dovrete accontentare.
Dopo poco si sedettero, mangiarono lentamente conversando della chiesa, dei mercati, delle spezie.
Assaggiate questo,  il pane di Pentecoste.
Cos'ha di speciale?
 fatto con farina vecchia mischiata ad un quinto di farina del nuovo raccolto.
Ma il grano  ancora verde nei campi.
La farina nuova proviene dalla Siria, l il grano  gi stato falciato. A Pentecoste si rinnova questo rito del pane nuovo.
Cosa conoscete della Siria?
Cecilia parve farsi seria.
Non ci sono mai stata, la conosco per averne letto e sentito parlare da mio marito. Appena nacque Vittore, decise di trasferirsi ad Accon per curare i commerci. Non  pi tornato, non l'ho mai pi visto, non ha mai fatto mancare il sostegno ed i denari alla famiglia ed ai commerci. Io posso prosperare grazie al suo lavoro ed al mio, ma non so neppure pi che aspetto abbia. Ogni tanto ricevo lettere e messaggi, non credo che torner mai da me, ma  indispensabile che tutti in citt lo credano. Una donna sola e abbandonata  preda facile di esseri senza scrupoli. Riesco a mantenere la mia indipendenza con l'astuzia e molti doni, ma  una misera vita.
Busketo cominciava ad avere chiara la situazione, si meravigliava anzi della calma con cui quella donna raccontava la sua storia. Gli parl di s, della sua giovent in Africa, del suo arrivo a Pisa. Era ormai buio e solo allora l'architetto realizz che in quell'enorme spazio erano completamente soli.
Che fine hanno fatto i ragazzi e le vostre familiari? Le mie nutrici sono sempre state al mio servizio e di mia
madre, ma Pentecoste  anche il giorno in cui ogni servit  affrancata, lo stabiliva la legge di Mos. Le ho lasciate libere di andare dai loro conoscenti, a patto che si portassero con loro anche i ragazzi.
Finirono di cenare, le donne sarebbero tornate a breve. Cecilia accompagn Busketo alla porta. L'odore degli aromi si sovrapponeva, cedeva e talvolta prevaleva, rispetto all'esotico profumo di muschio. Erano l'uno di fronte all'altra, Busketo prese le mani di Cecilia tra le sue e se le avvicin al petto, la donna not un pendaglio: Cosa avete al collo?
 un Dolichos, un seme d'oro, il mio portafortuna.
Restarono cos per un poco, Cecilia giocherellava nervosamente con le dita facendo muovere quel ciondolo. Busketo esercit pi pressione e le blocc le mani, poi delicatamente si avvicin quelle palme alle labbra e le baci dolcemente. L'architetto fece per uscire, Cecilia assecond il suo movimento poi con un rapido passo si frappose fra l'uomo e la porta che si chiuse violentemente. Si fissarono un attimo perdendosi l'uno negli occhi dell'altra, poi ci fu un abbraccio appassionato, intorno a loro solo aromi e profumi, il mondo era rimasto chiuso fuori.


PARTE TERZA.
Io Busketo.


Introduzione Storica.

Gli anni appena trascorsi avevano portato a Pisa gloria e ricchezza. L'Imperatore Arrigo quarto aveva patito a Canossa una grande umiliazione, ma quell'attendere per tre giorni e tre notti di essere ricevuto da Papa Gregorio settimo, gli era valsa la revoca della scomunica. Arrigo era dunque tornato in Germania per sedare una ribellione dei Duchi e dei Principi tedeschi che lo volevano deporre a favore di Rodolfo di Svevia. Ci fu una dura guerra durata quattro anni che, dopo alterne vicende, vide Arrigo al fine vincitore. Forte di quel successo torn in Italia per risolvere molte questioni lasciate in sospeso e convoc nell'anno 1081 il Concilio di Bressanone al quale partecip anche il Vescovo pisano Gerardo Orlandi. Onorando la lealt e la forza di Pisa, l'Imperatore riconobbe in quel Concilio gli statuti pisani e decret il definitivo privilegio delle Consuetudini del Mare. Pisa era cos diventata indipendente ed ancor pi potente. Il vecchio Vescovo Landolfo che aveva pensato di piegare l'orgoglio cittadino minacciando scomuniche e pene infernali si era ammalato ed era morto ignorato da tutti, anche dallo stesso Papa Gregorio, che lo aveva mandato a Pisa nell'anno 1079. I pisani rappresentati dai loro Consoli avevano subito chiarito con Papa Gregorio settimo che non avrebbero gradito un altro Vescovo ipocrita ed impiccione e dopo molte consultazioni arriv la notizia della consacrazione di Gerardo,
della famiglia Orlandi, parente del Console Giovanni. Pisa ebbe un Vescovo pisano, uomo pio e retto che si adoper tanto per la gloria di Dio, quanto per quella della sua citt. Il vescovo Gerardo fece edificare nuove chiese in Pisa e fuori, persino nella selva di Tombolo e scrisse i regolamenti per la costruzione delle case e dei magazzini nella zona di Kinsika, Pisa cresceva. A Bressanone l'Imperatore Arrigo, per vendicarsi dell'onta di Canossa, dichiar decaduto Papa Gregorio nominando in sua vece l'antiPapa Clemente terzo e scese fino a Roma scacciando il maremmano che si rifugi a Salerno. Gregorio settimo, ormai vecchio ed esiliato, mor nel 1084 indicando il suo successore in un monaco di Benevento che fu acclamato Papa col nome di Vittore terzo. Pisa ebbe in quegli anni una splendida occasione e la colse al volo. Papa Vittore, vissuto fra Benevento e Montecassino, aveva certamente patito le periodiche incursioni dei saraceni che facevano razzia di beni e falcidia di genti su quelle coste. Fu suo fermo proposito quello di ripulire i mari dalle orde moresche ed appena ebbe il potere chiese a Pisa e a Genova di appartare interessi particolari e correre a liberare la Sardegna, nuovamente offesa dalle navi nemiche. Pisa rispose entusiasta e Genova si accod. Molti dei marinai e combattenti di quella flotta, su consiglio del Papa, si erano fatti ricamare o cucire sul mantello o sulla tunica una croce di stoffa. Vittore credeva nel valore religioso oltre che pratico di quella missione. Le navi pisane erano ornate da bandiere rosso vermiglio recanti la croce d'argento. Furono i primi combattenti crucesignati e molti altri negli anni a venire ne sarebbero sorti. Part Una grande flotta unita che non solo liber definitivamente i mari della Sardegna, ma si spinse sulle coste d'Africa in casa del nemico. N Gherardo morto nel 1085 n lo stesso Papa Vittore morto nel 1087, poterono gioire delle notizie gloriose riportate all'inizio dell'anno 1088 dalle coste africane. Caddero sotto il dominio pisano, ripagando in parte sacrificio dei cittadini suoi e primo fra tutti lo sfortunato Ugone Visconti, le potenti citt di Al Mahdia, Damietta e Zawila. Pisa aveva gettato le basi per la costruzione di un grande impero. Padrona di Corsica, Sardegna e di molte citt dell'Africa e dell'Asia, era la citt pi potente che, dopo Roma, si fosse mai affacciata sul Mare Nostrum. Nell'anno del Signore 1088 due eccelsi uomini salirono a ricoprire le cattedre rimaste vuote. Oddone di Lagery, Vescovo di origine francese, fu eletto Papa di tutta la cristianit col nome di Urbano secondo. Entr in Roma scacciando l'antiPapa Clemente terzo e preso possesso della citt, inizi subito la sua opera. A Pisa invece, dopo la morte del Vescovo Gerardo, si attesero tre anni prima di trovare un degno sostituto. Si dovette attendere il rientro nella citt natia di Daiberto dei Lanfranchi Rossi che si trovava in Spagna come Legato pontificio presso la corte di Re Alfonso. L'acclamazione fu contrastata dai monaci di San Michele appartenenti all'Ordine di Camaldoli e da altri monasteri di Ordine vallombrosano. Daiberto infatti era stato anni prima ordinato Diacono dal Vescovo di Magonza Guezelone, poi scomunicato e dichiarato eretico. Secondo le leggi che governavano quelle faccende, i discepoli e gli amici di uno scomunicato cadevano anch'essi in disgrazia. Ma Pisa ed i suoi cittadini fecero forza sulla stima e sul valore di quell'uomo, ricacciando le invidie dei monaci nelle umide e buie celle dei loro cenobi. Daiberto giunse a Pisa nel Luglio del 1088 dopo la consacrazione ottenuta da Papa Urbano secondo. La citt lo aveva accolto ed acclamato Vescovo secondo le antiche consuetudini cittadine. Ad una solenne messa, era seguita una grande festa che aveva animato la calda estate  pisana.


Capitolo 17.
Anno Pisano 1090 Indizione 12 Pisa, per la vendemmia di Ottobre.

In quegli anni Busketo e Cecilia avevano rafforzato il loro rapporto tenendolo tuttavia sempre lontano dagli occhi della gente e dalla luce del sole. Quando la vita lo permetteva, la donna con un ampio mantello e riparata da un cappuccio dello stesso colore della notte, scendeva con una piccola barca a remi lungo il corso dell'Arno, quasi portata dalla corrente. Ormeggiava nei pressi della Mescita e saliva nella comoda stanza dell'architetto. Nessuno si sarebbe mai sognato di rubare o danneggiare la barca che portava dipinta sulle fiancate alla prua la croce pomata di Provenza, identica a quella pisana, ma nera di contorno e vuota di colore. Nessuno avrebbe osato recare danno alle cose di Bertrand di Marsiglia. Capitava talvolta che la barca restasse ormeggiata per un giorno o due anzich ripartire nel cuore della notte, ma la gente di Pisa aveva troppo da fare per occuparsi di una cosa del genere e dopo i chiacchiericci delle prime volte, divenne per tutti un fatto normale. La solitudine di Donna Cecilia si era acuita da quando Vittore e Fabias erano partiti alla volta della Siria richiamati dal loro parente. Erano ormai uomini ed il loro destino era quello di mantenere vivi i commerci di quella famiglia dispersa. Dal canto suo Busketo frequentava la casa di Cecilia quando poteva, dapprima trovando ottimi pretesti, poi senza dovere spiegazioni a nessuno. Ottavio si era gravemente ammalato ed anche se aveva superato quelle terribili febbri, non riusciva
pi a lavorare come una volta. I due nipoti pi grandi, Tolomeo e Sigerato, erano stati indirizzati al molino e mancava una mano forte che lo aiutasse coi lavori nei campi. Sista si era rimboccata le maniche ed aiutava il padre accollandosi i lavori pi pesanti. Busketo aveva parlato spesso con la cara amica e dopo molte discussioni erano giunti ad un compromesso. Destro a otto anni era entrato a lavorare come apprendista nel cantiere. Busketo gli aveva assicurato una paga, l'istruzione sulle faccende del lavoro e su quelle del mondo, consentendogli di imparare a leggere e scrivere. Destro tornava a casa alla sera di ogni venerd con soldi utili alla famiglia, ogni volta pi forte, ogni volta pi grande. La chiesa era cresciuta. L'intero perimetro si era levato alto verso il cielo e una foresta di travi circondava l'edificio. Macchine da sollevamento azionate da animali, dalla forza degli operai o da quella delle acque dell'Ozeri mulinavano ogni giorno innalzando blocchi di bianco marmo. Il vecchio Bosio, primo fabbro navale dei cantieri cittadini, era morto e non aveva potuto scegliere con Busketo i legni migliori per impostare le coperture. Il suo posto era stato preso da Richerio, abile con gli arnesi e bravo a trattare con gli uomini e governava con saggezza il cantiere dopo aver nominato i suoi due aiutanti, ponendoli a capo dei due collegi di fabbri navali. Busketo si era assentato spesso da Pisa, aveva preso accordi coi signori di Corvaja, nei pressi di Seravezza in Vallebona. Le miniere davano argento utile alla citt, ma la lavorazione dei materiali estratti dalle grotte scavate a fatica permetteva anche di ottenere del piombo ottimo e dolce da lavorare. Il transetto Sud fu coperto di azzurre lastre di piombo che il sole ed il salmastro sbiancarono in breve tempo, ad un occhio profano poteva sembrare che anche il tetto fosse di candido marmo. Il tamburo ottagonale che doveva sostenere la cupola era stato impostato, ma c'era ancora molto lavoro da fare, i matronei, la facciata, i piani
alti e la partitura del tetto delle navate, cos come tutte le decorazione ed i fregi, mancavano completamente.
Al canto ritmato degli uomini, rispondevano allegramente le donne. La giornata era trascorsa in allegria, si era quasi giunti alle ultime viti del filare. Ottavio non s'era mosso dal tinaio, le sue gambe non lo sostenevano ed aveva la buona scusa di dover controllare il livello del tino. La vendemmia era iniziata da una settimana, prima era stata levata l'uva bianca, era stata fatta bollire e poi passata al torchio, a tutti pareva una buona annata. Di uva nera ce n'era di meno, era stato sufficiente un solo giorno e si era scelta la domenica cos che tutti i familiari potessero dare una mano. Busketo non si era fatto pregare, ora che passava moltissimo tempo con il giovane Destro, i legami con la famiglia di Ottavio erano molto serrati. Mentre le donne staccavano i grappoli e i bambini pi piccoli raccoglievano i chicchi d'uva che cadevano a terra, agli uomini toccavano i lavori di fatica ed anche l'architetto era impegnato a portare avanti e indietro bigonce piene verso casa e poi vuote verso il campo. Erano accorsi tutti, Auro con la moglie ed i due figlioli, Maiolo il fratello di Gerto con tutta la famiglia ed anche alcuni vicini. Sigerato aveva ormai venticinque anni e lavorava come un mulo accanto a Isella, sposata da poco. Tolomeo ne aveva diciannove, era bello come un dio antico e nonostante lavorasse al molino non aveva ancora smesso di sognare. Destro si avviava verso i tredici anni e non si staccava un attimo dal fianco dello zio Busketo. Altea non aveva lasciato mai la casa, si era alzata che era ancora notte ed aveva infornato il pane messo a lievitare il giorno prima. Poi si era occupata di preparare il pranzo per tutti, ma anche di aiutare Ottavio nelle faccende pi faticose. Gli ultimi grappoli furono staccati e tutti volsero verso casa, Sigerato and al pozzo per lavare tutte le lame usate per la vendemmia. L'ultima
uva fu schiacciata nelle bigonce, un po' col pigio di legno un po' coi piedi. Ottavio alla fine della giornata dette il suo assenso e i ragazzi si scalmanarono, sporcandosi a vicenda con quel succo scuro facendo infuriare le madri. L'uva rossa macchiava i panni e la pelle e ci sarebbe stato da lavorare sodo per lavare quell'esercito di figlioli. Busketo rideva seduto su uno sgabello nell'umido tinaio, assaporava quella semplice e contagiosa felicit. Altea comparve sulla soglia
Busketo vieni dentro a lavarti.
Era suonato pi come un ordine che come un invito e l'architetto entr in casa.
Ecco, prendi un po' di lesciva e strofina bene, l'uva nera macchia e se non la lavi subito non va pi via.
Erano soli nella grande cucina ed un velo di tristezza offuscava lo sguardo della donna.
Cosa ti preoccupa, Altea?
Sono in pena per Ottavio, i suoi giorni non saranno molti. Fa di tutto per non sembrare malato, ma anche lui sa che la fine  vicina. Dai, Altea non fare cos, guarda oggi, ha lavorato tutto il giorno, ha gli occhi vivi di chi vuol lottare ancora.
Oggi  andata bene, ma domani e poi ancora avanti? Promettimi che avrai sempre cura di Destro, che ci starai vicino quando arriver il momento.
Busketo abbracci Altea come un figlio abbraccia una madre. La tenne stretta fra le sue braccia mentre lei piangeva in silenzio. Stettero cos per un attimo eterno e quel contatto li rese pi complici e pi vicini. Gli altri iniziarono ad entrare. Sul fuoco bolliva un grande paiolo pieno d'acqua, apparve una tinozza di legno e uno dopo l'altro i bimbi pi piccoli furono lavati. Gli uomini e i ragazzi pi grandi si lavarono al pozzo. Venne la notte fresca e profumata dal fermento dei tini, gli amici ed i parenti erano partiti, ma Busketo si era trattenuto. Solo con Ottavio intento dietro al
portello del tino, attendeva l'ora di cena, i Tiene?
No, tutti gli anni  la solita storia, dico di farlo nuovo e poi non lo faccio, ma tanto  l'ultima volta.
L'hai detto anche l'anno scorso e l'anno prima, da quando vengo in questa casa dici sempre le stesse cose. Neanche questo sar l'ultimo, se non ti riesce fare uno sportello nuovo per il tino, ti mando qualcuno del cantiere navale.
Smetti di dire scemenze Busketo, guardami. Oggi ho avuto un giorno da leone, c'erano tutti i miei figli, i nipoti, gli amici, come facevo a farmi vedere malandato. Ma stanotte pianger per i dolori, domani magari rimarr allettato. Questa  l'ultima volta.
Rimasero in silenzio, consapevoli che quella era la verit, poi arriv una voce, la cena era pronta. Uscirono e Ottavio accost la porta della grande stanza.
Levami una curiosit, perch hai preso Destro e non Tolomeo?
Busketo chin il capo e non rispose, allora Ottavio lo incalz Guarda che lo so perch l'hai fatto, hai garantito una rendita alla mia famiglia quando hai capito che io ero malato, magari non avevi neanche bisogno di lui.
Destro va bene,  un ragazzo sveglio,  prudente e ti somiglia.
Lo so che mi somiglia, ma non hai risposto alla mia domanda.
L'architetto sospir, non poteva negare all'amico la sua sincerit e poi in fondo Ottavio voleva solo sentirsi narrare una storia che conosceva gi.
Quando Tolomeo era in et da entrare al cantiere io ero ancora troppo giovane, non pensavo al futuro come faccio ora. Tolomeo  il migliore,  come Sista.  sveglio, ha fascino e sa come trattare con le persone. Immagina ci che gli altri non riescono a vedere, arriva prima degli altri a capire
ogni cosa.  un talento sprecato anche al molino e se lo vuoi proprio sapere secondo me non ci rimarr per molto. In lui vive l'Ottavio che faceva il Ductor, non il contadino che poi  diventato. Destro  diverso ha le stesse doti del fratello, ma assomiglia al nonno contadino e non a quello che solcava i mari. Io avevo bisogno di un aiuto, di lasciare in ottime mani il cantiere quando arriver il mio momento. Tolomeo fuggir, Destro rimarr.
E Sigerato?
Quello assomiglia al padre, lasciamo perdere.
Ottavio si fece scuro in volto e Busketo si pent di aver pronunciato quelle ultime parole. Poi il viso cupo del vecchio si apr ad un tenero sorriso.
Hai ragione,  come il padre. Andiamo a cena.
Altea e Sista si prodigavano a servire gli uomini a tavola, erano sei e tutti affamati per la giornata di lavoro. Anche Isella dava una mano, ma esitava ogni volta che doveva prendere un'iniziativa ed aspettava di essere comandata. Tolomeo sembrava il pi allegro di tutti e si disinteressava completamente ai discorsi sulla vendemmia. Busketo not che ogni tanto sorrideva, come se la sua mente vagasse in luoghi meravigliosi. Fu suo fratello Destro a spezzare l'incantesimo, Mamma, Tolomeo ride!
Zitto scemo, rido quanto voglio.
La mano lesta di Ottavio assest un tremendo scapaccione alla nuca del nipote mezzano.
Niente offese in casa mia! Pretendo rispetto!
Un imbarazzante silenzio congel l'allegria della giornata, anche Destro che godeva della punizione comminata al fratello, non lo dava a vedere e rimaneva muto. Nessuna delle donne osava parlare, c'era il rischio che la serata finisse nella tristezza perch Ottavio non era tipo da tornare due volte sulla stessa faccenda. Ma Busketo aveva abbastanza voce in capitolo per sovvertire l'ordine delle cose Dimmi
un po' Tolomeo, cos' che ti mette tanta allegria?
 la figliola del mugnaio di corte Agonigi, quello di
Pisa.
Questa volta la manata part da Sista e centr in pieno il volto di Destro.
Non l'ha chiesto a te. Impara a parlare quando sei interrogato. Gerto, digli qualcosa!
I conti erano pari, e i fratelli si scambiarono un'occhiataccia, Gerto tenne la testa china sul piatto di legno e non disse niente. Tolomeo avrebbe voluto parlare, ma non tirava l'aria giusta. La cena fin fra i progetti per il giorno della svina e le considerazioni sulle trecce d'uva lasciate per fare il vino passito. Busketo si alz e si sedette fuori dall'uscio sulle pietre ancora calde dal sole d'autunno e con la schiena poggiata al muro di casa. Tolomeo lo raggiunse e si accomod accanto allo zio. Stettero per un po' in silenzio, poi Busketo fissando l'orizzonte dei campi davanti a casa, prese a parlare: Lo senti il calore di queste pietre sotto di noi?  quello giusto, Tolomeo. Ci sono posti freddi ed inospitali, ce ne sono di caldi ed assolati. In ogni parte del mondo potrai trovare bene o male, ma mai troverai il calore di queste pietre.
Perch mi dici queste cose, zio?
Perch sento che la tua vita scapper da queste mura, che non ti accontenterai di fare il lavoro di tuo padre e dell'altro tuo zio, che ti perderai forse, o forse no.
Tolomeo stette un bel po' in silenzio, poi si avvicin e parl sottovoce per non farsi sentire da dentro casa: Come fai a sapere che me ne voglio andare? Te l'ha detto mio padre?
No, Ottavio non mi ha detto niente ma si immagina quello che sento anche io. Dove andrai?
Voglio fare come hai fatto te quando hai combattuto a Rapallo, me lo ricordo sai?
Io non ho combattuto a Rapallo!
Dici sempre cos zio, ma lo so che eri sulla nave del Console e secondo me anche il mio babbo ha combattuto, ho sentito un mucchio di storie sulle guerre nell'Africa. Non che voglia uccidere qualcuno, ma voglio viaggiare e vedere il mondo e non morire soffocato di farina!
Busketo sospir, avrebbe voluto incatenare Tolomeo e tenerlo legato a quella casa, ma sapeva che era impossibile.
Promettimi una cosa.
S zio, dimmi.
Quando arriver il giorno devi venire a salutarmi e in qualunque posto tu debba andare, non devi andare di nascosto, ma a testa alta. Te lo prometto, sarai il primo a saperlo. Zio?
Dimmi.
Com' quella donna, quella Cecilia?
Busketo non si capacitava di come Tolomeo fosse passato in un batter di ciglia da un argomento tanto serio ad uno cos inutile e rispose offeso.
Non sono affari che ti riguardano.
Dai zio, dicono che sia la donna pi bella del mondo e quando ne parlano io sono orgoglioso perch  la dama di mio zio!
Un mare di emozioni assal l'architetto, pensava che la sua storia d'amore protetta dal buio e dal silenzio non fosse nota o che comunque non interessasse a nessuno. Si perse con la mente tra il desiderio di negare e quello di parlare almeno una volta della donna che amava. Vinse il secondo sentimento. Cecilia  una donna straordinaria, sa essere amica e sa essere donna, sa indirizzare le cose e sa anche quando lasciarlo fare agli altri. Sai le navi in mezzo al mare? Con lei mi sento sempre un po' barca, un po' approdo, ma mai le due cose contemporaneamente.
Ma la sposerai?
 gi sposata e lo sai bene, non farmi altre domande.
Sista si affacci sulla porta di casa.
Torni a Pisa?  tardi per andare allo scalo dei marmi.
Se per voi va bene resto, siamo in tanti stasera, posso anche dormire nella stalla.
Vieni dentro, dai, lo sai che il tuo posto non lo tocca nessuno.
Salirono tutti per la notte, tranne Ottavio. Da un po' di tempo non riusciva a fare le scale e la sera si addormentava accanto al camino sdraiato su un paglione che Altea gli aveva cucito. Busketo rimase con l'amico, si versarono del vino aromatico e si sedettero vicino al fuoco ormai spento. L'unica candela si spense e rimase solo la luce incerta delle braci a rischiarare appena i volti.
Come ti trovi col nuovo Vescovo?
Ora bene. Ti ricordi che anche lui all'inizio pretese che finissimo i lavori al vescovado. Fu una perdita di tempo prezioso per la chiesa, per una volta accontentato non ha pi avanzato richieste. Daiberto non ha troppo a cuore il cantiere. Ogni tanto viene, si informa, vuol vedere i conti, ma le sue mire sono altre.
Si dice che sia intimo amico del Papa, questo  un bene per Pisa?
Non lo so, il Consiglio dei dodici mi pare che abbia meno potere. Sono tutti vecchi anche i nuovi entrati, se non muore qualcun altro e si rinnova non potranno combattere contro la forza del Vescovo.
L'importante  che Daiberto non si faccia trascinare dal Papa in qualche lotta contro l'Impero, sarebbe una tragedia per Pisa, per te e la tua chiesa.
Sarebbe una tragedia per la gente, Ottavio, per i ragazzi, per le madri, la guerra non porta mai niente di buono, anche se la vinci.
 vero, dimmi un po', come sta Cecilia?
Volete tutti sapere di Cecilia, sta bene, ti saluta. In questi giorni si trova al castello di San Miniato, deve contrattare l'acquisto dello zafferano da spedire in Siria.
Ci fu una lunga pausa, Ottavio respirava a fatica.
Fra un po' mi sa che raggiunger il mio amico Giovanni Orlandi, neanche il suo dottore venuto da Alessandria lo ha potuto salvare. E io non ho nemmeno un dottore.
Non ti serve un dottore, ti basta un po' di riposo. Andiamo a letto Ottavio, vuoi che ti aiuti?
No, faccio da solo, sali nella tua tana, mi piace sapere che sei l a dormire mi fa sentire come tanti anni fa.
Va bene allora, buonanotte.
L'architetto fece per salire le scale ma una nuova domanda lo ferm al primo scalino. Come  morto l'Orlandi?
Il Console era malato di idropisia, s' salvato dalle acque tante volte e poi  morto affogato nei suoi umori. Ma te hai la pelle troppo dura per morire. Dormi, Ottavio.
Sahl, Sahl aspetta.
Busketo rabbrivid, erano anni che nessuno lo chiamava col suo vero nome, come una piccola barca in mezzo alla tempesta, sband rischiando di cadere dalle scale. Si sedette guardando verso il basso. La voce di Ottavio gli giungeva ovattata, parlava in arabo, lentamente e a fatica, forse piangeva. Si raccomand e preg l'amico di vegliare sulla sua famiglia, lo fece giurare di accudire tutti i suoi familiari. Poi chiese perdono a tutte le madri e ai padri di quei suoi compagni di un tempo, gli sventurati morti molti anni prima nelle acque di Sfax. Busketo piangeva in silenzio, le lacrime gli rigavano le guance e il buio ora era quello degli umidi abissi. La voce dell'amico giungeva sorda.
Ricordati di queste parole, Sahl, anche quando non ci sar pi.
Ti sbagli, Ottavio, ci sarai sempre.


Capitolo 18.
Anno Pisano 1094 Indizione I Pisa, per la notte di Natale.

Il fumo delle candele e delle torce saliva verso l'alto e s'addensava fino ad oscurare le travature del transetto. Alzando gli occhi si poteva notare come il fumo rimanesse immobile fino all'incrocio con la navata, ma come invece fuggisse rapido verso il cielo pochi passi pi in l. La copertura della cupola, cos come quella della navata principale, non erano ancora state iniziate. Al loro posto uno squarcio a forma di ottagono ed un altro, un immenso rettangolo, incorniciavano il nero abisso dei cieli notturni. La fumosa illuminazione arrossava i volti e le vesti, ma gi poche braccia pi in alto il buio s'impadroniva dell'immenso spazio. Alla messa vespertina avevano partecipato in pochi, perlopi diversi gruppi familiari di gente umile e alla fine della messa, invece di andarsene, si erano trattenuti mangiando un pasto frugale che si erano portati da casa. Quel sacrificio di rimanere in chiesa, al freddo intenso per diverse ore aveva fruttato un ottimo posto nelle prime file da cui poter seguire la messa ad noctem. Il vescovo Daiberto, gi all'inizio del mese aveva comunicato la grande notizia: Papa Urbano secondo sarebbe venuto a Pisa per celebrare la messa del Santo Natale. La citt era piombata dapprima nella confusione. Le voci si rincorrevano, chi parlava della venuta di un seguito numeroso, chi di mille cavalieri e altrettanti fanti. Si diceva che sarebbe arrivato per mare, altri lo davano di ritorno dalla sua natia Lagery nei lontanissimi territori a Nord dell'Impero. Daiberto era stato costretto, celebrando la messa della terza domenica dell'adventus, a fornire precise spiegazioni ed impartire severi ordini per evitare che la citt si facesse trovare impreparata. Urbano era arrivato con pochissimo seguito il giorno di San Zeffirino, cinque albe prima di Natale ed aveva preso alloggio insieme a Daiberto nel nuovo Vescovado di San Giorgio. Rimondino nonostante il freddo aveva sudato come mai in vita sua, affannandosi a dirigere i preparativi per accogliere il Papa. Daiberto aveva avuto modo di apprezzare Rimondino tre anni prima, quando il Papa aveva concesso a Pisa la donazione ufficiale della Corsica e la legazione perpetua della Sardegna elevando il Vescovo alla carica di Arcivescovo e Metropolita. In quell'occasione la competenza del contabile del cantiere e la sua sveltezza e precisione nel leggere e nello scrivere lo avevano fatto notare. Rimondino aveva aiutato Daiberto a scrivere le bolle e le lettere per tutti i suoi sottoposti dislocati nelle numerose parrocchie e comunit sparse nei possedimenti pisani. Anche per la venuta del Papa, il Vescovo si era servito di lui per tutte quelle faccende che imponevano la preparazione dei documenti. La notte di Natale era giunta e la chiesa era gremita come mai lo era stata. Un irreale silenzio accompagnava la celebrazione, nessuno osava emettere un fiato e nessuno osava accennare un movimento. Nelle prime file l'ammirazione per il Papa aveva reso i presenti muti ed immobili come le statue che gli scalpellini musulmani plasmavano nel bianco marmo. Urbano aveva celebrato la messa in modo solenne, ma senza il tono arrogante di qualche prete di campagna. Aveva usato sempre la lingua latina per molti incomprensibile, ma rispettata e ammantata di sacralit. Per la prima volta era stato montato un altare di fronte al catino dell'abside principale nel punto pi elevato del presbiterio. Il celebrante con il volto rivolto verso la folla aveva di fronte a s tutta la maestosit della grande
chiesa. Cinque immense navate scandite da una foresta di colonne, uno spazio immenso eppure gremito dagli uomini pisani. Nonostante il divieto di Busketo e l'appello del vescovo, in molti si erano arrampicati su per le impalcature della chiesa, che anche se agibile, restava sempre un cantiere. I padri avevano issato i figli ed i ragazzi pi grandi erano saliti con destrezza. Sopra le navate laterali si aprivano, scanditi da eleganti colonnati, i matronei, le aree destinate alle donne che potevano seguire le celebrazioni stando cos separate dagli uomini. A destra e a sinistra i due transetti con tre navate ciascuno sembravano chiese nella chiesa, spazi quasi indipendenti tanto erano vasti. Nel transetto di mezzogiorno stavano i prelati e i Vescovi di Lucca e di altre citt vicine. Era quello lo spazio pi usato dai preti del Vescovado che usavano celebrare le loro messe sempre da quella parte. A destra nel transetto di tramontana, si erano invece sistemati alcuni legati dell'Imperatore, Conti e Visconti di citt vicine e lontane, alcuni non troppo graditi al Papa e ai pisani, ma che non potevano mancare ad un tale evento. Si erano sistemati da quella parte anche gli uomini delle famiglie pisane imparentate o legate alla famiglia imperiale, esponenti di antiche dinastie venute ai tempi della calata longobarda o scese a Pisa ogni volta che un nuovo discendente saliva al trono. Il popolo pisano riempiva ogni spazio e anche dal fondo della chiesa si poteva scorgere il muto e ritmato pregare del Papa, come in un perfetto teatro ogni spettatore godeva dell'atteso spettacolo. Urbano era un uomo avvezzo alla vita pratica e negli anni di governo aveva dimostrato un grande acume politico. Queste sue caratteristiche lo rendevano ben accetto agli occhi dei pisani che di solito vedevano nella figura del Papa pi un nemico avido che un fedele alleato. Alla fine della celebrazione, sorprendendo tutti, Urbano si rivolse ai presenti usando la lingua degli umili e con la sua voce potente e risoluta si fece
intendere fino nei pi lontani angoli della chiesa. La potenza di questa citt  evidente e manifesta in questo tempio che il popolo di Pisa volle costruire ad onore e gloria di Dio Padre Onnipotente.  cosa buona e giusta che questa adunanza, in questa notte di Natale, renda ringraziamento e plauso a chi ha reso possibile che quest'opera si potesse realizzare e soprattutto,  doveroso ringraziare il Signore che guida sempre saggiamente i passi incerti dell'uomo. Te Deum laudmus, te Dominum confitmur. Te aeternum Patrem omnis terra veneratur. Tibi omnes angeli tibi caeli...
La prima frase dell'antico inno di ringraziamento al Signore fu recitata dal solo Urbano, ma prosegu declamata all'unisono da tutta Pisa. Solo un uomo tenne serrata la bocca cos come i pugni, incapace di muoversi, incapace quasi di respirare. Busketo sent che le parole del Papa erano rivolte anche a lui e quel pensiero lo aveva pietrificato. Quella piccola porzione di gloria lo aveva reso incapace di muoversi. Molti anni prima, ammaliato da una lama di luce che all'alba filtrava dalla monofora della basilica di San Simeone, aveva promesso di dedicare la sua opera a Dio, di mettere la sua vita a disposizione della sua volont e di costruire in terra la Sua casa. Ora, a distanza di tanto, troppo tempo, consapevole di aver abbandonato il Signore troppe volte, sentiva che la ruota della vita lo ripagava di tutti i sacrifici. Aveva abbandonato padre e madre, aveva abbandonato gli amici, ne aveva trovati di nuovi perdendo per sempre i genitori e i fratelli. Straniero fra stranieri non era riuscito a farsi una famiglia e ad avere figli suoi. Talvolta gli era parso tutto sopportabile, altre volte aveva pianto nelle lunghe e solitarie notti. Ora quel Dio che spesso aveva offeso, trascurato e perfino talvolta bestemmiato, lo ringraziava per bocca del suo massimo apostolo in terra, per bocca del Papa. Fu sul punto di piangere ma si trattenne. Cerc con lo sguardo i vecchi amici, ma al loro posto sedevano nuovi volti e da Orsiniano non s'era fatto vivo nessuno. Cecilia, l'unica persona che rappresentava per lui un autentico legame familiare era presente, ma sicuramente era in alto nei matronei, alz gli occhi ma dalla sua posizione era impossibile scorgerla. Pieg il capo osservando lo spicchio di cielo che si intravedeva laddove un giorno sarebbe stata strutturata la cupola ellittica. La flebile luce della luna illuminava il contorno di grosse nubi e le rendeva appena percettibili. La preghiera fin ed il Papa conged la folla in modo solenne. Un canto intonato dai monaci del chiostro di San Michele fuori le mura si alz potente e rese immensa gioia a Daiberto. Le voci che si alzavano al cielo provenivano dalle stesse bocche che anni prima si erano opposte alla sua acclamazione. L'invidia che il suo insediamento aveva suscitata era ora tramutata in accomodante condiscendenza. La folla cominci a defluire, il Papa e tutti i celebranti si spostarono nelle sacrestie per svestire i paramenti sacri. Busketo rest immobile ed indeciso se farsi vedere dal Vescovo e da Papa Urbano oppure mescolarsi alla moltitudine delle genti e sparire. Nel transetto Nord si alz un gran brusio, un folto gruppo di uomini si era radunato intorno ad alcune persone che non parevano esser di Pisa. Busketo non si avvicin ma osserv la scena con attenzione, come se assistesse ad uno spettacolo di muti. Not Rimondino nei pressi del crocchio ed attese che quell'adunanza si sciogliesse per poi interrogare il fedele amico, i Chi sono?, chiese voltando il capo verso il transetto. ! Sono nobili del Nord, fra loro c' il Conte di Blois e il Duca di Normandia, erano seduti da quella parte hanno parlato solo loro, gli altri ascoltavano, del resto  nel loro diritto usare quella porzione della chiesa per i loro affari.
Busketo detestava il fatto che la nobilt potesse usare una chiesa, la sua chiesa, per tenere processi, emettere sentenze, amministrare la giustizia o pi spesso creare l'ingiustizia. Quella era la sua chiesa dedicata a Dio e alla Madonna, nessuno fino ad allora aveva osato profanarla con atti di politica. Alcuni di quegli uomini dal fare sicuro ed autoritario si attardavano ancora a confabulare e l'architetto si avvicin mescolandosi alla folla. Un uomo alto e robusto vestito con una pregiata tunica ed un bellissimo mantello parlava agitando la mano sinistra, mentre la destra stava sempre appoggiata all'elsa di una possente spada. Nonostante il forte accento forestiero il discorso era chiaro ed il tono suadente. Vi dico che i Conti ed i Marchesi delle terre al di l delle Alpi sono gi stati interpellati. Ci sar presto una grande chiamata, un'adunanza di corti e reami, di clero e di popolo e si dovr allestire un'armata per riconquistare la citt Santa.
In molti si fecero il segno della croce, altri fecero gesti di scongiuro, qualcuno si allontan, altri ancora si serrarono a quel mucchio. Una voce si lev tra i presenti. Ma voi cosa offrite a chi vi seguir?
Quello che fra i forestieri sembrava avere pi autorit e che fino a quel momento si era tenuto in disparte, si fece avanti. Il tono della sua voce non ammetteva repliche. Voi ci chiedete cosa abbiamo da offrirvi? Ma voi, chi siete? Forse uomini buoni e bravi combattenti o forse siete malvagi e rapaci o forse non siete niente. Noi vi concediamo di affiancarci nella pi gloriosa di tutte le imprese. Liberare la citt Santa di Gerusalemme dall'invasore e rendere gloria al Signore riscattando in eterno la vostra vita e quella dei vostri consimili. La vostra fede sar la sola arma, la vostra fede vi far alzare dai vostri focolari. Noi non vi offriamo niente, sar Dio stesso a ricompensarvi.
Si lev un brusio ma nessuno os replicare, gli uomini del Nord si apprestarono ad uscire e le persone si dispersero. Busketo torn sui suoi passi, aveva dimenticato il ringraziamento del Papa ed una nuova preoccupazione aveva
invaso i suoi pensieri. Se quello che dicevano i nobili stranieri corrispondeva al vero, presto ci sarebbe stata un'altra guerra, un'altra conquista o un'altra disfatta, sicuramente un'altra carneficina. Il pensiero dell'Architetto and ai suoi uomini ed al cantiere, doveva preservarli da una tale follia. Un'impresa cos lontana nelle terre dove Ges era nato, ma dove il credo di Maometto imperava, non poteva di certo I immaginarla. Era nato in un paese musulmano e conosceva bene i rapporti e le abitudini di quei luoghi. C'era chi ubbidiva e chi comandava, era sempre stato cos e l'ordine delle cose era per lui immutabile. L'idea che qualcuno pensasse di sfidare la potenza e la forza degli eserciti d'oltremare lo fece rabbrividire. Era una follia, sarebbero morti innocenti e povera gente e tutto per la gloria di Dio, ma Dio, voleva tutto quello? Si volse verso l'altro transetto, il Papa e tutto il suo seguito erano ormai usciti. Di certo un uomo saggio come Urbano non avrebbe mai permesso che uno scempio tale potesse avvenire. Questo pensiero lo rasseren, forse quelli che aveva appena udito erano solo pensieri di pochi scellerati senza senno, forse non ci sarebbe stata mai nessuna guerra di tale fatta. Ad un tratto si ricord di Cecilia, dovevano vedersi e corse fuori dalla chiesa attraversando tutta la navata principale.
La mattina seguente quando un pallido sole era gi alto, Busketo torn al cantiere per verificare se la moltitudine della sera prima avesse causato danni alle impalcature o se qualcosa fosse stato trafugato. Not con piacere che il rispetto dei pisani per quel luogo era cresciuto nel tempo e a parte qualche scala spostata ed alcuni travi di legno trovati fuori posto, tutto era in ordine. Sbrigate quelle faccende, pian piano una grande tristezza lo assal, era di nuovo Natale, era di nuovo la festa del Signore Ges e lui come al solito si trovava da solo. Cecilia aveva insistito per averlo con lei a pranzo, ma la presenza di certi parenti suoi lo avevano fatto decidere per non andare. Altea per voce di Destro lo aveva invitato ad Orsiniano, ma da quando Ottavio era morto, tutto l'equilibrio e l'amore di quella casa era scemato. I suoi nipoti erano ormai grandi, indipendenti, non aspettavano pi lo zio architetto con ansia e trepidazione. Destro poi era sempre al suo fianco e lo aggiornava costantemente sulle crisi di pianto della nonna ed anche della madre. Si doleva Busketo per la tristezza di Sista, era dispiaciuto nel saperla cupa e sola, ma era consapevole di non poter fare molto e forse non voleva accollarsi anche quei problemi, quelle ulteriori tristezze. Avrebbe mangiato alla mescita, avrebbe riposato, c'era poi da progettare la travatura della cupola, reperire dell'ottimo legname da piegare col fuoco per adattarlo alle curvature, c'era ancora molto lavoro da fare. Busketo vagava in compagnia dei suoi pensieri, quando un giovane prete del vescovado lo chiam e gli si fece vicino. Maestro Busketo, l'Arcivescovo Daiberto vi convoca oggi dopo il desinare, dopo l'ora nona, ma prima del vespro.
Busketo fece un cenno d'assenso col capo e conged il giovane. Gli era passato l'appetito ed anche ogni altra malinconia. Una convocazione cos ufficiale da Daiberto non l'aveva mai ricevuta. Quando voleva sapere qualcosa mandava a chiamare con modi spicci oppure veniva al cantiere di persona, il pi delle volte in definitiva si fidava di Rimondino e dei suoi resoconti. Cosa voleva stavolta? Di certo c'entrava il Papa e magari voleva imporre qualche modifica alla chiesa. La sera prima lo aveva lodato pubblicamente s che ora non avrebbe potuto negargli nessun favore. I papi erano arrivati fino a ricoprire quella carica per vocazione certo, ma erano scaltri, i pi scaltri fra gli uomini. Le ore che lo separavano da quell'incontro sembravano non passare mai. Poi la campanella di Santa Cristina risuon allegra e Busketo quasi di malavoglia si alz dal suo letto caldo ed usc incamminandosi verso l'Arcivescovado di San Giorgio.
Gett uno sguardo al cielo che pareva freddo e distante, il sole aveva gi iniziato a calare verso terra e non riusciva pi a dare calore. L'architetto travers il ponte si infil in Via delle Colonne. Per la strada pochissima gente, non era un giorno di lavoro ed il freddo teneva tutti lontani dalle vie. Prosegu dritto nella Via di Borgo e giunto alla Piazza di Rivolta, gir a sinistra per Via San Cristoforo. Davanti a San Giorgio si blocc ed esit a varcare la soglia del palazzo tanta era l'apprensione. Sulla porta due soldati del Papa montavano di guardia, non ebbe per bisogno di dare molte giustificazioni. Sono atteso, disse, ed entr. Aveva progettato lui quel palazzo di due piani pi largo che alto e che fasciava la vecchia chiesa di San Giorgio e quasi la inglobava. Il chiostro era stato progettato e costruito in modo semplice e senza sfarzo, quasi fosse una semplice cornice agli orti che racchiudeva. Aveva immaginato lui quelle mura e diretto i lavori eppure ora si trovava sperduto tra pareti che sentiva ostili. Uno dei soldati di guardia alla porta lo precedeva e lo comand di aspettare. Fu chiamato dall'alto di una scala e sal al piano superiore. Non entrava da molto tempo in quella stanza e se la ricordava diversa. Le pareti erano fasciate da liste di legno per preservare il calore, c'erano pesanti tendaggi appesi davanti alle finestre. Nel grande camino posto al centro della parete interna ardeva un fuoco alto e vivace. L'illuminazione era garantita da candele e torce, ma l'odore nella stanza era buono e Busketo colse anche il residuo del profumo di arrosti di carne. Daiberto e Urbano stavano seduti di fronte al camino, sui volti arrossati dal calore e dal vino, si aprivano serafici sorrisi. L'architetto entr e fatti pochi passi si inginocchi rispettosamente. Lev prima il capo e poi si alz in piedi solo quando gli fu comandato con fare bonario. Alzatevi Maestro, accomodatevi.
Per un attimo nella stanza il silenzio fu rotto solo dal crepitio
delle fiamme, Busketo teneva gli occhi bassi in attesa di essere interrogato, ma il Papa esitava. Daiberto ruppe il silenzio.
Busketo, ti ho fatto convocare perch il Pontefice vuole conferire con te, da solo. Usa bene questo tempo, vi lascio.
L'Arcivescovo si alz e lasci la stanza, a Busketo scoppiavano le tempie tanto era il battere del cuore. Daiberto li aveva lasciati soli ma di certo era al corrente di ci che il Papa voleva sapere. L'aveva ammonito ad usare bene il tempo, come doveva interpretare quelle parole? Urbano si alz, attizz il fuoco e si mise in piedi con le spalle alle fiamme e le mani unite dietro la schiena.
Siete riuscito a costruire una bella chiesa, da quanto tempo ci lavorate?
Sono pi o meno... grazie Santit, dicevo sono trent'anni che mando avanti il cantiere.
Sono stato informato, siete arrivato a Pisa molto giovane, ma quello che mi interessa  altro. Quale dei parametri della creazione avete scelto per progettare la chiesa?
A quella domanda Busketo ebbe il coraggio di alzare gli occhi e di fissare il Papa. Era meravigliato e stupito, non sapeva se fosse una trappola per fargli confessare di detenere conoscenze che solo gli architetti e gli astronomi dovevano gestire. Il clero aveva sempre additato quelle conoscenze come frutti del peccato e della superbia. San Benedetto nella sua "Regola" aveva scritto che un architetto non doveva in alcun modo divulgare le proprie conoscenze, pena le fiamme dell'inferno. Il Maestro esit, il Papa sorrise e torn a sedersi. Forse non sapete molto della mia vita e della mia storia, sono stato giovane anch'io ed ho percorso molta strada. Una delle mie esperienze mi port ad entrare nell'Abazia di Cluny e poi ne divenni Priore.  passato molto tempo, ma le conoscenze che acquisii in quegli anni
sono ancora ben fissate nella mia mente.
Busketo parve rilassarsi un poco, non poteva mentire e non doveva commettere errori.
Ho seguito le indicazioni del saggio Eratostene, ho calcolato la circonferenza della terra per la sezione che passa per Pisa e...
Busketo si interruppe bruscamente quando un beffardo sorriso apparve sulla bocca del Papa.
Dunque voi sostenete che la terra sia sferica. Siete tra quelli che preferiscono le idee di Erodoto e Aristotele a quelle di Sant'Agostino o Sant'Isidoro di Siviglia? Vi fate beffa del Commentario dell'Apocalisse del Beato di Valcavado?
Il tono del Papa era salito man mano che procedeva e pareva che alla fine stesse quasi per scoppiare. Busketo era terrorizzato e convinto di essere caduto in una tagliola tesagli per eliminarlo e porre qualcun altro al suo posto. Pens a quanto aveva di pi caro, era sul punto di perdere tutto. Doveva difendersi o cedere alla pressione di Urbano? Si sent un codardo, da oltre trent'anni seguiva con rigore le sue convinzioni, aveva lottato per mantenerle salde ed ora non voleva e non poteva arretrare.
So per certo che quando si tenta di rappresentare l'Ecumene su di una pergamena e si circonda tutta la terra conosciuta dall'oceano mare, si compie invero un atto di verit ed uno di menzogna. Le terre emerse dalle acque sono rappresentate come se fossero deposte sopra un piatto, ma  una necessit degli astronomi, non corrisponde esattamente al vero.
E dunque quale sarebbe il vero?
Se siete stato Priore in Cluny, dovete per forza sapere che Annone o Phyteas e molti altri navigatori dell'antica Cartagine avevano esplorato il mare al di fuori delle Colonne d'Ercole gi trecento anni prima che nascesse il nostro Cristo. Dovete per forza sapere che divisero il mondo in
reticoli di latitudine e longitudine e che la terra  sferica come i cachi che sono in quel vassoio. Ho parlato spesso con monaci di ogni Ordine, coi frati dedicati alla costruzione delle loro chiese. Loro e solo loro, monaci e architetti allo stesso tempo, sapevano tutte queste cose cos come i loro pi diretti ed illuminati superiori. Voi, Eccelso Padre, potete forse non concordare, ma non potete sostenere che le mie argomentazioni siano fallaci.
Il Papa sprofond nella sua poltrona dall'alto schienale rivestito di stoffa rossastra. Sorrise, questa volta in modo pi sincero, quasi benigno.
Mi avevano detto che eravate un uomo duro come la roccia. Avete preferito non rinnegare le vostre conoscenze piuttosto che leccare i miei piedi come pare vogliano far tutti. Non  molto tempo che ho incontrato il mio Maestro Brunone di Colonia. Mi indusse ad abbracciare la vita monastica, mi fece entrare a Cluny, eppure ora lui ne  scappato ed ha fondato un nuovo e pi puro cenobio, una gran Certosa dove vive in purezza.
Il Papa si chiuse in un lungo silenzio con gli occhi fissi sul baluginare delle fiamme. Pareva assorto, forse stava ricordando il passato, rivivendo attimi o emozioni. Busketo si intromise nei suoi pensieri.
Cosa vi ha detto il vostro Maestro?
Mi ha detto di non rinnegare mai la mia fede, di non retrocedere mai di fronte al pericolo, di non permettere a nessuno di calpestare il mio sogno. Voi potreste andare d'accordo con Brunone, siete fatti della stessa pasta. Tu hai la tua chiesa, io ho il mio progetto, Dio lo vuole ed io sar il suo umile servo.
Saprete di certo essere un ottimo servo di Nostro Signore.
Pu darsi, ma da solo non potr farcela, avr bisogno di schiere, di eserciti, di citt armate, di flotte e galee.
Busketo ebbe un tremito e si sovvenne delle notizie che aveva appreso la sera prima in chiesa. Dunque era vero che ci sarebbe stata una guerra, dunque era vero che si sarebbero armati degli eserciti, os esternare un'idea che aveva in mente gi dal mattino.
Sommo Pontefice, sono avanti negli anni e non sono un valido combattente, vorrei poter continuare a servire il Signore, cercando di completare la chiesa.
Urbano stette un po' in silenzio scuotendo il capo come se volesse dare una risposta affermativa.
Parler con Daiberto, gli uomini del cantiere lavorano gi per la gloria di Dio, non farete parte della schiera degli armati, poi aggiunse ridendo Daiberto dovr ammettere che avete saputo usare bene il vostro tempo. Lasciatemi solo ora.
Busketo si inginocchi e gli baci la mano che Urbano gli pose con fare annoiato. Arretr fino alla porta senza voltarsi e dare le spalle, apr e scapp via senza proferire parola. Il colloquio col Papa poteva rivelarsi una catastrofe e invece ne aveva tratto un probabile beneficio. Scese in strada e per un po' si mise a correre, il fiato corto lo ferm ed il nodo che aveva serrato alla gola si sciolse. Pianse lacrime amare, lacrime di solitudine, lacrime di soddisfazione. Si era fatto buio, rientr alla mescita.
Nei giorni che seguirono Urbano non usc mai dall'Arcivescovado, Rimondino diceva che con Daiberto passavano tutto il tempo a scrivere ed a provare discorsi. Li si sentiva argomentare, sospendere, riprovare pi volte le stesse parole. Rimondino affermava che parlavano di una terra in Canaan ricca di latte e miele, ma anche di cavalieri crucesi-gnati e armi e spesso univano le loro voci e gridavano Dieu le veult.
Busketo invece per vari giorni fu assediato da una fila di curiosi che venivano ad interrogarlo in merito al colloquio
avuto col Papa. Mentiva a tutti affermando che avevano affrontato questioni economiche del cantiere. Alla Vigilia dell'Epifania di Nostro Signore Pisa apprese con ansia una nuova notizia. Il Papa e Daiberto avrebbero lasciato insieme la citt per recarsi nelle terre del Nord, forse a Cluny, in Francia. Ora che il potere dell'Arcivescovo era cresciuto a dismisura, questi abbandonava la citt. Ci si interrogava sul senso di una tale necessit, ma nessuno osava chiedere dirette informazioni. All'alba del giorno dell'Epifania, Busketo fu svegliato da colpi secchi agli scuri della sua finestra. Ancora assonnato realizz che qualcuno stava lanciando sassi alla sua camera. Si alz indispettito e si affacci. Una gelida morsa gli serr la gola, in strada un gruppo di uomini incappucciati stavano col naso all'aria e gli sguardi protesi verso di lui.
Chi siete?
Zio, son Tolomeo. Con me ci sono Primo di Primo, Coscetto da Colle, Goffredo, Eustachio e anche Letoldo e Gisleberto e poi Obizio Lanfranchi.
E dove andate a quest'ora?
A Lucca, ci uniamo alle schiere del Conte di Normandia.
Ma come sarebbe a dire, dove pensate di arrivare?
A Gerusalemme zio, andiamo a liberare il Santo Sepolcro di Nostro Signore.
Pazzi scellerati, non ve lo permetto. Tolomeo fermati!
Ti avevo promesso che saresti stato il primo a saperlo e che sarei partito a testa alta. Abbi cura di te zio. Vado!
No, Tolomeo aspetta!
Busketo scese le scale in fretta, tolse il chiavistello e si affacci in strada. Ormai troppo lontani, avvolti nei loro scuri mantelli, quei giovani scellerati avevano gi abbandonato la loro esistenza pisana.


Capitolo 19.
Anno Pisano 1096 Indizione 3 Pisa, a Capodanno.

Nel punto pi alto del cantiere, inginocchiati su un asse delle impalcature stavano Busketo e Destro. Il Maestro, col volto bruciato dal sole ed i capelli ormai ammantati d'argento, osservava il nipote dalla lunga capigliatura raccolta dietro la nuca e dalla folta barba bionda che gli incorniciava il volto. Aveva ereditato gli occhi della madre e le lunghe ciglia sbattevano nervosamente l'aria. Intorno a loro, arrampicati sui pali e sulle travi, gli operai del cantiere osservavano in silenzio. Il tamburo a forma di ottagono scaricava il suo peso verso il basso sui quattro enormi pilastri che delimitavano l'incrocio dei transetti con la grande navata. Gli otto lati della struttura che avrebbe sostenuto la cupola non erano di muro pieno. Busketo aveva pensato di creare un sistema di archi che non appesantisse la costruzione e che al tempo stesso rendesse stabile l'appoggio per la posa delle enormi e ricurve lastre di piombo. Sette archi erano stati completati, mancava l'ottavo. Le pietre dell'arcata erano state posate con cura sulla centina di legno modellata dai carpentieri ed agganciate con staffe di piombo. Mancava solo una pietra, quella che avrebbe concluso il lavoro, la chiave di volta. La squadratura delle pietre era sempre stata fatta dagli scalpellini musulmani, al cantiere lavoravano ormai i nipoti dei primi arrivati da Sidone molti anni prima. Alcuni di quelli si erano sposati, integrati nella citt, altri erano tornati in patria e ne erano arrivati di nuovi. Busketo si fidava di loro,
non prendevano mai iniziative e operavano sempre secondo le direttive che avevano ricevuto. Destro al cantiere era diventato un eccellente posatore, ma spesso inveiva quando i commenti di una pietra squadrata non erano perfetti, quando due incastri risultavano troppo lassi. Si era cos avvicinato sulle prime con astio e poi con ammirazione al lavoro degli scalpellini. Metodico, osservatore e paziente, aveva imparato ben presto a dominare la pietra, a rispettare il fragile calcare di San Giuliano, ad essere pi deciso con quello di Fili Tulum. Busketo lo aveva lasciato fare non trascurando mai di impartirgli gli insegnamenti che gli avrebbero permesso un giorno di diventare a sua volta un architetto. Destro aveva ormai superato i diciotto anni ed era tempo che il cantiere lo premiasse per tutto il lavoro che aveva svolto per quasi tre lustri. Cos Busketo gli aveva affidato un blocco di marmo non particolarmente bello, scuro, quasi nero, striato, brutto e forse difficile da lavorare e lo comand di costruire la sua chiave di volta.-Le misure del blocco erano state determinate in base all'apertura dell'arco che gli scalpellini musulmani avevano prima impostato a terra sulla centina di legno e poi posto in opera in cima alle travature del cantiere. Il ragazzo dovette lavorare senza mai poter verificare se la sua opera si incastrasse alla perfezione nel lavoro degli altri. Era suo dovere produrre un lavoro come l'arte dell'opera imponeva. Quel mattino l'aria frizzante della primavera faceva ancora arrossire i volti e gocciolare le narici, ma lass a pi di sessanta braccia da terra, tutti erano sudati ed accaldati. Destro era salito su per le impalcature usando una sola mano e tenendo la chiave di volta serrata al corpo con l'altra. Anche quel sacrificio ulteriore faceva parte della cerimonia. Busketo aveva dato ordine molto tempo prima che tutti gli archi del tamburo della cupola fossero formati da ventiquattro pietre pi una: al centro la chiave di volta e di lato ad essa a destra e a sinistra
dodici pietre come le dodici trib d'Israele tenute insieme e legate dal Cristo Salvatore. Il giovane architetto conosceva le disposizioni del suo Maestro ed oltre ad aver squadrato con maestria quel blocco nero, era riuscito anche a scolpirvi un pesce, con la testa verso il cielo e la coda in basso. Era stato quello il suo modo per rappresentare la pietra che teneva insieme l'opera, era stato quello il suo omaggio a Ges moltiplicatore di pani e pesci. Ora il ragazzo stava in ginocchio di presso all'arco, teneva fra le mani un involto di tela legato con dello spago. Spezz il legaccio e dispieg la stoffa, una pietra lucida, quasi fosse bagnata, emerse fra le sue mani. Si sporse in avanti e fece calare la pietra sapientemente modellata nello spazio che le competeva. Il lato inferiore poggi sulla tavola di legno della centina mentre le facce laterali aderivano perfettamente alle pietre adiacenti. Tast se l'incastro appena formato fosse saldo o cedevole e poi si scost facendo avanzare Busketo che verific la bont del lavoro. Il silenzio era irreale, solo il lieve sibilo del vento nella foresta di pali e traverse issate fin lass, dava l'idea che la vita continuasse a scorrere. Busketo estrasse la pietra nera, la unse di malta sulle facce laterali e la ricolloc nella sua sede. Con il manico di un piccolo martello la colp affinch conquistasse il suo agognato posto e poi si alz in piedi. Da una borsa di stoffa che teneva a tracolla estrasse un piccolo oggetto che consegn al giovane. Nessuno vide cosa fosse, ma quel gesto stava a simboleggiare l'approvazione del Maestro e gli operai si abbandonarono a grida di gioia. Destro non trattenne una lacrima e Busketo incolpando il vento ne perse un paio. A sera alla mescita l'architetto offr una cena in onore del nuovo Maestro, invitando Rimondino e la moglie ed anche Cecilia, che ormai frequentava quel luogo con meno timore. Destro aveva al collo un seme d'oro, un Dolichos come quello che Busketo si era conquistato molti anni prima nelle assolate terre di Axum. Pi tardi, si congedarono e salendo in camera con Cecilia Busketo trov una borsa di cuoio adagiata sul letto.
Cos'?
Non lo so, apri.
L'uomo si sedette sul letto osservando con sguardo inquisitorio l'affascinante e malizioso volto di Cecilia. Sciolse i lacci della borsa e ne emerse un libro foderato di pelle scura con impresse a fuoco alcune scritte. Alz gli occhi verso la donna ma per tutta risposta quella sorridendo gli disse semplicemente di provare a leggere. Busketo lesse pronunciando suoni incomprensibili.
Potresti fare in modo che anche io possa comprendere?
Ibrahim al Ishtak al Zarkali.  un famoso astronomo, sono le Tavole Toledane! Dove le hai trovate? Sono scritte nella mia antica lingua!
Cecilia era divertita dalla reazione dell'amato, sembrava un bambino di fronte al suo primo gioco di legno, si sedette sul letto accanto a lui che con calma e avidit al contempo sfogliava e gustava quelle pagine, poi l'uomo alz lo sguardo.
Questo  un regalo prezioso, io non ho doni per ricambiare.
Non  necessario che tu ricambi, adoro l'intimit che si  creata tra noi, il senso di evasione che mi doni, il sentirmi lontana dal mondo e il poter dire quello che penso  il regalo pi bello che potevi farmi.
Busketo rise, era dibattuto se abbracciare Cecilia o consultare il libro, poi si spost per vedere meglio alla luce dell'unica candela posta a fianco del letto, la donna lo osservava e lui percep l'amorevole sguardo posato su di lui.
Cosa guardi, mi osservi?
I tuoi occhi. Sono la cosa che preferisco di te. Sono vivi, curiosi, espressivi e luminosi e dentro ai tuoi occhi io mi
riposo.
La candela si spense e l'oscurit si appropri di ogni cosa.
Poco dopo la campana dell'ora prima, Busketo si alz cercando di non fare rumore ed usc. Ad Est il sole non era ancora comparso dietro il Monte del Mattino, ma la tramontana gelida di quei giorni faceva presagire una giornata assolata e limpida. Rientr alla mescita e mangi pane secco scaldato sulla brace inzuppandolo nel latte. Poi con calma, si gust una mela cotta al forno il giorno prima e cosparsa di miele. Usc e si rec al cantiere. Ancora una volta doveva eliminare pericoli e tentazioni, era il giorno di Capodanno ed una folla enorme sarebbe nuovamente entrata in chiesa. Daiberto arriv presto, era stato assente da Pisa per pi di un anno ed aveva viaggiato per le terre dell'Impero in compagnia di Papa Urbano. Appena partiti da Pisa avevano partecipato al Concilio di Piacenza dove per la prima volta si era parlato di organizzare una grande spedizione di pellegrini in Terrasanta. Poi dopo varie tappe avevano presieduto il Concilio di Clermont Ferrand dove un accorato appello del Papa ai cavalieri ed ai nobili di Francia li esortava a mettersi in marcia verso Gerusalemme. L'arcivescovo era mutato, se il corpo aveva mantenuto lo stesso vigore, una luce meno sana brillava nei suoi occhi. Ogni tanto si assentava perso nei suoi pensieri e da quei momenti in cui era assorto, spesso usciva furioso senza apparente e spiegabile motivo. Rimondino, che aveva con lui un ottimo e confidenziale rapporto, prese a temerlo e cercava costantemente di limitare i loro incontri, Daiberto gli faceva paura ed il fervore nel suo sguardo era contagioso. Si approntarono i preparativi per la celebrazione del Capodanno. Il sole aveva mantenuto il suo impegno e brillava nel cielo. La folla pisana era nuovamente radunata nella chiesa e se il richiamo era legato alla cerimonia del raggio di luce, tanta era la curiosit per le parole che il vescovo poteva pronunciare. Dopo oltre un anno di assenza, era rientrato ed aveva avuto fitti colloqui col Consiglio dei Dodici. Nessuna notizia era trapelata, ma si intuiva che la posta in gioco era alta. Tra l'altro, viaggiatori e mercanti che giungevano dal Nord riportavano strane e spesso discordanti notizie che riguardavano un certo frate, un tale Pietro di Amiens che viveva in povert e tutti chiamavano Pietro l'Eremita. Si diceva che avesse predicato a Bourges ed a Colonia e che avesse raccolto una folla di oltre diecimila volontari pronti a muovere verso Gerusalemme. Queste notizie rimbalzavano di bocca in bocca, di casa in casa, di focolare in focolare, si accrescevano di nuove invenzioni, incutevano il terrore, esaltavano all'azione. I pisani dal canto loro avevano sviluppato un forte senso del commercio e della conquista e l'idea di liberare Gerusalemme, ma al tempo stesso di poter varcare le porte delle dorate citt d'oriente, stimolava la fantasia e l'ingegno di molti. Daiberto sal i tre gradini che sostenevano l'altare maggiore In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti...
La cerimonia ebbe inizio, la finestra aurea era finalmente quella voluta da Busketo. Fino all'anno precedente i lavori avevano impedito di collocare in modo stabile l'altare maggiore ma dopo la celebrazione del Natale alla quale aveva preso parte anche Papa Urbano, l'uso della chiesa era mutato. L'architetto aveva fatto scolpire su di un blocco di marmo candido due galee a vele spiegate che parevano uscire dal porto di Pisa. Volevano simboleggiare l'anno nuovo che prendeva vita. La finestra posta sul lato volto a mezzogiorno all'incrocio del transetto con la porzione che poi originava l'abside volto a levante, era stata dimensionata in modo che un raggio di sole si posasse a Capodanno, proprio ai piedi dell'altare maggiore. Per rendere l'effetto pi esaltante, Busketo aveva fatto oscurare, con delle stoffe, tutte le finestre vicine e quelle del transetto. La porzione del
presbiterio era avvolta dalla penombra. Solo una lama luminosa nella quale danzavano come spettri i finissimi fiocchi di polvere, penetrava in chiesa. Daiberto in piedi dietro l'altare, osservava con la coda dell'occhio il raggio luminoso modificare il proprio cammino, incerto se davvero si fosse andato a posare dove convenuto. Destro aveva posato l'intero pavimento di pietra della zona pi sacra della chiesa, la spada di luce avrebbe toccato col suo apice una lastra scura che recava una tarsia marmorea grande quanto l'unit di misura che molti anni prima Busketo aveva utilizzato per progettare la chiesa, il piede pisano. Tra le preghiere ed i mormorii distratti, il sole continu incessantemente a salire ed il suo impertinente raggio infiltrato per la stretta finestra nell'oscurit della chiesa continu ad inclinarsi fino a toccare la tarsia di Destro. Tutte le campane della citt suonarono l'ora sesta e subito dopo furono sciolte dalle funi e suonate a distesa per annunciare l'inizio dell'anno pisano. I teli alle altre finestre furono tolti e in un attimo la cattedrale fu inondata di luce, ci furono grida ed acclamazioni, che subito si spensero quando l'Arcivescovo alz le mani al cielo ottenendo il silenzio. Il pi anziano del Consiglio sal con lui all'altare e abbassando il capo ottenne seduta stante una benedizione da Daiberto e l'autorizzazione a parlare.
Cittadini di Pisa, fratelli in armi e in pace, donne di questa citt che ci ascoltate dall'alto dei vostri matronei, udite. Il nostro Arcivescovo da poco si  disgiunto da Papa Urbano ed  qui oggi per comunicarci nuove ed importanti notizie. Per nostra parte, noi dodici vostri rappresentanti del popolo, sentito quanto riferito dall'Arcivescovo, abbiamo dato parere positivo, ma abbiamo altres imposto che la politica di Pisa sia oggi scelta e decisa da questa assemblea, perch se la storia da oggi muter il suo corso, Pisa dovr essere la prima a deciderlo ed i suoi cittadini i primi a partecipare.
La folla assiepata nel transetto si mosse, grida di giubilo
subito zittite dai cori di altri gruppi, dalle navate giunsero le voci di dissenso di chi poteva forse sentire ma non vedere, le donne cominciarono a vociare dall'alto. Se c'era da prendere una decisione cittadina, doveva partecipare tutta la citt. Fu convenuto di abbandonare la chiesa, e all'ora nona andare in Piazza delle Sette Vie, giacch anche la Cortevecchia, di solito usata per le adunanze cittadine, aveva visto sorgere il cantiere della chiesa del Santo Sisto. Si sciolse l'assemblea, la cerimonia del Capodanno era ormai un ricordo, nell'animo di tutti si erano create aspettative e speranze, paure e indecisioni. Tutti supponevano, si immaginavano, ma nessuno aveva notizie certe. Busketo osservava insieme a Destro quello sciamare di teste e mani in agitazione. Il giovane con sguardo apprensivo interrog lo zio: Cosa ne pensi?
Ormai  giunta l'ora ed il destino di questi uomini cambier per sempre.
Cosa vuoi dire, zio, spiegami.
Voglio dire che Daiberto ed i commercianti ed armatori della citt si sono gi accordati, Pisa avr denaro, lavoro, ma alla fine anche guerra e morte. Questa messinscena di oggi serve solo a far convincere il popolo di avere il diritto di scegliere, ma la via  gi segnata.
Destro osserv Busketo con apprensione e questi, vista nel suo sguardo una tremenda domanda che esitava a porre, lo rassicur. Non seguiremo le sorti di tutta questa gente, non finiremo come tuo fratello Tolomeo disperso in qualche landa desolata. Daiberto ha concesso a tutti gli operai della fabbrica la dispensa da qualunque operazione di guerra fuori dalla citt. Ma avremo lo stesso molto da lavorare. Vieni, andiamo a mangiare.
La campana dell'ora nona rintocc per tutta la citt e subito dopo la campanella della chiamata cittadina posta fuori dal palazzo degli Anziani fu percossa con vigore. Quell'appello all'adunanza di popolo si concretizzava nei momenti di allarme e di emergenza, per gli incendi o per gli assalti come pure per comunicare importanti decisioni. Il popolo pisano non deluse le attese di chi desiderava una grande affluenza, la piazza era gremita e la gente riempiva anche tutte le vie d'accesso. Il vociare era assordante, ognuno si sentiva in dovere di esprimere la propria opinione. Daiberto arriv passando per la Via della Muta e a fatica conquist lo spazio per arrivare al Palazzo. Fu issato su di un baldacchino improvvisato ed anche se forse aveva perso la calma, non lo dette a vedere. Alz nuovamente le braccia ed ottenne a fatica il silenzio. Si segn col segno della croce obbligando cos tutta la citt a compiere quel gesto sacro, ma che in quel momento appariva pi come un'invocazione alla sorte. L'Arcivescovo part con calma, con tono pacato anche se con voce salda e forte. Raccont di come i Turchi Selgiuchidi avessero conquistato tutte le terre musulmane, di come l'Imperatore di Costantinopoli avesse dovuto sopportare assalti ed oltraggi, di come il Tempio del Santissimo Sepolcro fosse in mano alle laide mani dell'infedele e di come urgesse liberarlo. Pianse quasi, nel ricordare come le comitive di pellegrini diretti a Gerusalemme venivano assalite e ridotte a carne sanguinante, si disper pensando alle reliquie dei Santi e dei Martiri in mano ai saraceni. Si infiamm infine, quando in mezzo a tanta disperazione lasci intravedere una speranza e lod le eccelse doti di Papa Urbano che a Clermont Ferrand aveva saputo ottenere il consenso dei nobili francesi.
Una grande armata sar allestita. Una grande armata marcer sotto il vessillo della croce. Saranno necessarie armi, cavalli e combattenti, ma soprattutto saranno necessarie navi per trasportare e combattere giacch il cammino via terra per giungere a Canaan  lungo e periglioso. Il nostro saggio Papa chiede alla citt di Pisa aiuto e un patto.
Fece una studiata pausa, tranne il pianto di qualche bambino in collo alla madre e l'abbaiare di un cane, nessuno osava rompere il silenzio. Tutti aspettavano quella notizia ufficiale, tutti desideravano finalmente sciogliere quel nodo.
Ebbene, se la gloriosa Pisa sapr contribuire a questa mirabile impresa, avr assicurate le commesse su tutti i traffici via mare per le merci in partenza e in arrivo da ogni citt conquistata!
Non fu un'acclamazione, non fu un boato, la piazza esplose e la gente prese a ballare, l'allegria, forse l'isteria contagi tutti. Dietro le finestre del Palazzo degli Anziani gli armatori e notabili che avevano importanti interessi per mare sorrisero soddisfatti. Occorreva sborsare denaro, armare una grande flotta, rischiare, ma alla fine ci si potevano assicurare i guadagni sognati per una vita. Busketo non aveva preso parte a quella specie di farsa collettiva, erano mesi che si vociferava di quell'evento, Tolomeo era scomparso pi di un anno prima coi suoi scellerati amici. Dov'era ora? Le sue ossa erano sepolte dalla sabbia o le sue carni assicurate ad anelli, ridotto in schiavit in qualche cava d'argilla o in qualche cantiere d'oriente? Era affogato dopo il naufragio della sua nave? Aveva percorso tutta quella strada via terra ed era stato assalito da banditi o dai lupi delle montagne? Seduto in chiesa da solo nella penombra della navata, respirava l'odore della malta e della pietra umida. Era tempo che non pregava, non sapeva neanche se Dio lo avrebbe ascoltato. Tolomeo era perduto, Destro aveva ottenuto la dispensa come gli altri operai, ma quanti figli e quante madri avrebbero pianto? Conquistare il Santo Sepolcro, ma avevano idea della potenza degli arcieri arabi? Avevano idea di quanto fossero affilate le lame ricurve dei seguaci del Profeta? Quell'impresa era una follia, quell'idea era una follia e tutti i pisani stavano per commettere un grave errore. Quello era il suo pensiero, quella era la sua idea e nessuno avrebbe potuto fargliela cambiare. Fuori invece, l'adunanza di popolo ormai si era sciolta ma in vari crocchi di gente si continuava ovunque quella infinita discussione. Costi, guadagni, rischi, aspettative, si apriva quel giorno una finestra sulla Terra Promessa. Il Papa stesso autorizzava una guerra che spesso Pisa aveva condotto in piena autonomia accollandosi anche i rischi di ritorsioni ed attacchi, ma oggi sembrava tutto diverso, c'era l'autorit di Urbano a fare da scudo. Furono versati fiumi di vino, l'anno pisano cominciava sotto i migliori auspici, le differenze di censo per quella notte furono cancellate. Signori e prelati, chierici e semplici barcaioli, prostitute e balie, poveri senza casa o ricchi armatori, ora una possibilit era concessa a tutti. Il nuovo anno era iniziato in modo trionfale e le conseguenze di quella decisione avrebbero avuto una lunga deriva per la vita di tutti i cittadini. Il mattino dopo la vita riprese il suo normale corso, di tutta l'euforia del giorno prima era rimasta ben poca cosa. Nonostante le grandi idee ed i meravigliosi sogni, nessuno sapeva in definitiva cosa ci si dovesse aspettare. A met della mattinata Busketo ricevette un'inaspettata visita.
Salute, Maestro.
L'architetto alz il capo dal suo lavoro e si trov di fronte il Maestro dei cantieri navali.
Salute a te Richerio, cosa ti porta fuori dalla tua legnaia?
La mia legnaia, di colpo,  diventata piccola.
Cosa vuoi dire?
Ieri sera sono stato convocato al Palazzo degli Anziani. C'era anche l'Arcivescovo. Pisa ha attualmente una flotta di quasi duecento galee, ma appartengono agli armatori o ai nobili. Ognuno di questi signori si  impegnato a non far diminuire le navi per i commerci di sempre. Ho ricevuto
l'ordine ed i primi compensi, dobbiamo costruire altre sessanta grosse navi.
Busketo fece un rapido calcolo mentale, e anche se non era un carpentiere navale o un fabbro, si intendeva certo di questi lavori.
Scusa Richerio, ma ci vorranno almeno cinque anni!
Tre, me ne concedono tre. L'adunanza dei combattenti segnati con la croce  fissata da qui a tre anni sotto le mura di Gerusalemme, che si proceda per mare oppure per terra.
Busketo scosse il capo, si sedette sul fusto di una piccola colonna spezzata e lasciata a terra.
Fammi capire una cosa, dove pensi di trovare tutto il legname stagionato al punto giusto per compiere una simile impresa? E poi, dove pensi di trovare almeno altri cento operai che sappiano menare velocemente le mani?
Richerio sospir e si fece un po' rosso in viso. L'imbarazzo sul suo volto era evidente e non sapeva trovare le parole. Busketo lo osserv per un po' rifiutandosi di capire quello strano atteggiamento, poi intu. La rabbia mont in lui come il mare nelle notti d'inverno, non riusc subito a parlare, non trov subito le parole, poi balz in piedi e afferr Richerio al collo.
Dimmi che non  vero! Dimmi di chi  stata l'idea. Dimmi chi  il figlio di cagna che ha pensato questa cosa!?
Il carpentiere si riprese dallo stupore e sentendosi serrare le mani al collo sferr una ginocchiata nel ventre dell'architetto che cadde a terra rantolando.
L'idea  di Daiberto. Se proprio lo voi sapere a me non va a genio di far mettere le mani dai tuoi operai sui miei preziosi legnami, ma non ci posso fare proprio niente!
Busketo a fatica si era messo in ginocchio.
Scusami, ti prego scusami.
Si strinsero la mano, fra loro la questione era risolta. Non
c'era altro da fare che affrontare l'Arcivescovo e senza attendere altro Busketo si incammin verso San Giorgio. L'ultima volta che aveva salito quelle scale aveva il cuore in gola, ora solo l'amaro sapore del fiele gli saliva alla bocca. Spalanc la porta della grande sala spaventando due giovani preti, Dov'?
Nella cappella, a pregare.
Che preghi per la sua anima, questa volta l'ammazzo!


Capitolo 20.
Anno Pisano 1099 Indizione VI Pisa, ai primi di Marzo.

Le navi all'ancora in porto o appena fuori erano centoventi, una foresta di alberi sostenuti da robusti scafi emergeva dalle acque. L'acqua di un calmo mare ribolliva dallo sferzar di remi di questa o quella barca che poggiava o muoveva nello specchio d'acqua di Porto Pisano. Alle spalle dei moli sulla terraferma, monconi di travi, cataste di legno inutilizzato, baracche e fuochi accesi testimoniavano l'esistenza di un grande cantiere. Dopo l'adunanza cittadina di tre anni prima la citt aveva predisposto la costruzione di un secondo cantiere navale situato proprio al porto, era stata una scelta azzardata e rischiosa, i cantieri della platea di San Nicola erano ben protetti dalle mura della citt. Il nuovo insediamento invece poteva divenire facilmente preda del fuoco di qualche nave moresca o addirittura genovese. Ma cos non fu, l'eco delle gesta che si realizzavano in Pisa era stato talmente alto che nessuno os sfidare la pi potente fra le citt di mare. I lavori alla chiesa erano stati interrotti per volere e ordine dell'Arcivescovo. Busketo si era battuto con tutte le sue forze contro quella decisione, ma alla fine di fronte alla possibilit di vedersi revocato il privilegio della dispensa alla guerra per s e per tutti gli operai torn sui suoi passi. Richerio assunse il comando assoluto di entrambi i cantieri, gli operai di Busketo furono divisi in due gruppi, met a San Nicola, met al porto. Fu concesso ai soli scalpellini, una decina in tutto, di continuare a
lavorare alla preparazione dei capitelli, delle decorazioni, delle tarsie, affinch alla ripresa dei lavori ci fosse materiale da porre in opera. Destro rest cos alla chiesa a dirigere e controllare i lavori. Busketo fu destinato al porto, non si intendeva molto di carpenteria navale, ma sapeva dirigere un cantiere meglio di chiunque altro e la sua opera fu preziosa ed apprezzata. La vita a quel cantiere gli impose di passare le notti alla Taverna della Formica dove fatic ad abituarsi alla confusione ed ai rumori che toglievano il sonno. Pisa aveva investito immense quantit di denaro in quella operazione navale, i legni dei pini dei monti pisani non bastarono e non erano adeguatamente stagionati, occorreva attingere a nuove riserve. Dalle foreste del Casentino i monaci camaldolesi fecero aumentare il flusso dei tronchi di abete che scivolando su grosse chiatte spinte dalla corrente dell'Arno giungevano fino a Pisa. Se una parte della citt era impegnata in quella maestosa impresa navale, un'altra continuava a vivere di commerci e di scambi, le galee salpavano e rientravano in porto ogni giorno, e talvolta armate di fieri combattenti uscivano in mare per andare a sanare questioni nei porti di Corsica o Sardegna. Pi spesso invece volgevano le vele alle coste del Sud e dell'oriente, cariche di merci e di speranze. I marinai che rientravano da quei lunghi viaggi, anche se avevano una famiglia ed un focolare che li attendevano, raramente rincasavano appena sbarcati. Un giorno in pi d'assenza da casa non avrebbe fatto male a nessuno. Le locande si svuotavano delle scorte di vino e si riempivano di storie e racconti, dai pi sinceri ai pi incredibili. A seguito dell'appello di Papa Urbano secondo, nobili e cavalieri si misero in marcia per la Terrasanta passando via terra per le sconfinate distese dell'est. Con mille difficolt e subendo gravi perdite, l'esercito dei crociati, mai compatto e mai militarmente coordinato, giunse vicino all'agognata meta e a Costantinopoli l'Imperatore Alessio Comneno offr aiuto ai crociati e in cambio pretese che le citt liberate tornassero sotto il comando dell'Impero Bizantino. I capi dell'esercito accettarono o finsero di farlo e proseguirono cos la loro marcia. I condottieri al comando di quelle armate, avevano abbandonato principati e contee, avevano impegnato tutti i loro averi e pi che desiderare di liberare il Santo Sepolcro, miravano alla conquista di un regno indipendente che li ripagasse degli enormi sacrifici. Quanto al patto con l'Imperatore bizantino, nessuno si sognava di onorarlo, dopo aver oltrepassato Costantinopoli i crociati avevano percorso le infide gole dell'Anatolia ed avevano sconfitto il sultano turco Kilij Arslan scacciandolo da Nicea. Poi furono liberate Smirne, Efeso, Cesarea e molte altre citt. Infine i crociati assediarono Antiochia che cadde in mano cristiana nel giugno del 1098. Il Duca normanno Boemondo ottenne di regnare su quella citt e Baldovino di Boulogne si accaparr invece Edessa, liberata poco dopo. Le gesta di quei combattimenti venivano narrate nelle locande del porto e poi sui ponti delle barche, nelle vie, sui carri e davanti ai focolari. Le torride distese di pietre dell'Anatolia si trasformavano ogni volta in pascoli erbosi e i fiumi non erano d'acqua, ma di latte e miele. Le citt dai nomi mai uditi risultavano essere costruite con oro e sopra ogni tetto brillavano incastonate mille e mille pietre preziose. Busketo conosceva quelle terre e non si dava pace ascoltando tutte quelle falsit. La delusione sarebbe stata cocente, i dissidi e le lotte sarebbero stati aspri, niente di quello che si raccontava poteva essere vero. Fra le molte storie di gesta eroiche e di conquiste, ogni tanto arrivavano anche notizie che gettavano i pisani nella disperazione. Ad Antiochia aveva trovato la morte Ademaro Vescovo di Le Puy, che Papa Urbano aveva nominato Legato Pontificio per la Terrasanta. Fra i rappresentanti del clero presenti in quelle schiere era nata una tremenda lotta per succedere al venerato Ademaro. Pietro Bartolomeo, monaco francese, ebbe delle visioni e guidato da queste ritrov la sacra lancia con la quale Longino aveva trafitto il costato di Ges Cristo. Quel ritrovamento dette morale ai crociati e Pietro Bartolomeo fu sul punto di succedere ad Ademaro, ma un altro monaco, un tale Arnolfo, sosteneva che la lancia era falsa e Bartolomeo un impostore. Alcuni marinai riferirono di aver appreso nelle locande di Sidone che i due monaci si erano sfidati a marciare sul fuoco per dimostrare la loro onest. Quello che non si fosse bruciato avrebbe dimostrato di essere nella verit. I marinai raccontarono che Pietro Bartolomeo era passato per primo sui carboni rimanendo ustionato, per poi morire poco dopo. Questa ordalia aveva gettato nello sconforto i soldati, i nobili ed anche il clero. La sacra lancia era falsa ed i crociati erano rimasti senza una guida. Busketo talvolta sedeva coi marinai, ascoltava i loro racconti, chiedeva notizie di Tolomeo o di Coscetto da Colle e di tutti quei ragazzi che anni prima erano partiti pieni di speranze, ma nessuno sapeva mai confortarlo. Pi spesso l'architetto ascoltava questi racconti stando sdraiato sul suo giaciglio nella camera posta al primo piano della taverna. Le voci filtravano tra le tavole sconnesse dell'assito e giungevano alle sue orecchie anche i commenti, i lamenti, le grida di gioia, pian piano quelle frasi nette e distinte perdevano i contorni, si facevano pi sorde e diventavano quasi un rumore soffice e continuo che lo guidava fino al sonno.
La notizia era arrivata alla fine di gennaio, Papa Urbano comandava alla flotta pisana di partire ed incaricava l'Arcivescovo Daiberto di guidare la spedizione. In citt si chiacchierava molto intorno ad una notizia che rendeva gloria ed onore a Pisa. Forse l'Arcivescovo una volta giunto in Terrasanta, avrebbe rimpiazzato il Legato Pontificio Ademaro di Le Puy morto l'anno prima. Busketo, per tramite di
Rimondino, sapeva che quella voce era vera e sapeva anche che Daiberto era ormai completamente concentrato su quel suo nuovo ipotetico ruolo. L'Arcivescovo pisano sarebbe diventato il Principe della Chiesa nella terra e nella citt che aveva visto morire e risorgere Nostro Signore Ges Cristo. Provava, a dire il vero, un po' di soggezione per quell'uomo e tutta la rabbia accumulata in quel tempo per non aver potuto procedere alla costruzione della chiesa si era mutata in parte in rispetto. Le decisioni e la politica di Daiberto avevano reso grande fama a Pisa e la guerra sembrava vinta in partenza. La mattina di Santa Cristina Martire l'Arcivescovo usc da San Giorgio alle prime luci dell'alba e col suo seguito si rec nella grande chiesa ancora incompiuta, celebr una messa alla quale parteciparono solo poche donne. Poi seguito da una folla che cresceva passo dopo passo, travers la citt ed il ponte, recandosi verso la darsena a mezzogiorno di Pisa. Sal con altri due preti su di una lancia e la spontanea processione prosegu con inni e lodi scanditi dai colpi di remo. Lungo il canale del porto una moltitudine di barche si un a quel corteo osannante. Volti eccitati, altri solcati dalle lacrime, chi s'imbarcava, chi restava a terra. Pisa tutta si riversava verso il porto. Solo infermi ed infanti erano rimasti in citt, la flotta pisana era pronta a muovere e nessuno voleva e poteva mancare a quell'evento. La spola delle piccole barche verso le possenti galee era incessante. La terraferma vomitava uomini e merci, gli ultimi barili d'acqua, ceste di verdure, gabbie di polli e anatre, una quantit immensa di vivande veniva affidata al mare. Alle sessanta navi costruite dai cantieri in quegli anni si erano unite altre sessanta messe a disposizione dai vari armatori. Cecilia di Beau aveva impiegato due delle sue galee, la sua crociata aveva risvolti tutti particolari. Da due anni non aveva pi notizie di suo marito e neppure di Vittore e Fabias. Fra le varie aspettative che ogni pisano riponeva in quell'impresa, lei covava il sogno di rivedere i suoi ragazzi e dette disposizioni precise ai capitani delle sue navi. In quegli anni il rapporto con Busketo era stato meno continuo e sereno, tutta Pisa era in fermento, pareva quasi che non ci fosse tempo per amare o per vivere una vita normale. La processione di barche che solcava il canale arriv fino alle acque del porto, i canti e gli inni si levarono altissimi e la lancia che conduceva l'Arcivescovo si apr la strada fra altre imbarcazioni che cedettero la rotta ed alzarono i remi al cielo in segno di rispetto. Legni oscillanti ovunque e centinai di remi tuffati e ripresi dalle acque scure del primo mattino, il tintinnio delle catene, il rullare di tamburi dei capovoga, tutti quei suoni ammorbavano l'aria e la rendevano densa. Si era alla met di marzo e la fredda brezza arrossava le guance, ma ogni pisano era accaldato, ogni cuore batteva pi forte di sempre, ogni petto si alzava e si abbassava con ritmo accelerato. Daiberto in piedi alla prua della sua lancia, parato da un mantello rosso scuro, sfil come fosse una strana polena, un nuovo mostro marino incatenato al suo destino. Non profer parola, il suo sguardo pareva quello di un demone fiammeggiante. In molti al suo passaggio sui moli o sulle barche, anzich farsi il segno della croce, nascosero le mani fra le pieghe delle tuniche. La brezza di terra portava l'odore del fuoco e quello acro della pece usata per calafatare. Laddove fino a pochi giorni prima un brulicare di uomini e scafi aveva dato vita ed energia a quella terra, ora regnava la desolazione e l'abbandono. Tutto o quasi era stato caricato sulle navi, anche i legnami avanzati che sarebbero tornati buoni per eseguire riparazioni come per costruire torri d'assedio o catapulte. Non uno sguardo era rivolto verso la terraferma, tutti gli occhi erano volti al mare. Alcune madri si affrettavano ad impartire gli ultimi consigli ai figli affidati al destino, alcuni padri partivano con la propria prole, altri pi anziani restavano
malinconicamente a terra. Le operazioni di varo e carico delle galee duravano da mesi, le scorte per il lungo viaggio erano per state caricate solo nell'ultima settimana. Se si fosse potuto scorgere il porto dal cielo, lo si sarebbe detto un enorme alveare, dove una moltitudine di api del miele lavoravano e ronzavano intorno a centoventi api regine. Dopo l'Arcivescovo ormai inghiottito con la sua lancia nel vorticare delle acque, comparve anche la barca rossa e snella di Ildebrando Matti spinta da quattro possenti rematori. Questi era nipote del prode condottiero Sigerio Matti che quasi sessantanni addietro aveva guidato i pisani alla presa di Lipari e Bona. La famiglia dei Matti godeva in citt da tempo immemore di grande prestigio e Ildebrando Matti aveva faticato non poco ad accettare il ruolo di comandante in seconda di quella flotta. Gli bruciava il fatto di dover cedere il comando ad un uomo, sia pur Arcivescovo, che di faccende marinare non ne capiva niente. Il volto di Ildebrando appariva ora disteso mentre sfilava davanti ai moli sulla sua barca. Dopo vari colloqui con Daiberto per pianificare la missione, si era reso conto che non avrebbe avuto intralci nella gestione dell'operazione, al prelato interessava solo raggiungere Gerusalemme nel minor tempo possibile per apporre il suo sigillo alla liberazione della Citt Santa. Se i pisani vedevano in Daiberto la guida spirituale, la garanzia dell'appoggio divino all'impresa delle centoventi navi, il Matti garantiva che quella flotta sarebbe stata guidata con polso fermo e mente chiara e ci bastava. Ci sarebbe stata guerra, in mare forse e di certo in terra, ma tutta quella manifestazione di forza e orgoglio davanti agli occhi di Busketo, lo indusse per un attimo a saltare su una lancia e guadagnare un posto su di una galea. Non lo fece, torn anzi mentalmente indietro quando inerme e svuotato da ogni volont era salito con Giovanni Orlandi sulla nave di comando della flotta che aveva assalito Rapallo. Era passato molto tempo, nutriva ancora lo stesso senso di repulsione verso la guerra, ma in quel momento, osservando la distesa di bandiere al vento, il dondolare degli alberi, gli uomini pronti a manovrare coi muscoli tesi e la mente pronta, si sent molto pi cittadino di Pisa di quanto avesse mai avuto modo di ricordare. Un po' di merito se quell'impresa vedeva la luce era anche suo e ne fu orgoglioso. Alle murate delle navi furono appesi i pavesi, i grandi scudi e le barche gi variopinte si accesero di nuovi fulgidi colori, il sole saliva alto nel cielo e da poco era risuonata dalla cappella del porto la campana dell'ora terza. Il vento sarebbe cambiato di l a poco e conveniva affrettarsi. In mare aperto la galea di Ildebrando Matti iss una candida vela, era il segnale ed ogni nave dispieg bianche vele al vento. La moltitudine dei pisani rimasti a terra prov la stessa sensazione di un uomo al quale fosse tolta una benda dagli occhi dopo molti giorni, il mare cambi colore e luce, sotto un grigio cielo di marzo tutti i riflessi parevano quelli dell'acciaio appena forgiato, un oceano di bianco accec quella moltitudine. Una ad una spinte dai remi e poi dalle vele, le navi presero pian piano il mare sfruttando la brezza di terra e se al largo avessero incontrato il vento teso che scendeva dall'amica terra di Provenza, la sera avrebbe ricoverato la flotta pisana molte miglia a sud della patria. A terra dopo gli ultimi saluti, le ultime lacrime versate, gli ultimi pensieri mai svelati e le ultime preghiere affidate a Dio, la moltitudine dei cittadini mosse lentamente verso Pisa. Dapprima regn un irreale silenzio, ogni famiglia aveva affidato al mare almeno un uomo, almeno un figlio. Poi parve che il fiato fosse tornato, dapprima a pochi e poi agli altri ed uno scomposto vociare, accompagnava barche, carri e gli appiedati lungo le parallele vie d'acqua e di terra che menavano a Pisa. Busketo era seduto su una delle barche dei cantieri, accanto a lui stava Richerio scuro in volto. L'architetto osserv per un po' il Maestro carpentiere, avrebbe dovuto essere orgoglioso e fiero eppure se ne stava curvo come se qualcuno lo avesse punito.
Come mai tanto serio, volevi imbarcarti?
No, per carit, sono vecchio per queste imprese, ma sono preoccupato.
Per quale motivo?
Richerio abbass la voce e si avvicin al volto dell'amico
Le ultime tre galee, quelle per le quali abbiamo utilizzato legno poco stagionato. La fibra delle assi era ancora fresca, potrebbero appesantirsi troppo, deformarsi, non tenere le colle.
Sarebbe una disdetta!
S, soprattutto per tutti quei ragazzi che ci viaggiano sopra, speriamo in bene.
Torn il silenzio e i due si rifugiarono nei propri pensieri. La sagitta rientrava velocemente in Pisa, gi dopo il desinare ognuno avrebbe ripreso la propria attivit principale. Busketo non aveva mai trascurato il cantiere, aveva istruito e guidato Destro e gli operai, una enorme mole di manufatti attendeva di essere posta in opera. Il cervello dell'architetto si riemp immediatamente di nuove domande, di nuove idee, nella sua testa le navi erano gi lontane. La barca approd allo scivolo della Platea di San Nicola, Richerio e tre rematori scesero, Busketo prese un remo e col marinaio rimasto riprese il centro dell'Arno per recarsi alla mescita.
Maestro, vi posso fare una domanda?
Dimmi.
Mio nonno partecip alla presa di Bona e da l si port via una donna, da lei nacque mio padre e poi io. In casa mia si dice che il grifo sia un simbolo dell'Islam, che venga dalle terre d'oriente e che non andava messo sulla chiesa, ma non lo abbiamo mai detto a nessuno, vi giuro!
Il grifo l'ho trovato al cantiere insieme ai marmi ed altri
oggetti presi durante le spedizioni militari. Fammi la domanda.
Perch avete messo il grifo di bronzo in cima a quella colonnina sull'abside della chiesa?
Il ragazzo abbass gli occhi e quasi si pent di essersi avventurato in quel discorso, ma l'atteggiamento bonario di Busketo lo rassicur.
Sul corpo di quell'animale dalle fattezze di rapace e al tempo stesso di felino, c' una scritta incisa coi caratteri di Kufa, una citt antichissima della Mesopotamia. Vi si pu leggere una frase di augurio, dice benedizione completa, benessere perfetto, gioia pace e salute perfetta e felicit e auguri per il proprietario. Vedi, non potevo essere io il proprietario, doveva essere la chiesa e con lei tutta Pisa. Per questo ho messo il grifo su quella colonna, perch Pisa abbia benessere perfetto e gioia.
La barca tocc l'argine proprio sotto la chiesa di Santa Cristina.
Tuo padre  vivo?
S.
Raccontagli questa storia, lui capir, ma non parlatene fuori di casa, intesi?
Intesi!
Busketo scese e spinse col piede la prua della barca che scivol indietro sul pelo dell'acqua, prima che il ragazzo riprendesse i remi l'architetto gli sussurr.
Allah akbar.
Senza riflettere quello rispose.
Allah kabir.
Busketo ridendo per la semplicit di quel ragazzo si port l'indice dritto davanti al naso come a suggerire di mantenere il silenzio, poi gli grid: Forse  il pi grande, ma non lo dire in giro!


Capitolo 21.
Anno Pisano 1099 Indizione 6 Pisa, alla fine di Ottobre.

Nei primi giorni d'Agosto una galea provenzale giunta da Roma sost per un giorno al Porto Pisano, recava una terribile notizia. Il campione della cristianit, il figlio prediletto del Signore, il Santo Papa che tali e tante schiere di crociati era riuscito a muovere, era morto tre giorni prima della fine di Luglio. Dal porto la notizia era arrivata in breve fino in citt e le campane suonarono per un giorno ed una notte il loro rintocco cupo e lento. Quella cattiva novella aveva gettato nello sconforto le molte famiglie pisane in attesa di conoscere le sorti della crociata. La morte di Urbano secondo decapitava l'armata cristiana. Chi avrebbe protetto uomini e ragazzi nelle terre assolate d'oriente? Chi sarebbe stato garante della loro vita? E gli impegni economici, gli investimenti, le promesse di nuovi mercati, sarebbero state mantenute? Da quel giorno le vedette del porto raddoppiarono le uscite, veloci lance salpavano all'alba e solcavano l'amico mare nella speranza di avvistare una vela fraterna, un vessillo rossocrociato, ma invano. A Roma intanto il cardinale Rainero Raineri di Forl era stato eletto Papa col nome di Pasquale secondo. La notizia non dette nessuna speranza ai pisani che con la morte di Urbano avevano perso un leale amico e non sapevano invece come si sarebbe tenuto il nuovo Papa. Verso la fine di Ottobre, mentre in molti orti della citt e nelle campagne di Pisa si finiva di vendemmiare, la campana delle adunanze fece sentire la sua voce. Furono
abbandonati i grappoli da staccare e quelli gi gettati nei secchi e nelle bigonce. Furono lasciate le reti da rammendare e i focolari o i carri da scaricare. Un fiume umano si rivers per le strade e per le piazze passando voce di porta in porta. Pisa si era in breve radunata sotto il palazzo degli Anziani col naso in alto in attesa di notizie. Senza avere certezza alcuna, si propag comunque un sentimento di gioia ed allegria, furono sciolte le campane e il risuonare dei tocchi e dei cenni alliet la citt. Un drappello di guardie Papali giunte da Roma a cavallo a met del mattino recava un messaggio per la citt che fu consegnato nelle mani di Rimondino per espressa volont dell'Arcivescovo Daiberto. Questi, terrorizzato da tale evento, aveva cercato subito il suo architetto, ma al cantiere non l'aveva trovato. Si era fatto coraggio ed aveva rotto i sigilli del plico di cuoio. Il rotolo Papale conteneva copia di una lettera che Daiberto aveva inviata al nuovo Papa informandolo delle sorti della crociata. Purtroppo Urbano era morto anzitempo e la notizia era arrivata anche in Terrasanta. L'Arcivescovo di Pisa non conoscendo il nome del successore aveva intestato la lettera con una ossequiosa ma generica iscrizione A sua Santit il Papa della Chiesa di Roma, a tutti i Vescovi e a tutti i fedeli di fede Cristiana. Rimondino, una volta letta la lettera ed apprese le mirabili novelle, si era recato subito al Palazzo degli Anziani e si era convenuto dopo l'adunanza del Consiglio di convocare la citt. Alcuni membri dei dodici si trovavano per mare o in Terrasanta e non si era provveduto alla loro sostituzione, l'adunanza fu veloce e fu stabilito di dare lettura a tutta Pisa della missiva di Daiberto. Rimondino fu issato sul davanzale di una delle finestre aperte sulla piazza e mentre da dietro veniva sostenuto, tremante e sudato dette inizio alla lettura. Part con voce flebile e dalla piazza si alzarono grida di protesta. Non fu facile ottenere il silenzio, ma la seconda volta la voce usc limpida e forte:
A Sua santit il Papa della Chiesa di Roma, a tutti i Vescovi e a tutti i fedeli di fede Cristiana, io Arcivescovo di Pisa, con gli altri Vescovi, il Duca Gotifredo, Raimondo Conte di Saint Gilles e l'intera armata, per grazia di Dio oggi in terra d'Israele ammessi al Santo Sepolcro di Dio, inviamo salute e preghiere.
Il popolo esult e tutti abbracciavano i propri vicini, una contagiosa euforia si impadron della folla e non ci fu nessuna possibilit di riportare il silenzio. Rimondino prov invano di riprendere la lettura, ma dopo aver valutato gli scarsi risultati fu tratto dentro il palazzo. I crociati erano stati ammessi al Santo Sepolcro, Gerusalemme era stata conquistata, Pisa festeggiava. Busketo era accorso in piazza insieme ai suoi concittadini ed aveva esultato, quella notizia era per tutti una liberazione. Dal basso vide e cap che Rimondino avrebbe dovuto dire altro ma che non ne aveva modo. Lasci quella festa e si rec all'Arcivescovado per attendere il fidato amico. Non pass molto tempo, Rimondino non amava quei raduni di gente e rientr al suo servizio. Busketo stava seduto sullo scalino di una casa di Via del Cardo, quando apparve l'amico, si alz e si appai a lui camminandogli accanto.
Allora?
Dov'eri? Avevo bisogno di te.
Che t'importa dov'ero, dimmi della lettera.
Ne devo subito fare una copia, prima di sera,  lunghissima ed ho poco tempo.
L'hai letta tutta, dimmi, che dice?
Dice che ora non ti posso dare ascolto, vediamoci a casa mia a cena, te la leggo per intero!
Busketo aveva portato con s una forma di formaggio. La casa di Rimondino era a nord di Pisa, fuori le mura nei pressi della chiesa di Santo Stefano oltr'Ozeri, dappresso ad una immaginetta di Sant'Ansano decollato. Avevano mangiato velocemente ed in silenzio, entrambi avevano un
obiettivo e la moglie di Rimondino non era una di molte parole, non avevano figli ed appariva sempre molto mesta. A fine cena la donna sal al piano di sopra, Busketo port la sua seggiola vicino al camino mentre Rimondino rest al tavolo e si fece luce da vicino con una candela nuova.
Allora leggo, saltiamo l'introduzione. Moltiplicategli inni e le preghiere, ridete davanti al Signore, perch Dio ha esaltato la sua misericordia realizzando attraverso di noi quello che aveva anticamente promesso. Dopo la presa di Nicea...
Rimondino lesse con calma e competenza enfatizzando i momenti salienti e facendo astute pause. Ormai conosceva la lettera quasi a memoria. Busketo apprese di come l'esercito crociato avesse patito indicibili sofferenze, la fame e la sete su tutte. Di come dopo aver riconquistato Antiochia, Edessa, al Bara, Roha e molte altre citt, i crociati erano arrivati alle mura di Gerusalemme per cingerle d'assedio. Visto che la citt resisteva, i cristiani pensarono di emulare Ges, il Re dei Re era arrivato scalzo e con una misera cavalcatura. Gli armati cristiani compirono allora un gesto di fede marciando scalzi come Ges intorno alla citt e mostrandosi umili dinnanzi a Dio. Da l a otto giorni, le preghiere furono esaudite e dopo furiosa battaglia i cristiani entrarono dentro le mura. Gerusalemme era stata liberata all'ora nona del quindici Luglio del 1099 ...e se volete sapere cosa abbiamo fatto dei nemici che abbiamo trovato in citt sappiate che sotto il portico di Salomone e nel suo Tempio i nostri cavalcavano col sangue dei Saraceni che arrivava fino alle ginocchia dei loro cavalli.
Dio misericordioso, Rimondino, che orrore.
Deve essere stata una carneficina.
Perch Daiberto non parla dei pisani, che fine ha fatto la flotta?
Forse per mostrarsi umile davanti al nuovo Papa, ricordati che quando ha scritto questa missiva, non sapeva neanche chi potesse essere. Per non montare in superbia non ha citato volontariamente i suoi concittadini. Vedi Busketo, i documenti ufficiali che si scrivono in queste occasioni, non dicono ci che sembrano dire e dicono ci che a noi non pare.
 troppo complicato, lo sai che io sono un uomo di cantiere, vado a casa. Vorrei solo sapere che fine hanno fatto tutti quei ragazzi e il mio sciagurato nipote. Tolomeo  un ragazzo sveglio, si sar fatto anche valere e magari ora  cavaliere.
Chiss, magari ora  in catene. Buonanotte.
Scuro in volto Busketo travers il ponte sull'Ozeri e rientr in citt. Per le vie non c'era quasi nessuno, i cinque tocchi di campana che annunciavano il coprifuoco erano stati battuti da tempo. Nei giorni che seguirono l'intero contenuto della lettera fu appreso da tutti i pisani. Non c'era menzione della flotta, quasi Pisa non avesse partecipato alla crociata. Ogni cittadino giovane o vecchio, aveva riposto in quell'impresa una qualche speranza, la citt viveva la sensazione di aver disperso al vento i propri sogni. Passarono altri giorni, fuori dalle foci dell'Arno le vedette pisane iniziarono a veder veleggiare bianche falde di tela. Le navi viaggiavano su rotte assai lontane e nessuna lancia fu posta in mare per raggiungerle. Le prime tre imbarcazioni sfilarono un gioved, il giorno dopo altre cinque furono avvistate. I legni non erano genovesi, viaggiavano in mare troppo aperto, erano forse provenzali o meno probabilmente catalani. Molti pisani iniziarono a fare la spola dalla citt al porto, dalla darsena al mare aperto. L'ultima domenica di ottobre verso la met della giornata, otto vele furono viste passare contro la massa scura dell'isola d'Elba. Le fredde giornate d'inizio autunno regalavano cieli limpidi ed una vista su tutte le isole pisane. L'Elba, per quanto fosse la pi vasta e quella con i monti pi alti, non era sempre visibile. Quel
giorno col mare dai riflessi del piombo fuso ed il cielo che pareva una lastra di ghiaccio, la sagoma tonda del monte delle Capanne pareva quasi si potesse afferrare. Spirava un forte vento da Sud Ovest, forse l'inizio di una tempesta di Libeccio o forse sarebbe scemato in serata. Gli otto puntini bianchi avanzavano velocemente seguiti da decine di occhi attenti ed esperti. Liberi dal lavoro, molti pisani si erano recati al porto nella speranza di ottenere qualche buona notizia e con gli occhi serrati fra fessure sottili come lame, quella gente interrogava il mare. Se le vele fossero sfilate fino a passare davanti alla Gorgona avrebbero certamente proseguito verso il Nord, se invece si fosse notato un piccolo cambio di rotta, si poteva accendere la speranza.
Virano.
Una voce forte si lev sul mormorio dei flutti. Virano? fu la risposta sincrona di un coro arrochito. Gli occhi andarono alla Domus Magna, sul tetto stavano le vedette pisane, ragazzi e giovani avvezzi al mare. Erano in tre sul tetto a terrazza della Domus e usando le mani si riparavano gli occhi dal riverbero del sole. Uno alz il braccio destro, pieg il viso verso i compagni e confabularono per alcuni lunghissimi attimi. Quello col braccio alzato si volse verso terra e mentre abbassava l'arto con un movimento veloce url: Virano!
Due robuste lance con otto remi ciascuna furono fatte scivolare in mare, gli equipaggi si formarono ubbidendo velocemente a quel braccio abbassato di scatto. I remi cominciarono a mulinare e le prue si innalzarono contro il vento e contro il mare. Altre due barche pi piccole presero l'imbocco del canale, Pisa andava allertata, potevano essere legni amici o nemici, presto si sarebbe capito. Poco prima le vele erano visibili solo ad occhi esperti ed allenati a distinguere le forme senza farsi ingannare dai baluginii del mare, ora la diversa inclinazione degli scafi permetteva alle tele di
abbracciare tutto il vento che le spingeva da poppavia. Col passare del tempo le navi raddoppiarono la loro visibilit anche se sparivano e ricomparivano negli ampi valli d'acqua fra un'onda e l'altra. I tre ragazzi ancora sul tetto della Domus si agitavano e si capiva anche da terra che discutevano animatamente. Poi uno si stacc e spar inghiottito dalla scala interna che dal tetto scendeva in basso. Riapparve, si consult con gli altri ed insieme issarono su un pennone improvvisato uno stendardo con la croce pisana. Un urlo, quasi un ruggito pass per la piccola folla che andava radunandosi. Non fu solo il pensiero che quei legni potessero recare gli amati parenti di ritorno dalla crociata, ma anche il sollievo di sapere che nessuna nave nemica avrebbe attaccato una Pisa sguarnita delle sue migliori risorse miliari. Il tratto di mare tra le navi ed il porto pareva infinito, tanto a quelli a terra che a quelli imbarcati. Da Pisa iniziarono a giungere sempre pi numerosi i cittadini, di ogni et e censo, tutta la citt si muoveva sincrona ed uguale. La distanza dalle galee fu tale che si percep viaggiassero solo a vela, tanta era la potenza del vento teso; lembi di vessilli rossi cotti dal sole e squartati dal vento fiammeggiavano in cima agli alberi e quando la nave pi vicina a terra vir di bordo per affrontare meglio l'imbocco del porto, l'impavesata con gli scudi recanti un'arpia nascente dettero inconfutabile notizia: Tado di Strido, signore di Ripa Albella tornava a casa. Pisa rimpatriava e Pisa correva ad abbracciarla. Le navi una ad una ammainarono le vele e presero a manovrare usando i remi. Il mare grosso ma non impossibile rendeva comunque arduo l'ingresso al porto. La prima entr fra grida e balli di giubilo improvvisati a terra. Poi via via le altre si disposero ordinate all'approdo riservato ai nobili di Strido. Il Conte Tado sal in piedi sul castello di poppa della sua galea ed alz le braccia al cielo impugnando due curve scimitarre sottratte ai saraceni in qualche disfida. La
folla applaud e qualcuno si fece il segno della croce, altri si abbracciarono, furono armate le passerelle, messe in acqua piccole barche, lanciate cime e le navi cominciarono a vomitare uomini e merci. La notizia si diffuse come la polvere nei giorni di vento e in ogni angolo della citt non si parlava d'altro. Busketo era solo, gli operai a riposo per la domenica e Destro era rientrato dalla madre Sista. Per un po' riusc a pazientare, poi anche lui fu preso dalla smania di sapere. Trov un passaggio dalle parti dell'Ospedale del Catano e s'imbarc su un dondolante leuto colmo di merci che aveva anticipato la sua dipartita per il porto. La barca procedeva lenta ed esasperante sul canale ed il tempo sembrava restasse imprigionato tra gli scuri cannicci delle rive. Quando l'architetto giunse al porto le operazioni di scarico erano gi terminate, una grande confusione ed allegria contaminava i volti di tutti. Era difficile capire chi fosse tornato e chi mai partito, l'impresa era compiuta ed era stata Pisa tutta a metterla in atto. Busketo ondeggi schivando la gente che si muoveva come impazzita in ogni direzione. Non venendo a capo di niente, non riuscendo ad ottenere nessuna informazione attendibile, decise di recarsi alla Taverna della Formica. Oltre la porta un'indicibile confusione, l'oste ed i suoi familiari si muovevano a fatica fra i tavoli gremiti, tutti tenevano un boccale in mano, si scambiavano pacche sulle spalle e sorrisi, qualcuno faceva sfoggio di oggetti mai visti, ovunque improvvisate rappresentazioni delle gesta appena compiute, diverse parole, identica euforia. Busketo si fece largo dispensando e ricevendo saluti ed una volta al banco attese che l'oste tornasse al suo posto per riempire di nuovo le brocche di vino da una botte a cui era stato tolto lo zipolo. Si riconobbero al primo sguardo e si strinsero la mano, Busketo era stato un ottimo e rispettato cliente della Taverna.
Ditemi, chi dei marinai ritornati ha chiesto alloggio per la notte?
Il Conte di Strido  gi nella sua stanza, gli ho fatto preparare un bagno caldo. Anche altri del suo seguito passeranno qui la notte e domattina partiranno per Ripa Albella.
Busketo non attese altre informazioni e si infil su per la scala che portava alle camere, conosceva bene quel luogo e non ebbe difficolt ad intuire dove si trovasse il Conte. Buss.
Chi , che volete?
Perdonatemi Conte Tado, sono Busketo l'architetto, vi ricordate, abbiamo modificato insieme gli alberi delle vostre navi.
Entrate!
Il Conte era sdraiato dentro un mastello di legno, immerso in acqua fumante ed una ragazza non troppo vestita era seduta sul letto. Ad un cenno dell'uomo la giovane usc e Busketo si sedette su uno sgabello. I due si conoscevano bene e fra loro nel periodo trascorso ad allestire la flotta, era nata una certa amicizia.
Vi chiedo scusa per l'intrusione, dopo un lungo viaggio saranno di certo altri i vostri bisogni.
Se alludete a quella ragazza  stata una premura dell'oste, ma vi giuro che dopo quello che abbiamo passato desidero solo riposare e capire se davvero son giunto a casa oppure  un sogno. Piuttosto voi, cosa vi porta nella mia stanza?
La necessit di sapere di voi, di mio nipote, del perch l'Arcivescovo non abbia fatto menzione nella lettera al Papa della presenza dei pisani alla crociata.
Tado sospir e sprofond con la testa sott'acqua per poi riemergere poco dopo.
Volete sapere? La verit non vi piacer ed  stato convenuto di rispettare un patto fra noi condottieri della flotta. Sono certo per che baster qualche bicchiere di vino ed ogni marinaio imbarcato sulla mia nave si potr lasciare
andare a racconti sconvenienti, magari falsati od esagerati, per cui in nome della nostra amicizia, conviene che v'informi direttamente.
Il Conte usc dall'acqua, non era completamente nudo e nuvole di vapore si muovevano dal suo corpo nell'aria fresca della stanza, il corpo asciutto e bianchissimo contrastava con le braccia ed il viso bruciati dal sole. Si asciug, pareva meditasse e scuoteva il capo, fiero soldato con le brache bagnate e il dorso ricurvo in avanti come in cerca di un sostegno, pareva l'ombra di se stesso.
Mentre eravamo in mare, pensavo che una volta arrivati avrei cercato un monaco ed avrei chiesto di fare penitenza raccontando tutto. Se siete disposto ad ascoltarmi, io liberer il peso della mia anima e magari voi verrete a conoscere quello che desiderate. Monaco o architetto, sempre in chiesa state!
Va bene, vi ascolto.
Scendete dabbasso, dite all'oste di portare una cena per due, qualsiasi cosa che non sia pesce salato o affumicato e del vino della mia terra. Poi parleremo.
La stanza del Conte era situata sopra la cucina ed aveva il privilegio di avere la cappa del camino sottostante addossata ad una parete. Era insopportabile d'estate quanto accogliente e calda d'inverno. Una piccola tavola fu apparecchiata con minestra di verdure, formaggio e carne di maiale cotta nello strutto. Tado apprezz pi di tutto l'uva e le mele, frutta fresca ormai esaurita da tempo nel viaggio per mare. Mangiando cominci a raccontare.
Alzate le vele da Pisa scendemmo lungo la costa, non un legno nemico, non un problema, ci sentivamo invincibili. Appena doppiata la punta di Reggio nelle Calabrie guadagnammo la costa greca per navigare sicuri verso Est stando sempre vicini a terra. Una flotta potente, una distesa di vele mai vista prima, centinaia di remi a battere l'acqua, il cuore
diventava intrepido man mano che si procedeva. Si decise fra noi comandanti della flotta che un'occasione cos non sarebbe toccata pi in sorte a Pisa e decidemmo di conquistare quanta pi terra era nelle nostre possibilit.
Il Conte Tado, con molte pause e molti sospiri, narr di come i pisani assalirono Cefalonia e Zante impossessandosi di enormi ricchezze. L'Imperatore bizantino Alessio Comneno che aveva gi manifestato ostilit ai crociati transitati via terra, sentito delle disfatte che portavano i pisani, arm una flotta e cerc lo scontro. Al largo dell'isola di Creta, navi cristiane ma nemiche sbarrarono il passo a Pisa, navi terribili che sulle prue avevano montato tubi d'oro che eruttavano palle di fuoco. Questi tubi dalle forme pi maligne d'animali feroci, leoni e mostri di ogni fattezza, stavano provocando grave danno a Pisa, quando ecco la Divina provvidenza scese in soccorso. Una terribile tempesta si abbatt sulle flotte, ma le navi pisane pi robuste e solide riuscirono a scampare il pericolo dirigendo poi verso Cipro. L'imperatore Alessio aveva allora chiesto aiuto ai Veneziani che con navi comandate dal Doge Dandolo, incrociavano in quelle acque. La notizia che il nemico veneziano era vicino e l'ardore dei cuori gett orgoglio e fumo negli occhi e nei cuori dei pisani che, perso il senno, issarono le vele per portare la guerra contro altri cristiani. Erano partiti per liberare il Santo Sepolcro ma portarono la morte ad altri confratelli. Daiberto aveva tuonato intimando a tutti di rispettare gli ordini e proseguire verso Gerusalemme, ma una trentina di navi virarono nottetempo incontro a Venezia che aveva disposto le sue navi all'ancora della sicura Rodi. Ci fu un assalto tanto repentino quanto efficace, le navi adriatiche furono incendiate ma i veneziani, esperti uomini d'arme, si ripresero e combatterono mietendo vittime innumeri.
Cristiani contro cristiani, uomini timorati di Dio divenuti improvvisamente sordi ad ogni richiamo, Daiberto era
disperato ed adirato con noi per il tempo perso e per la malasorte che ci eravamo attirati contro, una disdetta e una desolazione.
Ma le altre navi che non erano partite contro Venezia?
Ci avevano atteso a Cipro. Non guardatemi male, anch'io fui fra gli scellerati. Dio non avr mai piet di noi, fummo ciechi e sordi, ci dannammo da soli.
Tado beveva, parlava lentamente con voce roca e continu il suo racconto rivelando che a causa di quelle deviazioni e quegli scontri, Pisa si era attardata. Mentre Gerusalemme all'ora nona del 15 Luglio veniva liberata, non v'era traccia sul campo di battaglia della flotta partita per primeggiare alla crociata. Si era arenata sugli scogli della cupidigia e del disonore. Busketo lasci piangere il Conte ormai vinto dal vino e dal rimorso, poi deciso a conoscere altri dettagli, ruppe il silenzio.
Che ne fu di quelli che per primi partirono da Pisa?
Si fecero valere e tutti ne apprezzarono le gesta, i nostri ragazzi migliori partirono anni addietro con quelli di Normandia, ma poi conobbero il campione di onore e valore della schiera crociata, il grande Goffredo di Buglione. Quei pisani si misero al suo servizio e quando l'armata cristiana assal la Citt Santa, i primi cristiani a salire sulle mura e ad issare vittoriosi la croce nella Gerusalemme liberata furono Coscetto da Colle e Cucco Ricucchi.
Busketo ebbe un tremito.
C'erano altri con loro, c'era anche mio nipote Tolomeo.
Non so dirvi di loro, Maestro Busketo, per quei due nostri uomini che hanno fatto la storia ed il lustro di Pisa, una schiera anonima  caduta sotto la lama dell'infedele. Forse sono vivi e torneranno, forse sono cenere fra la cenere. Di certo noi con la nostra immensa flotta entreremo solo nel novero dei disonorati dopo che con ritardo di un mese approdammo ancora distanti da Gerusalemme, molto pi a
nord, a Laodicea.
L'architetto, ancora tremante per le notizie appena apprese, spron il Conte.
Che successe Tado, raccontate.
Laodicea era presidiata, il Duca Boemondo di Taranto se pur con scarse truppe era accampato fuori dalla citt. Il nostro arrivo fu provvidenziale, col valore e col numero dei nostri uomini e con l'abilit dei nostri carpentieri che ben conoscete, furono issate torri e la citt fu assediata. Un disonore, Boemondo rest comandante di tutte quelle truppe, ma la met di noi pisani continu la marcia verso Gerusalemme.
Perch parlate di disonore, non vi battevate questa volta per una nobile causa?
No! Marciando verso sud incontrammo sulla piana di Gabulon l'accampamento dei conquistatori di Gerusalemme che avevano iniziato il viaggio di ritorno. Daiberto fu ammesso alla corte e si glori descrivendo l'assedio di Laodicea. Ci fu sdegno e rabbia contro noi pisani. I conti ed i duchi crociati spiegarono a Daiberto che Boemondo aveva assediato una citt cristiana al solo scopo di conquistare un regno. Laodicea era cristiana, capite?
Tado raccont di come l'Arcivescovo fece fare a tutta la compagine pisana immediato ritorno a Laodicea. Poi dette ordine di levare l'assedio e scacciare Boemondo. La citt, grata di quel comportamento, apr le sue porte e rifocill gli inconsapevoli ed ignari pisani. Quel nobile gesto dell'armata rossocrociata, ravvedutasi dell'errore, riport gloria ed onore alle schiere pisane.
Il lustro del nostro Arcivescovo ci  valso benevolenza e rispetto. A Gerusalemme abbiamo incontrato Goffredo e Baldovino, Pisa si  assunta l'impegno di mantenere salde le conquiste dei nobili crociati e se possibile di ampliare il regno che verr fondato in Terrasanta. Il nostro onore  salvo e penso che l'Arcivescovo sapr farsi valere.
Quanti sono rimasti laggi?
Le mie otto galee sono state le prime a salpare, ma per mare ci sono molte delle centoventi navi.  stato deciso di lasciare chi aveva pi disponibilit e mezzi per combattere, alcuni uomini hanno cambiato imbarco, l sono rimasti i migliori guerrieri della citt, molti altri torneranno.
Busketo si trasse dal suo sgabello, era scesa la notte e doveva tornare in citt.
Conte vi ringrazio, non siate severo con voi stesso. Vi conosco e so della vostra nobilt, ogni uomo ha un segreto forziere di errori da scontare, non siete il solo.
Sar come dite voi Maestro, domani torno nel mio castello. Ho desiderio di pace, basta sangue e morte, basta.
Buonanotte, Conte Tado.
Buonanotte, Busketo.
La locanda appariva ora pi calma, le torce emanavano bagliori e fumo, all'euforia dei primi momenti si era sostituito un pacato senso di appagamento sia in chi narrava sia in chi ascoltava. Il freddo pungente della notte colse impreparato l'architetto che si strinse nella sua tunica. Due saette imboccavano il canale verso Pisa. Si mise a correre pensando a Tolomeo, paventando che non l'avrebbe mai rivisto.


Capitolo 22.
Anno Pisano 1100 Indizione 7 Pisa, per la Santa Pasqua.

La grande cupola ellittica riluceva da lontano, tutte le pendenze erano state ricoperte da lastre di piombo sapientemente modellate e alla sua sommit erano stati montati due castelli di legno a forma di sfera, uno pi grande, anch'esso ricoperto di piombo ed uno pi piccolo e pi alto rivestito da lamine d'oro. I raggi del sole colpivano il bianco mantello della chiesa e solo un occhio esperto poteva capire di che materiale fosse, tutto il tetto sembrava coperto di preziosissimo argento. Anche la copertura della navata principale era quasi ultimata e nessuno si sarebbe pi dovuto bagnare durante una celebrazione. Restava da completare la facciata da posizionare molte sculture e bassorilievi, ma dopo quasi quaranta anni di lavoro i pisani potevano affermare di aver visto concluso il lavoro della grande chiesa. Busketo aveva trascorso il venerd santo lavorando e digiunando e si era coricato distrutto dalla fatica e dai dolori alle mani che l'affliggevano da tempo. Il mattino del sabato si era alzato presto e non dovendo lavorare aveva deciso di recarsi fuori Pisa, per ammirare da lontano la sua chiesa. All'alba si era portato dalle parti della fattoria dei Passi all'inizio di quella Via delle Prata che portava a nord verso i monti pisani. Dopo una lunga e faticosa marcia nell'aria frizzante del mattino si volt, il sole che da Est era salito dietro il dorso curvo dei monti pisani illuminava di una calda luce rossastra la cupola e la copertura dell'abside. Le basse casupole e le mura sbeccate e scure dell'antica cinta cittadina non creavano nessun ostacolo a quel possente monumento. La vista si offusc per un attimo velata da lacrime di commozione; Busketo non aveva avuto figli suoi, ma di fronte a quella chiesa sent di essere riuscito a concepire, nutrire allevare e fortificare una creatura, la sua creatura. Si diresse verso ovest dalla parte del mare e girovagando tra i viottoli della campagna pisana, giunse nella zona del quartiere ebraico. Per le strade poca gente, era giorno di festa e riposo per la comunit ma i pochi passanti rimasero sconcertati di fronte a quello spettro che si aggirava fra le loro case, alzando perennemente la testa al di sopra dei bassi tetti per rimirare qualcosa in lontananza. Qualcuno lo riconobbe e lo salut. Ricambi con cortesia e rifiut gli inviti, infine giunse sempre pi vicino alla via d'acqua che molti anni prima, lo aveva visto nuotare con vigore inseguendo i suoi sogni. Si rec alla macina che azionava il meccanismo per follare la lana. Il legno scuro girava inesorabilmente lento e stanco, ma dall'interno non proveniva nessun rumore, quel giorno gli ingranaggi per la battitura non erano collegati. A Busketo parve che fosse passato un tempo interminabile da quando aveva chiesto aiuto e consiglio al rabbino Mordecai, si sent vecchio e stanco, tutto quello per cui aveva lottato era quasi compiuto e di colpo fu terrorizzato all'idea di dover perdere ogni cosa, di lasciare il cantiere, di consegnare la sua chiesa a qualcun altro. Attese mesto una barca e attese a lungo perch dalla riva ebraica niente si muoveva. Infine un vecchio ancor pi triste e pi mesto dell'architetto lo traghett sulla riva del cantiere. Per il sabato Santo tutta la citt si era fermata in ricordo della passione e morte di Ges, il cantiere era deserto. Da occidente salivano nubi minacciose ed una brezza fresca si insinuava sotto le vesti. Busketo si diresse verso l'Arcivescovado, aveva rimirato la sua creatura da lontano ed ora la sfiorava camminandole a fianco. Era come un possente animale addormentato, quieto ma pulsante di vita. Giunto in prossimit dell'abside alz gli occhi e sorrise ricordando di come gli era stato difficile ripartire quegli archi e quelle colonne sull'emiciclo di pietra. Si era intestardito ad usare materiale di recupero, ma i fusti diseguali gli avevano causato un sacco di noie. A guardare bene qualche arcata era anche pendente ed imperfetta, ma per fortuna solo un occhio esperto lo poteva notare e comunque di certo ormai nessuno ci badava pi. Entr nel palazzo dell'Arcivescovo e cerc Rimondino. Buongiorno, ragazzo. Buongiorno, Maestro.
Busketo si sedette su una panca dello scriptorium.
Quali notizie hai di Daiberto? ! Nessuna nuova, ormai  acquartierato a Gerusalemme, la carica che ricopre  troppo importante per poter ripartire.
Pisa  ancora orfana del suo condottiero dunque.
S, ma non credo che ci saranno tentativi di prendere il suo posto, in pratica Daiberto ha gli stessi poteri del Papa,  di fatto il Papa della Terrasanta.
Gi, chi celebrer la messa della Resurrezione stanotte?
Forse il prior di Santo Stefano oltr'Ozeri,  il pi anziano ed il pi saggio di tutti i sacerdoti.
Ma non  quello che  stato accusato di aver scavato in chiesa alla ricerca di antichi tesori?
S, ma  stato salvato dalla sua confessione diretta a Papa Urbano, quando ha dichiarato che cercava le reliquie dei Santi Stefano e Lorenzo.
Busketo si alz e si avvi verso la porta.
Sar ma io ho un'idea mia. Rimondino, ti ricordi quando ci siamo visti la prima volta?
Certo Maestro, come fosse ora, perch me lo chiedete?
Niente, lascia perdere, pensieri di un vecchio stanco. Se nel carnaio di stanotte non ti dovessi vedere, Buona Pasqua.
Una pioggia sottile veniva di sbieco, nessuno per la strada, anche la luce sembrava diminuita ed anzich essere a met del mattino, pareva sera. Doveva andare a pranzo da Cecilia, ma era presto ed il pensiero gli metteva ansia e tensione, decise di sopire quel senso di vuoto ed abbandono entrando nella sua grande chiesa. Poteva entrare dalla porta pi vicina, quella dei transetti, ma quel giorno si era deciso a vivere la sua chiesa nel modo pi completo, quasi sentisse che poteva essere l'ultima volta. Nonostante la pioggia cadesse senza posa, Busketo costeggi tutto il muro di destra, ogni pietra aveva una storia, ogni storia era legata a nomi, facce, personaggi. Passo dopo passo, pietra dopo pietra, giunse sotto il pronao appena abbozzato e sost sotto le colonne, carico di un immenso fardello di ricordi. Alcuni poveri e gente di passaggio si erano radunati sotto il porticato cercando ricovero da quel tempo inclemente. In un altro momento li avrebbe mandati via dal cantiere, dal suo cantiere, ma quella ormai era una chiesa, di tutti, per tutti e non il suo prediletto luogo di lavoro. Si tolse il mantello e lo scosse dall'acqua, si sofferm un poco sulla pietra di soglia, inspir e poi entr. In quella buia mattina, il balzo dentro la chiesa sembrava conducesse alle fauci di un mostro degli abissi. Nella penombra la fila delle colonne che delimitavano la navata centrale si innalzava possente al cielo. A destra e a sinistra si intuivano altre colonne ed altri spazi, ma nessuna lucerna rischiarava l'enorme navata. Fuori dall'orario delle celebrazioni la chiesa non era illuminata e quell'oscurit giovava a molti. Si spost a destra e cammin lentamente sotto le volte della navata laterale, decine di disperati senza casa e averi si erano rifugiati negli angoli pi bui, la pioggia aveva trasformato quel giorno di
digiuno e preghiera nell'ennesimo giorno di disperazione. Busketo avanzava e quella gente chinava il capo ma non per rispetto, piuttosto in segno di timore, di paura. Poteva mandarli via, era la sua chiesa ma era anche la casa del Dio misericordioso che tante volte aveva pregato e tante altre aveva offeso. Giunse al transetto di destra un po' pi luminoso di quello verso Nord che pareva una nave ancorata in mezzo alle nebbie. Si spost al centro del rettangolo formato dai quattro possenti pilastri che sorreggevano la cupola. Viveva una strana sensazione quasi mutando ad ogni battito del cuore, viveva quel luogo ora come chiesa, ora come opera di pietra, volgeva l'occhio alla maestosit della volta e si sentiva attratto dall'Altissimo, ma un attimo dopo si augurava che le spinte del piombo sul tetto fossero ben bilanciate dalle arcate delle navatelle o che l'immensa cupola fosse ben modellata da non permettere al vento di offenderla. Mentre era assorto a testa in su, in un misto di contemplazione e preoccupazione, una voce lo trasse dai suoi pensieri. Zio!
Destro, che ci fai qui, non sei andato a casa ieri? Il cantiere  fermo!
Busketo aveva risposto con veemenza, quasi gli bruciasse di essere stato scoperto in chiesa, in quella sua solitaria meditazione.
Calmati zio, ma stai bene? Hai una brutta faccia, vieni, sediamoci.
Si accomodarono sugli scalini del presbiterio, con le spalle volte verso l'altare e lo sguardo verso la navata. ? Sei tutto bagnato zio, ma non dovevi andare da Cecilia?
Dovevo, dovrei, non so se ho voglia, nipote. Questa impresa di Gerusalemme sembra che abbia portato enorme ricchezza alla nostra citt, ma ovunque io mi giri vedo povert, indifferenza, corpi senza pi anima, senza calore. Sai quanto abbiamo sofferto per tuo fratello Tolomeo.
S, ma ha sempre fatto di testa sua, lo sai che non lo penso, tuttavia  un po' come se si fosse meritato il suo destino, o forse no ma comunque se l' cercato. Mio padre ha sempre avuto un occhio di riguardo per lui, poteva rimanere con noi a lavorare e invece...
Forse hai ragione, forse sono vecchio e vedo le cose pi con il cuore che con la mente.
Perch non vuoi andare da Cecilia, zio?
Come faccio a spiegarti, da quando c' stata la crociata, vive solo nell'attesa dei suoi figli, il suo cuore si  indurito, non c' pi spazio per me.
Non c' mai stato zio, hai sempre avuto questo legame, ma  sempre stato contro natura.
Busketo sospir, avrebbe voluto spiegare al nipote che nella vita non sempre la cosa pi bella era quella lecita, che non sempre la cosa pi giusta era quella che facevano tutti o che ordinava la chiesa, ma Destro aveva un animo troppo semplice. Schietto e sensibile, era per prudente e timoroso, non condivideva mai le cose estrose e non si lasciava irretire mai da ci che era sconveniente, forse non sognava mai ad occhi aperti.
Hai ragione Destro, sono sempre stato dalla parte sbagliata, scusa per queste mie stupide lamentele.
Il vecchio si alz, and a carezzare una colonna, a tutte aveva dato un nome, ma quello era un suo segreto.
E te perch non sei andato a casa?
Non  pi casa mia, mi sento un estraneo, mio padre non parla mai, da quando  morta anche nonna Altea, la mamma  diventata triste e cupa.
A Busketo si strinse il cuore ricordando le lunghe ciglia di Sista, i suoi sguardi curiosi, i batticuore in quel sottotetto. Prov compassione per la vecchia amica.
Magari se ti vedesse la potresti rendere un po' pi felice, sarebbe contenta di avere suo figlio con s per questa festa.
S, per un attimo magari, poi sarebbe un giorno di tristezza e solitudine, tanto vale restare qui, forse vado a cena da Rimondino, poi vengo alla messa. Va bene nipote, ci vediamo stasera allora.
Si diresse verso l'uscita percorrendo tutta la navata, fuori pioveva ancora e doveva raggiungere casa di Cecilia, sospir e poi si mise in cammino. Risal Via Santa Maria, evit i cantieri navali e guadagnando il lungarno nei pressi della Porta d'Oro si ferm ansimando. Quel turbinio di pensieri scuri, dove tutto sembrava prossimo ad essere perso, gli avevano tolto energia e voglia. Arriv al ponte, lo pass e svolt a sinistra risalendo la corrente. La citt dal suo arrivo era cambiata. Nuove case e possenti torri si ergevano di fronte all'Arno. Daiberto prima di partire per la crociata era stato costretto ad emanare un editto per regolare l'altezza delle case, la distanza dei confini e molte altre cose relative alla nuova zona a Sud del fiume, il quartiere di Kinsika. I ricchi mercanti che si stabilivano in quella zona avevano preso a costruire case torri molto alte, in proporzione ai loro averi. Ne era nata una sorta di gara, ma nessuno poteva permettersi il lusso di costruire a suo piacimento. Per quello era intervenuto Daiberto ed era stato un bene. Busketo risal la corrente camminando sulla riva sabbiosa fra barche in secca e cataste di materiale. La sabbia bagnata si appiccicava ai calzari di legno e cuoio, entrava dentro e impediva di procedere spediti. Ogni tanto si riposava appoggiandosi ad uno scalmo o ad uno dei muri dei magazzini. Il suo corpo pareva prossimo ad accasciarsi, ormai la pioggia aveva reso le vesti inutili e prov un grande gelo. Giunse al magazzino di Cecilia, si pul alla meglio i piedi ed entr notando come al forte odore di spezie si sommava un
aroma pi caldo e conosciuto. Raggiunse la cucina e trov la sua donna intenta a sfornare pani a forma di colomba e i calisson, dolci con mandorle tritate e canditi di melone.
Ciao Cecilia.
Mio Dio, sei tutto bagnato, vieni vicino al forno, spogliati ti vado a prendere una coperta.
Busketo rimase nudo e fu subito ricoperto da un caldo drappo, si sedette nei pressi del forno, prov piacere e calore ma il suo umore non cambiava.
Cos'hai, cos' successo?
Sto bene, non ti preoccupare, sono solo brutti pensieri.
Parlamene allora.
Finisci il tuo lavoro, come mai sei sola, dov' tua cugina?
 andata al porto, pare che entrino delle navi.
Non ti rassegni, vero?
Cecilia riprese il suo daffare intorno al forno, il caldo aroma di dolce si spandeva per tutta la stanza e metteva allegria o almeno avrebbe dovuto, ma n l'architetto n Cecilia erano dell'umore giusto per apprezzare quel momento. Busketo si era un po' ripreso, i dolori della donna avevano un po' lenito le sue pene. Erano anni che non vedevano pi i due ragazzi, le loro grida e le loro risate avevano allietato quella casa per molto tempo, ma tutto era ormai passato. Cecilia sperava che d'improvviso le arrivasse la notizia del ritorno del figlio Vittore e del nipote Fabias, inviava ogni giorno messi al porto e attendeva torcendosi le mani, ma invano. Quando erano giunte le prime navi di ritorno dalla crociata, Busketo aveva letto l'apprensione e la speranza negli occhi della donna, aveva desiderato con lei quel momento, aveva desiderato riabbracciare quei due ragazzi. Col passare dei mesi Cecilia si era fatta sempre pi cupa, sempre pi distante. Riusciva a sorridere in ogni circostanza ma la sua mente era altrove, mai l a Pisa, mai con Busketo. Il vecchio architetto aveva preso quasi ad odiare quella speranza, si sentiva abbandonato eppure impotente di fronte a quel tenace amore di madre. Si alz, scese le scale e si ritrov nel magazzino confuso in quell'armonia di aromi che mille ricordi piacevoli gli portavano alla mente. Ma erano solo ricordi. La tristezza divenne ancora pi profonda quando si affacci al grande portone, l'acqua scendeva fitta e creava quasi un velo che mascherava il paesaggio. Si strinse nella tunica e rimase sull'uscio a scrutare i mille cerchi concentrici che si formavano sul pelo dell'acqua delle pozze. La pioggia crebbe di intensit, rientr e serr la porta, sal di nuovo in cucina e quasi supplicando guard Cecilia nella speranza di un suo gesto d'attenzione. La donna inforn l'ultima mandata di biscotti e si sedette accaldata accanto al suo uomo. Si presero le mani.
Hai mangiato stamani?
No, sono uscito presto.
Cecilia fece per alzarsi ma Busketo la trattenne.
No, ferma, se avessi voluto mangiare avrei preso il pane, se avessi voluto bere avrei cercato acqua, ma sono qui per te Cecilia, non per mangiare.
Lei chin il capo e baci le mani dell'uomo intrecciate alle sue. Rimase cos per un po' con la guancia poggiata sul dorso della mano forte e abbronzata di Busketo. L'uomo stacc una mano da quel contatto e dolcemente prese a ravvivarle una ciocca di capelli ribelli, portandola dietro l'orecchio. La ciocca ormai si era convinta, ma Busketo continuava a compiere quel gesto con dolcezza ripetendo quella carezza. I capelli erano venati da fili d'argento ed il rosso rame di un tempo era assai sbiadito. Ci nonostante Cecilia era ancora bella, forse pi bella e sicuramente pi nobile con quegli occhi profondi e sinceri che sapevano ancora affascinare. Torneranno?
Non lo so Cecilia, lo spero quanto te. Ne abbiamo parlato
mille volte, sono uomini e sanno badare a loro stessi, staranno sicuramente bene e prima o poi si faranno vivi. Ma non puoi dedicare ogni tuo pensiero a questo ritorno, la tua malinconia non pu cambiare l'ordine delle cose.
Ti senti solo, Busketo?
S, Cecilia, mi sento come un marinaio imbarcato su una nave di ghiaccio, bellissima, ma fredda e qualche volta mi si gela il cuore. Anche stamani ho avuto paura di morire, ma il mio terrore  morire da solo, senza nessuno che mi tenga una mano, senza te.
Ti sono sempre stata vicina, anche se non  stato facile. Quando sei andato a vivere al porto, come credi che mi sia sentita, considerata e amata?
Busketo non aveva mai valutato le cose da quel punto di vista, forse il suo modo di vedere la vita era troppo egoistico, forse sentiva di avere dei diritti che invece non avevano motivo di esistere, decise di cambiare discorso. Si pieg verso Cecilia ancora poggiata sulle sue mani e la baci fra i capelli.
Piove a dirotto, hai mandato tua cugina al porto, trovi che sia giusto costringere una persona come lei a questo ingrato compito? Sai cosa faranno i ragazzi appena torneranno a Pisa? Correranno qui dalla loro madre, non devi tormentare pi nessuno con questo tuo pensiero, nemmeno te stessa.
Cecilia si sciolse da quel tenero abbraccio.
Ho mandato via mia cugina per stare sola con te, ma a quanto pare noi non ci capiamo pi, un tempo avresti letto le cose in modo diverso.
L'architetto si sent sprofondare, avrebbe voluto rimediare ma sapeva che sarebbe stato inutile e anzi dannoso. Cecilia sapeva essere amorevole eppure dura e tenace e quello spiraglio d'amore ormai, per quel giorno, si era chiuso irrimediabilmente. Mangiarono, la pioggia era scemata, i vestiti di Busketo si erano asciugati al calore del forno lasciato aperto dopo la cottura degli ultimi biscotti.
Sai Busketo, sei apparso nella mia vita quando credevo di dover portare onore in eterno a mio marito, sei apparso quando mio fratello  stato ucciso da quella freccia, in te ho riposto tutti i miei sogni, i miei desideri di una vita normale. Ho cercato di resistere, h cercato di scacciare il demone, ma quella notte nel magazzino, la nostra prima notte, capii che a te non potevo resistere, che non avevo mai amato Bertrand, che non dovevo per sempre essere chiusa nel carcere della mia solitudine. Volevo vivere Busketo, volevo amare e sentirmi amata.
Io non ho saputo amarti?
S, tu mi hai dato tutto, mi hai fatto sentire importante, unica, ma forse ci  mancato qualcosa, dovevamo incontrarci prima o forse no, non lo so. So solo che fui avventata, che mille volte mi sono pentita e mille volte invece sono stata felice di averti voluto. Ora mi senti lontana, sono di nuovo prigioniera di molti tristi pensieri, ma anche la tua cattedrale, la tua creatura e la ragione della tua vita, forse ti ha dato molto e forse ti ha preso ancor di pi. Non  stato facile vivere accanto a te.
Avrei voluto esserti marito ma la vita non me l'ha concesso, avrei voluto essere padre ed ho preso i ragazzi come fossero miei, avrei voluto vivere in una casa profumata di muschio e di biscotti, ma non era possibile. Sai quei cavalieri che scendono dal Nord e che qualche volta si vedono transitare per Pisa? Quelli che portano quelle armature pesanti e rumorose? Io sono uno di quelli, per sopravvivere ho sempre portato un'armatura, una corazza d'acciaio per non essere schiacciato dalla vita e dalla solitudine. Anche se hai sempre avuto la possibilit di sciogliere le fibbie della mia armatura, forse non me la sono mai tolta del tutto, forse non te l'ho permesso, io non l'ho permesso, mi dispiace.  ora che vada, perdonami Cecilia.
La chiesa era gremita ed anche lo spalto del cantiere brulicava di gente. Dopo il suono dell'ultima campana a morto, fuori dalla chiesa nei pressi della porta principale fu acceso un fuoco fatto di rami secchi d'olivo. Don Waldo l'anziano prete di Santo Stefano e Lorenzo scese dal presbiterio col suo seguito di prelati ed in processione si recarono verso l'uscita. La chiesa era totalmente avvolta dall'oscurit, una marea di teste ondeggiava come il mare lungo quando la tempesta va scemando. Waldo raggiunse la porta ed usc, tese una torcia verso il fuoco e questa si accese arrossando i volti dei pi vicini. Il fuoco fu passato ad altre torce, candele, lumi. Un mormorio crescente accolse la luce che dentro e fuori dalla chiesa tornava ad avere la meglio sull'oscurit. La navata ora riluceva ed anche all'esterno brillavano punti in movimento come in un campo di grano mosso dal vento. Il sacerdote si riavvi in chiesa ed innalz una pertica che recava in cima un crocifisso. Il volto del Salvatore era rivolto verso l'altare, come consuetudine, ma dopo qualche passo Waldo ruot la pertica fra le mani e Nostro Signore prese a guardare indietro, verso la folla che iniziava ad accompagnare quella deambulazione. Il gesto non sfugg ai pi attenti e subito si lev un mormorio, ora pi alto ora pi sopito. Waldo sorrideva e si gustava quel momento, no non era sacrilegio. Giunto all'incrocio coi transetti prosegu e si sistem davanti all'altare maggiore voltandosi verso il popolo Benedctus Dminus Deus Israel, quia visitvit etfecit redemptinem plebis suae et erxit cornu saltis nobis, in domo David pueri sui...
Nelle prime file qualcuno che aveva interpretato il gesto del Crocifisso in modo negativo stava ancora rumoreggiando, ma Waldo appena che ebbe finita la preghiera, riprese a parlare: Popolo di Pisa, placa gli animi e disponi il cuore all'ascolto.  giunta prece da Gerusalemme inviataci dal nostro Arcivescovo Daiberto primo Patriarca Latino. Ebbene,
nella missiva si narra come nella Santa notte di Natale, Daiberto abbia incoronato Advocatus Sancti Sepulchri il prode e mai vinto Goffredo Conte di Buglione e di come il novello Difensore del Sepolcro abbia voluto nella sua infinita bont e illuminato dallo Spirito santo, ringraziare i pisani per il loro aiuto!
Un mormorio di agitazione corse per tutta la chiesa, la folla ondeggi e non fu facile ripristinare il silenzio. Waldo riprese.
Nei giorni dell'assedio alla Citt Santa ai pisani che da tempo servivano il Conte fu affidato il compito di assalire le mura nella parte di levante. Furono costruite torri e innalzate scale ma i saraceni resistevano. Quando primo fra tutti il nostro compatriota Cucco Ricucchi riusc a salire indomito sulle mura, rivolse appello ai crociati che per stremati non ce la facevano a salire al suo fianco. Fu allora, o pisani, che Cucco dispieg fra le sue braccia uno stendardo con dipinto il crocifisso e il volto di Ges guard verso i combattenti infondendo loro forza e nuova fede!
Il silenzio era totale, tutti conoscevano la storia dei pisani che erano partiti via terra anni prima ormai divenuta leggenda, ma nessuno si aspettava che quelle storie potessero aver determinato azioni ed infuso pensieri ai grandi condottieri impegnati in Terrasanta. Anche Busketo e Destro attendevano ansiosi l'epilogo di quella storia sperando celatamente di sentir nominare almeno una volta il nome di Tolomeo.
Ebbene, padri e madri pisane, voi genitrici di eroi sappiate che il saggio Goffredo ha concesso alla sola citt di Pisa unica nell'ecumene, di portare nelle processioni il volto di Cristo rivolto verso il popolo affinch, come il Crocefisso di Ricucchi, infonda fede e speranza in ogni cuore!
Il boato che si alz dall'adunanza fu immenso, ci furono lacrime, abbracci, quelli che avevano mal interpretato il
gesto del vecchio Waldo si batterono il pugno sul cuore in segno di penitenza. Le campane della resurrezione presero a suonare, tutta la citt fu riportata dalle tenebre alla gioia. La celebrazione ebbe inizio.
In Nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti...
All'offertorio la celebrazione tocc il suo momento pi alto. Da giorni girava la voce per Pisa ma nessuno aveva notizie certe e quando le tre barelle recanti i corpi dei Santi Nicodemo, Gamaliele e Abibone, coperti da finissime stole di lino, furono deposte ai piedi dell'altare, su molti volti comparvero le lacrime. Quei martiri del cristianesimo, quei testimoni della fede erano stati sottratti all'infedele e da quella notte in poi avrebbero riposato per sempre nella grande chiesa pisana. Forse fra i pi onorati c'era proprio Busketo, la ruota della vita girava e tanto dava quanto sottraeva. Quello che sembrava essere nato come un giorno di ansia e paura, s'era trasformato in un tripudio di gioia ed orgoglio. La sua chiesa avrebbe ospitato il corpo dei tre Santi. Si volt verso Destro che aveva gli occhi pieni di lacrime, nessuno bad a loro quando quasi di nascosto si abbracciarono con forza. La messa della resurrezione prosegu in modo ordinario, ma prima che il rito fosse concluso un altro piccolo corteo transit per la navata. Uomini al servizio dell'Arcivescovado recavano un vaso di porfido, uno di quelli delle nozze di Cana. Al passaggio di quella reliquia nessuno os restare in piedi, tutti si inginocchiarono e qualcuno protese le mani per toccare il sacro recipiente ma fu respinto indietro, un inno di gloria riemp l'immenso spazio. Dest stupore e ammirazione anche un altro dono di Re Goffredo, un'immensa porta di bronzo destinata ad abbellire la chiesa. Gli unici a non essere troppo entusiasti furono proprio Busketo e suo nipote che gi mentalmente ne calcolavano le dimensioni ed il lavoro da fare per montarla su robusti cardini. La messa arriv al suo epilogo, ma
Waldo non pronunciava ancora la frase di rito per sciogliere l'assemblea dei fedeli. Si port invece di nuovo davanti all'altare e sempre col Crocifisso rivolto verso i fedeli prese di nuovo la parola: In mezzo a tanta benevolenza destinata da Dio al popolo di Pisa per la sua fedelt e per la sua devozione, una notizia meno lieta ci giunge da lontano.
Il cuore di ogni essere umano dentro quel sacro recinto smise di battere. Ognuno aveva per mare interessi, parenti e figli, qualunque progetto poteva essere stato leso e a qualcuno dei presenti la sorte poteva rivelarsi maligna.
Pisa si  conquistata onore e devozione di Re e Principi e le nostre insegne sono riconosciute su tutta la terra.  dovere di questa citt, di questo popolo, di noi gente pisana, mantenere immensa e intatta questa gloria!
Waldo prese fiato e tempo per far calare il suo colpo finale.
 giunta notizia che in una citt del nord, nelle terre dell'Imperatore allemanno  stata costruita una chiesa cattedrale lunga ben trenta pertiche, la citt di Spira ha la cattedrale pi grande della terra!  dunque volere del nostro sommo Daiberto che questa nostra chiesa sia resa pi grande ancora, la chiesa pi grande che il mondo abbia mai visto!
Un'altra acclamazione accolse quell'ultimo discorso, Waldo impart la benedizione e scomparve lasciando la chiesa in uno stato di totale agitazione. Tutti i pisani si rallegravano e complimentavano con gli altri, come se ognuno fosse il responsabile di quel successo agli occhi dei potenti. Per un uomo, uno solo, quella giornata era iniziata male e finiva peggio.


Capitolo 23.
Anno Pisano 1106 Indizione 12 Pisa, per l'Ascensione.

Le notizie che giungevano dalle terre del Nord non erano rassicuranti. Il secondogenito dell'Imperatore Arrigo quarto si era ribellato al padre e lo aveva fatto arrestare e segregare nel castello di Ingelheim. Per aver salva la vita l'imperatore aveva abdicato e ceduto le insegne al figlio che era stato prontamente eletto dal clero di Magonza col nome di Arrigo V. Le notizie giungevano frammentarie e discordanti dai vari corrieri che percorrevano le vie dell'impero o da naviganti di stirpe germanica che transitavano per Pisa. La citt guardava con apprensione a quelle vicende, Arrigo quarto si era dimostrato fedele amico ed alleato della citt, ma il futuro ora appariva pi incerto. Papa Pasquale secondo che aveva mantenuto e mai annullato la scomunica del padre aveva gi ammonito il figlio a non frapporsi nei poteri della chiesa e le investiture dei Vescovi, ma il giovane irruente ed arrogante sembrava riottoso a seguire quei consigli. I pisani erano stati in grande apprensione anche per altre vicende. L'anno dopo l'incoronazione, Goffredo di Buglione era improvvisamente morto. Il di lui fratello Baldovino, senza farsi grandi scrupoli, aveva preteso ed ottenuto la corona reale. Daiberto non pot contrastare la sua acclamazione perch in quei giorni si trovava lontano da Gerusalemme e al suo ritorno era stato costretto dagli eventi ad incoronare il nuovo Re. Il clima a corte era cambiato, all'ardore della liberazione della Citt Santa si era sostituito l'interesse particolare
e la lotta per il potere e Daiberto era sempre stato osteggiato da una frangia di nobili invidiosi di Re Goffredo Il pi acerrimo nemico dell'Arcivescovo pisano fu Boemondo di Taranto che riusc ad eliminare dalla scena politica il Patriarca pisano accusandolo di calunnia. Daiberto era stato costretto a rientrare a Roma per subire un processo e nel tentativo di tornare a Gerusalemme era per morto nel 1105. Vessato da tali e tanti problemi l'Arcivescovo pisano non aveva mai dato seguito al progetto di prolungare la chiesa, con enorme soddisfazione di Busketo. Dopo l'impresa della prima crociata i pisani avevano armato altre flotte, talvolta per brevi periodi talaltra per missioni ben pi importanti. Nell'anno del Signore 1102 il Console Ildebrando Visconti fu posto a capo di un possente schieramento predisposto allo scopo di allargare i confini dei traffici commerciali della citt. Pisa si poneva apparentemente al servizio della Croce, ma non disdegnava mai di organizzare i propri commerci. Dopo tre anni di vicende nei mari orientali la flotta aveva fatto ritorno. Erano state conquistate Sidone, Tripoli di Siria, Laodicea e Solino ed in ogni citt, in virt dei benefici ottenuti anni prima, Pisa pose base e quartiere per i propri mercati. Le perdite di uomini e navi erano state modeste e spesso dovute pi ai fortunali che alla forza del nemico. L'esercito musulmano ormai sembrava dissolto e niente e nessuno contrastava l'impeto dei combattenti pisani. Dalla Terrasanta erano tornati in molti, non si era pi saputo niente di Tolomeo e di altri suoi amici, non si era pi saputo niente neanche di Vittore e Fabias. Nel silenzio di una casa ormai cupa una madre piangeva ogni giorno. Verso la fine di maggio Busketo si trovava al cantiere, quando un ragazzino sui sei anni lo avvicin.
Nonno Busketo, mio padre dice che dovete venire subito all'Arcivescovado.
Non si degna neanche pi di venire di persona, bel padre che hai! Cosa dite, nonno?
Niente, lascia perdere, sparisci!
Il bimbo prese a correre e scomparve alla vista, Busketo dolorante si alz dalla sua panca e lentamente si mise in cammino verso San Giorgio meditando sul carattere di Destro che da molto tempo ormai aveva soprannominato Tono Sordo. La notte di Pasqua di molti anni prima avevano parlato in chiesa e Destro aveva addotto delle scuse per non essere andato a trovare la madre. In realt aspettava gi un erede dalla figlia di un ceraio di Via Santa Maria, ma lo aveva tenuto nascosto a tutti. Mentre camminava verso l'Arcivescovado Busketo pensava ad alta voce.
E pensare che ebbe il coraggio di dire che io avevo vissuto contro natura, Tono Sordo d'un Destro, bel nipote mi sono allevato! E poi ha voluto anche un apprendista tutto per s, cos giovane ed io alla sua et neanche ci pensavo. Almeno quel Rainaldo  un ragazzo in gamba e sveglio, speriamo che Destro non lo sciupi.
Le scale per salire nella grande sala dell'Arcivescovado parevano non finire mai, ma a togliere il fiato al vecchio architetto fu la vista dei nobiluomini che vi trov. L'Arcivescovo Pietro Moriconi lo accolse benevolo e lo fece accomodare.
Venite Maestro, sedete. Certo conoscete il Conte Sigherio Bulgarello ed il Console Ildebrando Visconti.
Sono onorato e vostro devoto servitore, signori.
I due uomini d'arme risposero con un cenno del capo, l'Arcivescovo riprese a parlare.
Vi ho fatto chiamare perch necessito di un vostro parere, ho gi conferito con vostro nipote Destro ma giustamente si  rimesso a voi per ogni giudizio.
Busketo ebbe un impeto di stizza, ma non lo dette a vedere.
Ditemi, vi ascolto.
Le imprese di Pisa in oriente hanno portato grandi benefici e ricchezze, sono state conquistate nell'interno Assur Cesarea, Gabulon e sulla costa San Giovanni d'Accon e Beirut. Da Cesarea una nave ha riportato un frammento della Vera Croce e a Pentecoste sar collocato nella cattedrale.
Sono fiero quanto voi Arcivescovo, far tutto ci che  in mio potere per conservare il frammento nel migliore dei modi.
Pietro Moriconi continu a lodare l'impresa in Terrasanta, quasi l'avesse condotta lui. In realt era entrato giovanissimo nel convento camaldolese di San Michele fuori le mura e ne era diventato Abate. Era stato fra quelli che si era opposto all'elezione di Daiberto e poi si era dovuto piegare al potere di Papa Urbano. Ora aveva la citt sulla punta delle dita e non risparmiava occasione per manifestare e far pesare il suo potere.
Vedete Busketo, i due nobili qui presenti hanno elargito alla chiesa una donazione, un lotto cospicuo di terreno.
A favore della cattedrale dunque.
No architetto, a favore del Convento di San Michele che pu ora ampliare i suoi possedimenti e costruire una nuova chiesa.
Perdonatemi Arcivescovo, voi siete la guida di questa citt che si identifica ed  conosciuta in ogni porto per la sua bianca chiesa, perch costruire una nuova chiesa...
La frase rimase sospesa, Pietro si era alzato indignato scagliando lontano lo sgabello su cui era seduto.
Siete stato convocato per dare consiglio in materia di costruzioni, non di politica, tacete!
Busketo chin il capo ed attese il dipanarsi di quella insolita commedia, servivano ancora dei fondi per poter acquisire gli ultimi marmi, i pi pregiati e candidi. La facciata era quasi conclusa ma mancavano ancora alcune sculture e colonnine delle arcate cieche. L'architetto non aveva niente da perdere, non aveva molto da vivere e nessuno poteva nuocergli pi che la morte stessa.
Perdonatemi Arcivescovo, se il lascito di questi due nobil'uomini sar ascritto a San Michele, il convento avr pi ricchezze e rendite che dell'Opera stessa. Il Convento ha gi San Pierino in Vinculis e San Paolo all'Orto. Perch iniziare questa nuova chiesa se dobbiamo finirne ancora una.
Nella stanza cal il silenzio, sia il Conte Sigherio che il Console Ildebrando si lanciavano occhiate di imbarazzo. Busketo cap che parteggiavano o almeno non trovavano irragionevole la causa della Cattedrale, ma al tempo stesso il loro silenzio lasciava intendere la trama di precedenti accordi. Pietro Moriconi torn a sedere, finse di non aver sentito le parole di Busketo e ricominci a perorare la sua causa.
Il documento di donazione  gi stato siglato e depositato, sta a me amministrare questo bene nell'interesse della chiesa e del popolo pisano. Il vostro consenso non mi interessa n mi serve, anzi vi ordino di destinare le pietre migliori che vi sono rimaste alla fabbrica della facciata di questa nuova chiesa che sar dedicata a Santa Cecilia.
Combattere non serviva a niente, l'Arcivescovo aveva gi deciso, Destro con fare meschino aveva dato la sua approvazione e i due donatori avevano solo l'interesse di ottenere ammenda delle loro molte colpe terrene. Busketo era stato convocato solo per dare una veste di legalit e giustizia a quella manovra, che comunque si sarebbe fatta. Il vecchio architetto si alz barcollando, il Console Visconti gli afferr il braccio e lo aiut, si scrutarono per un attimo cogliendo l'uno nello sguardo dell'altro la franchezza e la reciproca ammirazione. Fu un secondo, poi il vecchio si diresse verso la porta Dar ordine affinch le migliori pietre, le pi candide e meglio squadrate siano avviate agli orti fuori le mura, buona giornata.
Delle tre voci presenti soltanto due si levarono a ricambiare il saluto. Il mattino seguente poco dopo l'alba Busketo si fece accompagnare in barca ai magazzini di Cecilia de Beau, l'architetto scese aiutato dal barcaiolo e si diresse verso la costruzione in muratura che non appariva in ordine come un tempo. I commerci della famiglia de Beau si erano mantenuti floridi e sicuri grazie al piglio della donna ma dopo la prima crociata, quando ogni speranza di riunire a s i suoi ragazzi era andata in frantumi, le attenzioni verso i commerci erano via via andate scemando. Quando si era sposata ed era approdata a Pisa l'avevano seguita diverse donne della famiglia, ma di tutto quel gineceo non rimaneva pi nessuna. Solo una cugina arrivata da pochi anni le faceva compagnia, ma viveva quella condizione pi come un'operaia che come una parente. Cecilia non aveva pi avuto amore familiare intorno a s tranne quello di Busketo che per da solo non le bastava. Se l'orgoglio ed il piglio di quella donna ancora sopravvivevano, le energie e l'interesse per quella vita erano venuti meno. Onorava gli impegni pi per dovere che per interesse, tutti i suoi guadagni non erano serviti a farle mantenere gli affetti. Anche i suoi dipendenti erano al corrente di quella situazione e c'era chi ne aveva approfittato sottraendo carichi importanti, fuggendo con i guadagni di una operazione, ma ormai non le importava pi di niente. Cecilia, seduta su una balla di tessuto, era in attesa di Busketo e alla sua vista sorrise dolcemente ma anche con mestizia e subito abbass lo sguardo. Busketo recava un dono, dopo molti, troppi anni, aveva avuto il coraggio di entrare dagli speziali di San Michele e di comprare una fala di profumo al muschio. Cecilia apr con trepidazione il tappo di ceralacca e subito l'aroma penetrante satur quell'aria gi ricca di essenze. Piansero, ma furono lacrime dolci legate ai ricordi, a tutte le cose belle vissute insieme. Si baciarono teneramente e dopo che Cecilia ebbe
riposto il dono con cura, uscirono sorreggendosi l'un l'altro e si diressero verso il pontile. La barca riprese il fiume dirigendosi verso il mare.
Sono contento che tu abbia accettato di venire alla Rogazione, oggi  mercoled, ci sar una grande adunata di persone.
Le hai sempre odiate queste cose, ora ti piacciono?
Le ho sempre detestate perch per me ogni festa, ogni celebrazione religiosa significava interrompere i lavori, nascondere i legnami, eliminare i pericoli, giorni e giorni di lavoro andato al vento. Ma ora la chiesa  finita, ora non mi devo preoccupare pi di niente e posso concedermi anche delle pause.
La chiesa non  finita, che ne  stato del comando di allungarla? Non  affar mio, io chiudo il cantiere. Il mio sogno  realizzato mi sono opposto e mi opporr finch avr fiato, non si muta un asino in gazzella e non si pu ridurre un castro in reggia. Ci penser qualcun altro, Destro o magari pi in l il suo apprendista Rainaldo, che forse farebbe meglio.
La donna guard fisso negli occhi quell'uomo canuto, piegato in avanti dal tempo e dai dolori. Busketo pareva avere mille anni, ma quando parlava della sua creatura, delle sue idee, dei suoi convincimenti, una scintilla ardente brillava nei suoi occhi, il suo animo si accendeva e tornava ragazzo. Sorrise ricordando molti momenti passati insieme, l'architetto si illumin vedendo le labbra della donna incurvarsi verso l'alto, ma non ebbe tempo di proferire parola, la prua della barca urt la sabbia bassa dello scivolo di San Nicola ed il barcaiolo li aiut a scendere. Rimondino aveva mandato un calesse per evitare ai due vecchi di camminare per le vie della citt fino alla Cattedrale. Pisa era in fermento, alla vigilia della festa dell'Ascensione si celebravano tre giorni di riti propiziatori. Dal luned al mercoled ogni mattina
all'alba, una folla si radunava davanti alla grande chiesa e poi si divideva in quattro grandi processioni; recitando orazioni e preghiere i fedeli muovevano verso i quattro punti cardinali, uscivano dalla citt e sostavano ad ogni altare, ad ogni edicola ad ogni immagine sacra che incontravano sul loro cammino ed invocavano il Signore. Le rogazioni dell'Ascensione con quelle processioni propiziatorie avevano origini antichissime e si diceva che in un tempo molto addietro, fossero addirittura celebrate dai pagani per ingraziarsi gli di della terra. Erano dicerie che conoscevano tutti ma che nessuno osava ammettere e quando se ne parlava, sempre sottovoce, ad ogni parola ci si segnava per allontanare le ire di Dio. Le quattro fiumane di gente mossero dallo spalto della chiesa.
A quale ti vuoi unire, andiamo verso il mare?
Busketo aveva pronunciato quelle parole con timore e comunque con rispetto immaginando che Cecilia volesse percorrere e pregare la via del mare di riportarle i suoi ragazzi.
No, andiamo a tramontana, non sono mai andata a piedi nelle zone che ti sono care.
Il cuore di Busketo era in tumulto, quella resa al destino, quel desiderio di compiacerlo lo interpretava come un segno di speranza, di riunione del suo animo a quello tormentato della donna. Restava poco da vivere, tanto valeva farlo in armonia.
Rimondino, andiamo verso i monti, grazie per il carro. Te non vieni?
No, resto qui a preparare per la messa del ritorno, pregate anche per me.
A passo lento e scandito dalle preghiere passarono San Giorgio e traversarono la Porta ed il Ponte di Santo Stefano. La vecchia chiesa appariva un po' malandata e Busketo si distrasse pensando all'occorrente per porre riparo, era un
vizio, un'abitudine, un modo di vedere il mondo ormai appreso da una vita di cantiere. Si addentrarono nella campagna, ai Passi sostarono nei pressi del macello delle bestie di Strappacarnaio dove una piccola cappella conservava una statua in legno della Madonna. Le donne in cima al corteo religioso portavano grandi ceste dove erano state raccolte rose ed altri fiori, i petali erano stati separati gli uni dagli altri e mani femminili traevano da quei canestri pugni ricolmi di colore che con ampi gesti affidavano al vento. Una pioggia di rosso, rosa, e di mille altre tonalit cadeva a terra e la sparta dei fiori formava un tappeto odoroso. Fu recitato un Padre Nostro, ma se il coro era uno, i pensieri erano migliaia, ognuno aveva un favore da chiedere, un peccato da scontare, chi sperava di rimanere incinta, chi pregava per non aver pi figli. Il corteo infil la Via delle Prata; i pi vecchi si fermarono convinti di aver compiuto il loro dovere, gli altri proseguirono.
Se non ti dispiace mi fermo qui e vi aspetto.
Va bene Cecilia, io vado ancora un po' avanti.
Busketo capiva che la donna gli aveva fatto un dono, che era andata a tramontana per compiacerlo, ma che sarebbe voluta correre verso il mare per urlare il nome dei suoi ragazzi. Non era stanca Cecilia, forse era svuotata di energie e forse per questo si era fermata, ma Busketo non se ne dolse, a lui quella strada piaceva, era un po' sua, era la via per la quale era arrivato a Pisa molti anni prima, era la via che conduceva da Ottavio e a tutti quei ricordi, era la zona di Pisa che amava frequentare per ammirare da lontano la sua chiesa. Cammin insieme agli altri sotto il sole caldo di maggio. Gli aironi e le pittime avevano ormai lasciato gli stagni ed erano volati verso nord lasciando il cielo sgombro per le rondini e gli storni. Ogni tanto le ali veloci di un falco o quelle pi lente e lontane delle aquile disegnavano armoniose traiettorie. Il grano ancora verde mosso dalla
leggera brezza del mattino cangiava in un gioco perenne di chiaroscuri, come un mare placido e tranquillo e i monti pisani, eterni e silenziosi, si avvicinavano lentamente. Ci fu un grido in fondo al corteo, poi un altro. La voce fulminea corse tra la gente, mut passando di bocca in bocca, crebbe e si aliment di nuova vita.
Che passa?
Arrivano urla dal gruppo che ha fatto sosta, gridano, forse sono stati assaliti!
Come assaliti, chi osa assalire vecchi e figlioli?
La massa della gente ondeggi, dapprima dolcemente quasi avesse preso il ritmo del mare di grano, poi pi decisa. Dal gruppo si staccarono i pi giovani e lesti che di corsa si lanciarono a ritroso. Busketo ansimante si sedette sul ciglio della strada. Temeva per Cecilia, ma il solo aver provato a correre lo aveva distrutto. Quasi piegato in due dallo sforzo giaceva a terra disperato e con lui molti altri che si aiutavano ed incoraggiavano a vicenda. Busketo si alz in piedi e si inoltr nel campo di grano. Un giovane pero piantato come segno di confine tra due propriet gli offr la possibilit di alzarsi un poco da terra, mettendo un piede sui rami pi bassi. Altri lo avevano seguito.
Cosa vedete?
Quelli che erano con noi corrono verso Pisa, ma anche qualcuno scende a corsa e gli va incontro.
C' battaglia?
No, direi che lasci la frase in sospeso, i suoi vecchi occhi non gli dicevano il vero e sinceramente non capiva e non credeva a ci che vedeva.
Ballano!
Ballano?
Uno giovane con gli occhi buoni venga su!
Una giovane donna rimasta ad assistere la madre sal sui primi rami, e guard verso la citt. Ballano!
Ci fu un fuggi fuggi in ordine sparso chi nel grano chi sulla strada prese la via del ritorno, anche il prete che non aveva smesso di pregare, ma che anzi temendo un assalto aveva rafforzato le sue orazioni, cambi direzione ringraziando il Signore. Alla cieca, senza sapere perch o per cosa tutti volevano e dovevano esser partecipi di quella cosa. Il vecchio architetto si incammin a fatica, era rimasto solo e indietro ma le sue gambe non gli consentivano di pi. Era passato dal terrore ad una strana ed ingiustificata gioia, il suo passo era lento ma il suo cuore era leggero, laggi ballavano e fra loro c'era Cecilia coi suoi bei capelli rossi e gli occhi vivi. La strada faceva una lieve curva, davanti ai suoi occhi emergevano dall'ondeggiante mare verde i busti e le vesti colorate di uomini e donne, qualcuno si abbracciava, chi danzava girando in tondo. Intorno al prete un gruppo inginocchiato sembrava pregare, Busketo si ferm ad osservare quel quadro, ne assapor ogni dettaglio come se fosse l'ultima cosa che poteva fare nella vita, cerc i volti e gli sguardi e poi la sua vista si pos oltre, sullo sfondo di quella scena dove una grande chiesa bianca vegliava su tutti.
Correte Busketo!
Quel richiamo lo risvegli da un sogno, qualcuno gli corse incontro, lo presero per mano e lo trascinarono, lui non capiva, nessuno parlava e tutti ridevano. Cecilia, sommersa dall'abbraccio di due uomini, singhiozzava sdraiata a terra e cercava disperatamente di stringere con le sue piccole mani quei due corpi forti e possenti. Pianse Busketo lacrime dolci di commozione, pianse in disparte rispettoso e schivo, gioia di quell'intimit ritrovata, di quell'amore materno nuovamente nutrito. La processione riprese perch la Rogazione andava terminata, anche se qualche anziano decise di rientrare in citt e con loro anche Cecilia e la sua ritrovata famiglia. A Strappacarnaio pagarono un mercante perch li conducesse in citt su di un carro, i due vecchi avevano vissuto troppe emozioni e soprattutto Cecilia appariva stanca e provata. Il carro entr in citt, percorse Via di Borgo e Via delle Colonne e Busketo chiese di scendere prima di attraversare il ponte. Abbracci Vittore e Fabias ed ebbe modo di provare la loro stretta vigorosa, baci Cecilia sulla fronte e lasci che il carro proseguisse. Sal la rampa del ponte, non era ancora suonata la campana della sesta, ma la giornata aveva riservato anche troppe emozioni per il cuore di un vecchio. Rientr alla Mescita ma invece di salire in camera entr nella stanza che usava come studio, apr gli scuri scacciando la penombra e mentre mille riflessi di polvere danzavano in una lama di luce, si sedette a contemplare i disegni per il prolungamento della chiesa. Non aveva mai accettato quell'idea, ma prima o dopo gliela potevano imporre e tanto valeva farsi trovare pronti. Punt il compasso e tracci archi di circonferenza con una nuova ampiezza, le curve fuoriuscivano dalla planimetria della chiesa e si intersecavano con rette e segmenti. Annot misure, calcol le spese per la demolizione di ci che esisteva gi e di quello che si rendeva necessario. Ad occhi chiusi pass in rassegna tutta la cava di marmo a San Giuliano che negli ultimi tempi aveva reso pietre pi scure, di certo non adatte per una nuova facciata. Certo si potevano recuperare molti elementi di quella che si andava per terminare, ma a che pr? Pens che era solo un inutile spreco di tempo e soldi cercare di nuovo dei cavatori diligenti, riorganizzare i trasporti, ormai lui era vecchio, troppo vecchio. Chi avrebbe curato i lavori? Il suo allievo ormai adulto ed esperto Destro, era competente e preciso ma la sua eterna gelosia nei confronti di chiunque lo aveva reso schivo e talvolta meschino. Il capo di un cantiere doveva avere piglio e forza per comandare senza indecisioni ma con giustizia un esercito di persone. Essere un architetto imponeva prima di tutto di essere riconosciuto tale, stimato e ammirato ed il suo allievo
invece si era attirato inimicizie e lamentele. Con le braccia poggiate al banco da lavoro alz il viso e ad occhi chiusi si lasci carezzare dal sole che entrava dalla finestra. La giornata volgeva al termine, era rimasto a lavorare diverse ore alzandosi solo per andare ad orinare in giardino, cosa che ultimamente gli toccava fare molto di frequente. Il sole carezzava le palpebre e mille spettri rosa danzavano davanti ai suoi occhi nascosti, spettri senza forma, senza nome che talvolta prendevano le sembianze di un ricordo, di un attimo passato un giorno o cento anni prima. Rivide Cecilia, ne percep il profumo o s'illuse che cos fosse, alcune linee iniziarono a danzare nel teatro delle sue palpebre chiuse, si avvicinarono e si unirono quasi a formare un ciuffo d'erba, no erano dita vicine, una mano. Rivide vele bianche e alberi di navi solcare la schiuma bianca di un mare sempre amico, sent il soffio del vento no, era una corrente che gli gel la pelle e l'anima.
Maestro Busketo, ma mi sentite!
La porta della stanza era stata aperta con violenza ed una mano gli serrava la spalla. L'architetto trasal riemergendo dalle sue visioni, di scatto si volt balbettando: Che succede?
Un carro vi aspetta, venite! Destro  caduto gi dall'impalcatura della facciata!


Capitolo 24.
Anno Pisano 1111 Indizione 2 Pisa, nei giorni di San Matteo Apostolo.

La mattina era trascorsa monotona e silenziosa, la casa si era svegliata all'alba ed ognuno era uscito per le proprie commissioni. Stare a letto fino a tardi non era certo una sua abitudine, ma da un po' c'era costretto. Le pesanti tende erano state legate ai lati della finestra e dalle sottili lastre di opaco alabastro filtrava una luce morbida e calda. Da qualche giorno aveva preso a contare i travicelli del soffitto, calcolava quanti spazi vuoti generavano, quante assi di legno erano inchiodate a formare il solaio, quante ore di lavoro erano state necessarie a completare l'opera. Contava e ricontava ed ogni volta giungeva ad una conclusione diversa. Bastava saltare un travicello, contarne uno in meno e tutti i calcoli rendevano un esito diverso. Dormiva da solo nella stanza accanto a quella di Cecilia, un po' per rispetto e molto per mantenere le reciproche abitudini. Aveva lasciato la sua camera alla Mescita di malavoglia, era la sua casa, il suo rifugio ma da quando le gambe lo tradivano continuamente non poteva pi vivere da solo. Inoltre la casa di Cecilia era rinata ad un nuovo splendore, operai e barcaioli, massaie e magazzinieri per tutto il giorno spostavano, spedivano e ricevevano centinaia di colli per mare e per terra. Una donna di quelle a servizio gli aveva portato del pane tostato e latte caldo, ma ne aveva assaggiato ben poco, mangiava di rado, non gli serviva o almeno cos diceva a tutti. Vittore e Fabias alternavano periodi di presenza con
altri di viaggio per mare, ma puntualmente rientravano ed anzi di solito quando uno era fuori l'altro restava a vegliare sugli affari. Quando erano partiti richiamati dal padre e zio Bertrand di Marsiglia, erano rimasti abbagliati dalle ricchezze d'oriente, dal fasto in cui viveva il genitore nella sua casa di pietra che si affacciava sul mare. I commerci prosperavano e come tutti i giovani ebbero un momento di immensa ingratitudine nei confronti di chi li aveva cresciuti e nutriti dimenticando la madre. Ma il periodo di splendore era durato poco, quando le prime schiere dei cristiani si erano recati in Terrasanta, i rapporti coi musulmani erano andati deteriorandosi fino a che una notte, la grande casa di Bertrand era stata assalita ed i ragazzi fatti prigionieri. Avevano passato anni interminabili ai ferri musulmani, prima marcendo in desolate e asfissianti prigioni e poi lavorando come schiavi nei mercati sulle rotte arabiche. Solo grazie ai cambiamenti politici ed economici portati dalla crociata erano riusciti a liberarsi e con fatica e fra mille avventure, a ricongiungersi alla madre. Erano uomini maturi mai domi ed orgogliosi ma avevano assaggiato il giogo e la frusta e quelle amare vicende li avevano resi rispettosi e ponderati. Capitava talvolta che Busketo si intrattenesse a parlare coi ragazzi, cos come lui li chiamava, soprattutto con Fabias. Questi non aveva mai avuto un padre, neanche uno lontano e in quegli anni di convivenza nella grande casa di Cecilia aveva imparato a rispettare l'architetto del quale da piccolo aveva soltanto paura. Quando il lavoro e il tempo lo permettevano si sedevano fuori dai magazzini in riva all'Arno e discutevano, spesso in arabo. Busketo godeva di quei dialoghi e delle descrizioni della sua terra fatte nella sua lingua, beveva quelle parole e dal canto suo ammaestrava Fabias su questioni di astronomia, geometria e su tutte quelle vicende che fanno di una vita lunga e combattuta, una grande maestra. Era quasi l'ora di pranzo, vennero due
lavoranti ed aiutarono il vecchio a scendere dabbasso, riusciva ancora a camminare ma per pochi passi, poi i dolori alle ossa rigide e deformate lo bloccavano. Si era fatto accompagnare fuori e con un mantello di lana sulle spalle era seduto su una panca di fronte al molo della famiglia. Erano le prime mattine fresche dopo una calda estate, sulle viti i grappoli cominciavano a colorarsi d'oro. Venne una barca, risaliva lenta la corrente ed ormeggi al molo dei provenzali, Cecilia usc di casa, consegn a Busketo del pane e del formaggio avvolti nella tela e lo aiut a salire sulla barca, l'uomo ai remi guadagn il centro del fiume.
Hai fretta?
No, Maestro Busketo.
Allora per favore non remare e se non ti  di peso, non parlare. Fai questo piacere ad un vecchio, potrebbe essere l'ultimo.
L'uomo obbed e usando i remi solo per mantenere la direzione lasci che la barca scendesse lentamente il fiume portata dalla corrente. Com'era cambiata Pisa, a dritta, ritte sugli argini, si ergevano alcune case torri laddove anni prima c'erano i campi e pi oltre le orticaie. A mancina in Kinsica, era sorta quasi fosse riflessa allo specchio una citt gemella di quella a tramontana con edifici in pietra e grandi magazzini in muratura che avevano sostituito i fondaci di legno. In prossimit del ponte Busketo alz la testa volgendo lo sguardo a destra, le vecchie mura non confinavano pi San Michele fuori dalla citt. Ormai la cinta antica era quasi del tutto scomparsa e San Michele e San Pierino erano cos vicine che parevano toccarsi. Sullo spalto della chiesa dedicato al Santo in vincoli, un uomo in ginocchio era incatenato alla berlina reo di qualche malefatta. Sorrise Busketo, non poteva vedere la chiesa di Santa Cecilia, ma sapeva bene che le pietre che aveva destinato dietro ordine dell'Arcivescovo erano state sufficienti solo per iniziare
la facciata ed arrivare all'altezza dell'architrave. Il resto se l'era dovuto far fare in mattoni. La promessa all'Arcivescovo di costruire una chiesa in marmo bianco l'aveva fatta Destro e non lui e il capo di un cantiere non aveva il diritto di stornare materiale per altre costruzioni. Era un furto ed un reato. Certo, Destro si era offeso ed aveva reagito male, chiss quante lacrime doveva aver versato Sista dall'alto dei cieli. Prima aveva perso Tolomeo nelle terre di Siria, poi Sigerato finito nella gora del molino e morto schiacciato dalle pale, infine questo figlio invidioso era precipitato gi dai ponteggi morendo sul colpo. Qualcuno quando avvenne il fatto aveva sussurrato che non fosse scivolato ma che una mano ostile lo avesse spinto, ma la verit non venne mai alla luce. Busketo scosse il capo, la vita era strana, Dio dava e prendeva senza preavviso, la morte di Destro aveva costretto l'architetto a riprendere nelle proprie mani tutto il cantiere quando ormai credeva di aver esaurito il suo compito. Per fortuna la provvidenza gli aveva donato Rainaldo e le incombenze pi faticose le poteva lasciare a lui, ma la chiesa non era ancora terminata e negli ultimi anni i lavori erano andati a rilento. Durante la posa una parte delle coperture di piombo del lato a meridione era scivolata causando anche delle vittime. C'era anche stata un'inchiesta, qualcuno aveva incolpato Busketo e la sua vecchiaia ed avevano tentato di sostituirlo. Poi era scoppiata una nuova faida contro Lucca e come in molti altri casi ai pisani non era interessato pi niente dei problemi della chiesa, tanto erano presi a discutere di guerra. Quella pausa nei lavori aveva concesso al vecchio architetto di formare il nuovo allievo e sperava di tutto cuore che alla sua morte questi lo avrebbe sostituito. Passarono sotto la volta centrale del ponte. La curva dell'imponente costruzione era sostenuta da due piloni immersi in acqua e da tre arcate. Quelle laterali pi piccole poggiavano da un lato sugli argini fangosi.
Quante volte aveva passato quel ponte, da sopra e da sotto, prov a contarle ma ci rinunci presto perch a sinistra la campana di Santa Cristina batteva l'ora. Quanti anni era stato alla mescita? Di nuovo prov a fare il conto ma ogni anno era accompagnato da pressanti ricordi e smise presto, concentrandosi invece sugli operai che allo Spalto di San Nicola continuavano a lavorare i legni per le navi pisane. Approdarono e Busketo tent di dare una moneta al barcaiolo.
Grazie, questo  per il tuo silenzio e per la tua pazienza.
Non posso accettare, sono gi stato pagato e poi per la prima volta non ho remato, per la prima volta ho guardato Pisa invece di faticare. Grazie Maestro.
Si congedarono e l'architetto fu issato dagli operai dei cantieri sul pianale di un carro che Rimondino aveva mandato appositamente. Il piccolo mezzo traballante trainato da un asino scorticato travers la citt, Via Santa Maria era pi larga e pi bella, molta parte delle mura che la confinavano era stata demolita e a sinistra dalla parte di Porta Buoza si intravedevano ora i campi ed i canali. Pisa non temeva di essere assalita, era troppo potente e le vecchie e malridotte mura venivano demolite in attesa che una nuova cinta fosse tracciata. Di fronte alla cattedrale il biondo Rainaldo, con uno sguardo limpido e sereno, attendeva il vecchio. Lo aiut a scendere e presolo sottobraccio lo accompagn sotto la tettoia degli scalpellini, ormai deserta ed inanimata.
Hai preso i disegni?
S, Maestro.
Anche quelli che erano nel mio studio alla mescita?
S, l'oste non mi voleva aprire ma l'ho convinto.
Allora ascolta, forse questa  l'ultima volta che vengo al cantiere, le gambe ormai non vanno, devo urinare mille volte al giorno e spesso esce del sangue, credo che siamo arrivati.
Non ditelo neanche per scherzo Maestro! Io ho ancora tanto da imparare.
So che sei ancora acerbo, io alla tua et aveva gi iniziato questa chiesa ma vedi, te hai due armi a disposizione. Per prima cosa sei un abilissimo scalpellino e sei mancino. Questo fa s che anche se i tuoi capitelli somigliano agli altri, in realt hanno una vita diversa, una luce diversa, sono unici. Quando batti la pietra sei l'unico che tiene la testa piegata a sinistra, vedi luci ed ombre che gli altri non possano notare e alla fine qualcosa di magico  penetrato nel tuo lavoro.
Il giovane arross e chin il capo.
Vedi ragazzo, ormai questa chiesa  finita, va solo abbellita e te sei la persona ideale, sei prudente capace e preciso e poi...
E poi?
E poi la seconda cosa. Solo tu ad oggi sai dove puntare il compasso per prolungare la chiesa. Te lo chiederanno e dovrai essere sicuro e non esitare. Questi disegni sono tuoi, nascondili in casa e mantienili al sicuro, sempre!
Busketo pareva stremato da quella conversazione, si accasci sulla panca respirando a fatica.
Devo orinare, aiutami ti prego.
Si allontanano di poco e tornarono insieme di nuovo al banco degli scalpellini.
Maestro?
Dimmi ragazzo.
Ma se invece di voler prolungare la chiesa, mi venisse chiesto di costruire la torre circolare o il battistero che avete progettato, cosa dovr fare?
Non ti potrai tirare indietro, abbiamo guardato i disegni ed il modello in legno che  al vescovado centinaia di volte anzi, ti do un consiglio.
Ditemi.
Da solo, in segreto dove vuoi ma al riparo dagli occhi
degli invidiosi, ricostruisci i modelli della torre e del battistero, pialla e modella ogni singola assicella, ogni fusto di colonna, imprimi nel tuo sangue e nel tuo cuore ogni singolo gesto, ogni atto del progetto. Solo cos diverrai il padrone, il capo del cantiere. So che ne sei capace, in fondo sei o non sei figlio di fabbro di mare?
Figlio e nipote di fabbro, ma i lustri dei miei antenati non mi serviranno e se continuer a fare l'architetto, devo crescere da solo.
E devi crescere in fretta, fra un po' io vi lascer. Un'ultima cosa. Studia di notte, esita, ripensa le cose mille volte, ma di fronte alle autorit dimostrati sicuro, lascia le tue incertezze in fondo alle tasche e tienile nascoste. Sii prudente ma deciso, corretto ma ostinato. Abbi cura di questa chiesa e mi raccomando quando sar per te il momento di lasciare i progetti a qualcuno, scegli una persona fidata, fra cent'anni questa piazza dovr essere completata, la pi bella piazza della terra. E ora accompagnami in chiesa, voglio respirare un po' d'aria umida.
Lentamente e sorreggendosi al giovane, Busketo si avvi verso la sua chiesa, vi pass buona parte del pomeriggio ed usc solo perch costretto dal bisogno di liberarsi.
Fai venire il carro, devo tornare a casa.
S, Maestro, vi aspetto domani? Debbo farvi vedere un nuovo fregio su di un capitello per l'ultimo ordine di arcate cieche.
No, non mi aspettare, forse dopo domani o un giorno da oggi a otto. Chiss.
L'anziano architetto fu sollevato dalle forti braccia del giovane e posto quasi di peso sul pianale del carro.
Buona notte, Maestro.
Buona vita, Rainaldo, ricordati di studiare sempre, ripassa la storia antica, pensa a gente come Dedalo o Ulisse, trova in loro un modello.
Io ce l'ho gi un modello, Maestro.
Basta Rainaldo, non dire altre scemenze. Andiamo con questo carro!
Difficile dire chi dei due in quei minuti che seguirono fatic di pi per trattenere le lacrime. Si guardarono a lungo velati dal dolore e dal dispiacere della separazione, si guardarono a lungo come se dovesse essere l'ultima volta e non si sbagliarono di molto.
Nei giorni successivi il vecchio rimase sempre pi tempo coricato e solo raramente chiedeva di uscire. Una mattina parve star meglio e fu portato sulla panca in riva all'Arno. Cecilia faceva sembrare tutto normale, ogni suo movimento o respiro era accompagnato da un sorriso sereno, ogni pensiero tendeva a costruire e progettare il futuro, c'era da preparare il matrimonio di Vittore che finalmente si era deciso a corteggiare Vollebina, una giovane fanciulla calcesana, c'era da armare una nuova spedizione, la guerra incombeva di nuovo. Quella mattina Cecilia sost accanto all'amato ed insieme guardarono a lungo il filare di viti con i grappoli ormai prossimi ad essere maturi.
Passa il tempo, solo ieri c'erano i peschi e i peri in fiore e ora l'estate ci sta gi abbandonando.
 vero Busketo, mi ricordo il primo fiore di susino che ho visto quest'anno.
Ma cos  la vita, ogni anno fioriranno i susini, i ciliegi e i peri e piano piano torner un'altra estate e il caldo. Cecilia?
Dimmi?
Sento voci tristi in questa citt, fate di tutto per tenermi all'oscuro, ma questa storia di armare una flotta e conquistare le Baleari  un'altra pazzia!
Vedrai che non succeder.
Succeder invece e te e i tuoi figlioli state gi armando una nave per partecipare all'impresa.
D'accordo Busketo, ti vado a prendere del companatico?
No, non ho fame, non trattarmi da rimbambito, sono vecchio ma la mente ancora funziona! Devi farmi una promessa.
Va bene.
Lascia perdere questa storia delle Baleari, non permettere che i ragazzi si imbarchino di nuovo, non ti  bastato tutto quello che hai sofferto? Avete soldi e guadagni a sufficienza per molte vite, cerca un po' di pace. Se loro prenderanno il mare e io sar morto, cosa ti rester?
Busketo aveva usato un tono di rimprovero e Cecilia arross non trovando le parole per controbattere. Stettero un po' in silenzio, lei si alz e lo baci sulla fronte.
Va bene Busketo, hai ragione, parler coi ragazzi.
Il vecchio rest solo, abbass le palpebre ma il fiume continuava a scorrere nei suoi occhi e con esso tutto il fluire di quella lunga vita. Sapeva che quella discussione con Cecilia era inutile, avrebbero comunque preso il mare. Chi sugli oceani sconfinati, chi chiuso per una vita fra quattro mura, ognuno inseguiva il suo sogno o comunque il sogno che la vita gli aveva riservato. Il suo lo aveva portato ad abbandonare pi volte la famiglia, madre padre e fratelli, non era migliore di nessuno, tanto valeva stare zitto e lasciare che la grande ruota girasse da sola. Sent freddo, aveva voglia di rientrare alz un braccio e chiam, nella casa tutti erano indaffarati e nessuno lo sent. Caparbio e risoluto si alz da solo e mosse pochi incerti passi, vacill e mise un piede in fallo fuori dall'assito del pontile. Dal grande portone del magazzino Fabias si sporse a dare un'occhiata verso il fiume, la panca era vuota, non si stup ma dopo poco chiese alla zia se Busketo fosse rientrato in casa. Si fissarono un attimo negli occhi poi corsero fuori. Ci fu una grande agitazione, quel fagotto di pelle e stracci a bagno sulla riva sabbiosa era rimasto vivo per miracolo, cadendo si era ferito ma la testa era rimasta fuori dall'acqua. Busketo fu portato in cucina davanti al camino, fu spogliato e strofinato con panni immersi nella calda acqua del paiolo, tremava in ogni fibra e pareva avesse cambiato anche colore della pelle. Lo sistemarono nel suo letto e per tre giorni e tre notti non dette segni di ripresa, tremava e riusciva soltanto a bere ogni tanto un poco d'acqua. Poi parve riprendersi, il volto magro e gli zigomi pronunciati denunciavano la sua sofferenza. Apr gli occhi, il suo sguardo annasp intorno alla stanza alla ricerca di qualcosa o qualcuno, tent pi volte di parlare ma la voce non usciva, l'aria non usciva. Una delle donne di casa che vegliava il malato corse ad avvertire Cecilia che sal prontamente, l'architetto sembrava mordere l'aria per cercare di respirare, era agitato e sofferente, i suoi occhi imploravano aiuto ma la sua voce non lo assisteva. Si calm, parve assopirsi di nuovo ed il suo petto cominci ad alzarsi ed abbassarsi con un ritmo pi regolare e a Cecilia parve quasi che sulla sua bocca si disegnasse un lieve sorriso. Di colpo, sempre ad occhi chiusi, parl con un filo di voce, Rainaldo!
Busketo sono Cecilia, sono qui con te.
Rainaldo, chiama Rainaldo.
La donna usc dalla stanza e dette ordine che uno degli addetti al magazzino si recasse a cercare il giovane al cantiere della cattedrale. Ci volle un'ora buona ma poi il ragazzo arriv trafelato e preoccupato.
Maestro?
Busketo apr gli occhi e sorrise e quasi avesse in quel breve tempo recuperato energie trov di nuovo la forza di parlare.
Sei qua allora, siediti vicino a me.
La voce usciva fioca e somigliava pi ad un sospiro e talvolta ad un rantolo.
Abbassati e guarda sotto al letto, c' un sacchetto di pelle legato alle doghe, prendilo.
Il ragazzo porse l'involucro al vecchio ma quello rifiut scuotendo la testa e lo comand di aprirlo e versare il contenuto sul letto, monete, monili, oggetti che parevano preziosi.
C' un seme d'oro legato con un nastro vermiglio.  tuo,  un Dolichos, legalo al collo e portalo sempre con te.
Fece una lunga pausa lasciando tutti in apprensione nella stanza.
Sii cauto, sempre prudente Rainaldo, prudente. Chiedi a Rimondino, lui sa del seme. Ora vai, anzi aspetta, di' a Rimondino di venire qua col necessario, devo scrivere una lettera, tante lettere devo far sapere, devo... lasciare un cartiglio.
Aveva compiuto uno sforzo incredibile ritrovando lucidit e forza, aveva voluto trasmettere un segno del destino al suo giovane apprendista consegnandogli senza cerimonie ed in punto di morte il seme della continuit. Rainaldo, impalato a fianco del letto, piangeva lacrime enormi che cadevano a terra, non si mosse fino a che Busketo non parve addormentato e chiese a Cecilia il permesso di restare almeno nei magazzini per vegliare il vecchio Maestro. Vittore lo accompagn via, mentre anche a lui la vista cominciava ad appannarsi. Pass tutto il giorno ed anche la seguente notte, Cecilia seduta su una sedia tentava in tutti i modi di restare sveglia, ma sul fare dell'alba croll. Venne Rimondino e per tutto il giorno ascolt le flebili parole di Busketo che con fatica e compiendo lunghe pause gli comandava di scrivere. Scese la sera ed inizi un'altra notte, Cecilia sempre seduta sulla sua sedia vegliava. Sul fare dell'alba la svegli una voce lontana, quasi un sussurro, una sorta di lieve carezza portata col dorso di una mano.
Cecilia fammi un favore.
Lei prontamente si dest.
Dimmi, amore.
Ho sempre pensato che sarei morto affogato.
Non ti affaticare e non dire scemenze!
Stai zitta, fammi parlare. Voglio morire come un naufrago, ma in un mare di profumo.
Toss, dalla sua bocca usc saliva striata di rosso. La donna prontamente lo pul e gli dette un po' d'acqua da bere. A gesti Busketo lasci intendere che voleva tirarsi un po' su, mettersi pi sollevato e la donna senza fatica sollev quel fragile corpo mettendogli dietro un altro guanciale. Fuori dalla stanza Vittore e Fabias spiavano spaventati quegli ultimi attimi di vita del vecchio architetto. In quella posizione parve respirare meglio ed anche le parole uscirono con minore fatica.
Se hai ancora quel tuo profumo di muschio, ti prego, lo voglio sentire.
Cecilia mordendosi il labbro inferiore per non piangere si alz e corse nella sua stanza. Torn poco dopo, una scia di meravigliosa essenza si sparse per la casa, si era anche cambiata d'abito, nonostante fossero passati gli anni, il suo corpo era rimasto esile ed eretto e ora indossava quella tunica luminosa nei toni cangianti del verde di cui Busketo parlava sempre. Si avvicin al letto e si sedette prendendo le mani del compagno tra le sue. Il volto dell'uomo ora era disteso, sorrideva davvero e respirava lentamente assaporando quell'aroma denso e morbido che molti anni prima lo aveva fatto innamorare di lei. Pass cos molto tempo, vegliava ma il suo volto assumeva di tanto in tanto espressioni diverse, come se parlasse a se stesso o si raccontasse o rivivesse una storia. Cecilia si voltava verso la porta, talvolta scorgeva il capo di un familiare o di un lavorante, ma nessuno si azzardava ad entrare nella stanza. Busketo d'improvviso apr gli occhi, lucidi e immensi, il suo sconfinato amore era tutto in quello sguardo. Prov a parlare ma non gli riusc subito, poi tossendo e sputando ancora sangue ce
la fece a pronunciare ancora poche parole.
Chiama i ragazzi.
Vittore e Fabias coi loro corpi poderosi e gli sguardi sparuti, sembravano bambini dal corpo deforme. L'architetto allung una mano e Fabias la fece sua, ci fu un sussurro, l'ultimo e a mala pena i ragazzi e Cecilia udirono quelle parole.
Ho freddo Fabias, parlami del sole, parlami di Aleppo.
Piangendo sommessamente, Fabias mischi i ricordi di Siria al desiderio di dare il sole ed il caldo necessario al vecchio morente, inizi a parlare in arabo, narrando di Aleppo la grigia, della sua cittadella arroccata ed imprendibile, di mercanti e carovane, di giovani donne dai volti velati, di candidi sorrisi. Parl Fabias, in arabo, in provenzale, nella lingua di Pisa in quella dei suoi avi. Parl del sole di Siria, degli alberi di pistacchio, degli odori dei souk e di immense moschee, di donne dalla pelle d'ebano alte fino al cielo, parl fino a che Cecilia, coperto il volto dell'amato si segn il petto col gesto della croce. Parl Fabias, parl ancora per giorni e per gli anni a venire, raccontando la storia di un ragazzo di nome Sahl, che per tutta la vita era corso dietro a un raggio di sole.
...
.
...
FINE.